Di tutti i miei nemici
è il più pericoloso
è il primo della lista
Edoardo Bennato
1909. La prima partita
Il referee, i forwards e lo shot
Giornata grigia e fredda quella di ieri, buonissima per i giocatori, ma non troppo, a quanto pare, per il pubblico, che accorso poco numeroso a presenziare l’interessantissimo match tra la “Juventus” e l’”Internazionale F.C.” di Milano. La partita, giocata con accanimento e con slancio d’ambe le parti, terminò con la vittoria della nostra “Juventus”, con due goals a zero.
Alle 15 il giuoco si inizia, sotto l’attenta direzione del referee Alzator. È la “Juventus” che ha subito il sopravvento. I forwards juventini, che oggi giocano di slancio e d’assieme, mettono subito in serio pericolo la porta avversaria, ottimamente liberata dalla difesa dei nero e bleu. Ma trascorsi una ventina di minuti la “Juventus” si assicura il primo goal, per merito di Borel. Per tutto il restante della ripresa i juventini si mantengono all’attacco, bene sorretti dalla difesa in ispecie da Ferraris e Goccione, il quale disimpegnò ieri molto brillantemente il suo nuovo posto di bach. Alla ripresa del giuoco, i torinesi, animati dal successo, continuano i loro attacchi velocissimi, e in uno di questi Borel, con un bellissimo shot, segna il secondo ed ultimo gol. Verso la fine della ripresa, i milanesi, con attacchi ben condotti, si mantengono sul goal avversario, però senza troppa fortuna, perché la porta juventina è resa impenetrabile dall’ottimo Pennano. La partita finisce tra gli hurrà! dei giocatori e gli applausi del pubblico. Domenica prossima la “Juventus” s’incontrerà per la rivincita con il “F.B.C. Torino”. A chi la vittoria? | la Stampa, 15 novembre 1909
Rigore per la Juventus. Reclamo dell’Inter
L’incontro fra la nostra società, il “F.C. Juventus” e il “F.C. Internazionale” di Milano, fu assai animato, e venne disputato alla presenza di un pubblico numeroso. Al fischio dell’arbitro, sig. Alziator della U.S.M. gli juventini hanno attaccato subito con foga il goal milanese, la cui difesa dovette esplicare tutta la sua abilità per mandare a vuoto i numerosi tentativi avversari. In uno di questi, un milanese nella propria area di rigore ha toccato il pallone con la mano, per cui fu concesso alla “Juventus” il calcio di rigore. Così Borel segna il primo punto. Alla ripresa, gli avanti dell’”Internazionale” hanno preso l’offensiva, mantenendola assai a lungo, non riuscendo tuttavia a segnare alcun punto per l’abile giuoco della difesa avversaria. Anzi in una rapidissima combinazione gli avanti juventini hanno condotto velocemente la palla sotto al goal, segnando, tra vivissimi applausi, il secondo ed ultimo punto. Il giuoco è terminato adunque con la vittoria della “Juventus” con 2 goals a zero. Sembra che la Società milanese intenda inviare reclamo alla Federazione, domandando l’annullamento del match, a motivo del calcio di rigore, secondo essa concesso a torto e che valse uno dei punti alla squadra torinese. | Corriere della sera, 15 novembre 1909
Contrasti
Tempo fa ho scritto che il mondo si divide in due. Ci sono quelli che amano i gatti, Londra e l’Inter. E quelli cui piacciono i cani, Parigi e la Juventus. Da allora continuo a ricevere proteste. Si lamentano milanisti slavofili, laziali innamorati dell’Argentina, romanisti con un’amica in Germania. Non posso negarne l’esistenza ma, dal punto di vista ontologico, la dicotomia è una sola: Inter-Juve. L’Inter (come i gatti e Londra) è fascinosa e imprevedibile. La Juventus (come i cani e Parigi) è solida e rassicurante. Il resto è contorno.
È una contrapposizione come Hegel e Kant, Coppi e Bartali, Fellini e Visconti, Usa e URSS, Apple e Microsoft, Beatles e Rolling Stones, yin e yang, caffè e tè, limone e latte. Non si tratta di stabilire chi è meglio e chi è peggio (anche se io un sospetto ce l’avrei). Inter e Juve sono pianeti distanti, che entrano in contatto solo in occasione di una partita, di un’amicizia o di un matrimonio. Allora, qualcosa succede.
Gli interisti sono romantici, con una punta di decadenza. Gli juventini, neoclassici. Noi siamo idealisti, loro positivisti. Gli interisti sono una nazione dolente, gli juventini credono nelle magnifiche sorti e progressive (e spesso vengono accontentati). | Beppe Severgnini. Interismi (Rizzoli, 2010)
1961. La radice della rivalità
la classifica prima della partita Juventus 40, Milan 37, Inter 36
L’invasione di campo
La partita dell’anno, quella che doveva decidere di tutto il campionato, quella che metteva di fronte Juventus e Inter, grandi depositarie di una tradizione di gioco, è finita dopo poco più di mezz’ora di brutto gioco. I fatti sono noti: gli spettatori pigiati in tribuna e sugli spalti, hanno cercato sfogo al di là della rete di protezione del campo. Dapprima la forza pubblica era riuscita a respingere i tentativi di superamento della barriera, poi, mentre si stava giocando da una ventina di minuti, in qualche punto la rete e gli agenti hanno ceduto e si sono formati piccoli gruppi di invasori che poi sono andati ingigantendosi e che alla mezz’ora hanno stretto quasi tutto attorno il rettangolo verde. … Qualcuno era andato persino a sedersi in panchina, accanto a Gren, accanto a Herrera, la situazione era davvero allarmante e l’arbitro fischiò di nuovo la sospensione mentre scrosciava la pioggia.
… Come mai? Indubbiamente erano entrati almeno diecimila spettatori in più di quanto lo stadio è in grado di contenere. Erano stati venduti biglietti in soprannumero? No. Erano stati falsificati biglietti? No. I dirigenti juventini ancora stamane smentiscono tutto questo e confermano che la vendita, controllabile sul borderò, ha raggiunto i 62.150 biglietti ai quali vanno aggiunti i settemila abbonamenti. … La Juventus ha preannunciato un esposto che sarà basato sul fatto estraneo alla responsabilità oggettiva della società. Cioè sul fatto che per mancanza di forza pubblica agli ingressi dello stadio, due cancelli vennero divelti. … È chiaro comunque che l’Inter potrebbe avere partita vinta a tavolino. La tesi difensiva juventina sembra un po’ debole. | Nino Oppio, Corriere d’informazione, 17 aprile 1961
Il 2-0 a tavolino e la tesi di Agnelli
Si è saputo, praticamente con assoluta certezza, che la commissione giudicante della Lega nazonale ha deciso che la vittoria di quell’incontro venga assegnata all’Inter per 2-0. Il regolamento e i precedenti non hanno consentito alla Juventus alcuna difesa. … Ma sarà definitiva la decisione? Agnelli ha infatti invitato alcuni giornalisti a prendere visione di un certo materiale nuovo. In primo luogo una dichiarazione di agibilità dello stadio torinese ben superiore al numero di biglietti venduti. … Di seguito Agnelli ha mostrato foto di tifosi nerazzurri che con bandieroni spiegati entrano sfondando gli sbarramenti dello stadio e del campo. “Non furono dunque soltanto gli juventini a invadere. Quindi la colpa è anche oggettivamente dell’Inter”. Abbiamo riferito in breve i nuovi cavilli del giovane e simpatico presidente, ma essi ci sembrano, nonostante i documenti, un po’ troppo dialettici. | Mario Oriani, Corriere d’informazione, 25 aprile 1961
la classifica dopo la sentenza Juventus 40, Inter 38, Milan 37
Le critiche alla sentenza
Lo sport ha subito un duro colpo, con la sentenza emanata ieri dall’ente giudicante della Lega che organizza e regola il nostro campionato calcistico. La sentenza premia chi ha tirato un colpo mancino all’avversario, e colpisce chi ha fatto di tutto per rimediare a un fatto imprevisto e imprevedibile. La sentenza tende a sconvolgere, nel suo punto più nevralgico e nel suo momento più interessante, la classifica di un campionato: mira a far sì che una decisione di tavolino si sostituisca al verdetto del campo. … Si tratta di un caso senza precedenti. … Di un campionato il cui risultato sia stato dettato a tavolino, nessuno vuol saperne. | Vittorio Pozzo, Stampa Sera, 27 aprile 1961
Il dovere di fare ricorso
Riteniamo che la Juventus abbia non soltanto il diritto, ma anche il dovere di ricorrere. Non dovesse farlo tradirebbe gli entusiasmi dei suoi sostenitori e farebbe indirettamente un cattivo servizio allo sport. | Aldo Bardelli, Stadio, 27 aprile 1961
Campionato falsato
Nessun regolamento riuscirà a convincerci che è stato reso un buon servizio allo sport. L’Inter ha fatto il suo gioco. Forse la stessa Juventus si sarebbe comportata alla stessa maniera. La Lega non avrebbe potuto agire altrimenti. Ciò non toglie che il campionato sia stato falsato. Il verdetto di Milano sarà una cappa di piombo sui meriti della squadra campione. | Corriere dello sport, 27 aprile 1961
L’occasione perduta
L’Inter ha perduto una buona occasione per diventare la squadra più popolare d’Italia, rinunciando al reclamo e chiedendo di ripetere la partita. | il Roma, 27 aprile 1961
Le antipatie dell’Inter
La sentenza non giova all’Inter; anzi, accresce le antipatie di cui è già notevolmente circondata. Fomenterà i fischi e le imprecazioni, la trasformerà perfino in bersaglio di accuse che non merita. Anche questo torto ha la sentenza: d’aver ormai imposto al campionato una sola soluzione bene accetta all’opinione pubblica: quella del trionfo juventino. | il Mattino, 27 aprile 1961
30 maggio la classifica a una giornata dalla fine Juventus 46, Inter 46, Milan 44
Il verdetto capovolto
La Commissione d’appello federale ha deliberato di accogliere parzialmente il reclamo della Juventus, di annullare la delibera della Commissione giudicante, e disporre per la ripetizione della gara, e ha inflitto alla Juventus l’ammenda di lire 4 milioni | 3 giugno 1961
3 giugno la classifica a una giornata dalla fine dopo la sentenza Juventus 46, Inter 44, Milan 44 (Juventus e Inter una partita in meno)
La reazione di Angelo Moratti
Naturalmente la decisione della CAF ha sorpreso moltissimo gli ambienti interisti. Il presidente Moratti ha dichiarato di essere sbalordito di una simile decisione proprio alla vigilia dell’ultimo e decisivo turno di gare. | Corriere della sera, 4 giugno 1961
4 giugno ultima giornata Juventus-Bari 1-1, Catania-Inter 2-0, Milan-Vicenza 0-0 classifica finale Juventus campione con 47 punti, Inter 44, Milan 45 (Juventus e Inter una partita in meno)
I ragazzini schierati da Herrera
Herrera deciderà oggi la formazione dell’Inter che affronterà domani pomeriggio a Torino la Juventus nella ripetizione dell’incontro del 26 aprile; ma si presume che in campo scenderà una formazione priva i numerosi titolari, data l’indisponibilità di Balleri (squalificato), di Buffon, Picchi, Bicicli, Firmani, contusi o infortunati, e di Corso, Bolchi e Facchetti che giocheranno domani a San Siro nella semifinale della Coppa De Martino contro la Juventus. | Corriere della sera, 9 giugno 1961
La condanna di Vittorio Pozzo
L’avvenimento deve essere riportato nella storia del calcio italiano tale e quale esso è: come un gesto ignominioso nei riguardi della Federazione, della Lega, di una società consorella, dell’ambiente, del pubblico, di tutti quanti. Un gesto da condannare, e che la Lega così severa con tutti, è legalmente tenuta a punire con esemplare severità | Vittorio Pozzo, la Stampa, 11 giugno 1961
Da dove arriva l’anti-juventinismo
Sulle direzioni del favore popolare – il tifo! – varrebbe la pena di indagare con riferimenti socioculturali e persino etnici. Il primo responso, ad ogni modo, è questo: che agli italiani piace parteggiare per chi vince. La Juventus gioca bene, vince sempre e non è né lombarda né emiliana né veneta né toscana: appartiene a una regione che ha innervato l’esercito e la burocrazia nazionali: di quella regione, il capoluogo è stato anche capitale d’Italia. Nel Medio Evo non esisteva se non come povero villaggio. Nessuna città periferica aveva contratto odii nei suoi confronti, all’epoca dei Comuni. Essa batteva ormai le decadenti squadre del Quadrilatero e offriva agli altri italiani la soddisfazione di umiliare le città che nel Medio Evo avevano spadroneggiato: i romagnoli andavano in visibilio quando Bologna veniva mortificata dalla Juventus, così i lombardi di parte ghibellina come pavesi e comaschi quando le milanesi venivano battute in breccia, e ancora i lombardi che avevano squadre proprie, come bergamaschi, bresciani e cremonesi, e le vedevano puntualmente vendicate dalla Juventus. | Gianni Brera. Storia critica del calcio italiano (Baldini & Castoldi)
Chi passò dall’Inter alla Juventus: Roberto Boninsegna
«Sarei rimasto tutta la vita se non fossi stato tradito per la seconda volta».
➣ Come?
«Sono in vacanza a Viareggio, a pranzo con mia moglie. Mi telefona Fraizzoli e mi dice che mi ha venduto alla Juventus. Gli rispondo testualmente: “Presidente, alla Juve ci va lei”. Invece, come la prima volta a Potenza, parto perché allora non ci si poteva rifiutare. E dopo tanti anni ho ancora la sensazione che Mazzola c’entrasse qualcosa con quella cessione, perché guarda caso uno a uno erano andati via tutti i grandi tranne lui». | Intervista di Alberto Cerruti, la Gazzetta dello sport, 13 novembre 2013
Chi fu soffiato all’Inter dalla Juventus: Pietro Anastasi
«L’avvocato Agnelli mi voleva da mesi, da quando mi aveva visto segnare una tripletta contro la Juve. Quando seppe che ero a un passo dall’Inter chiamò il presidente del Varese, Borghi, imprenditore nel settore degli elettrodomestici, e chiuse la trattativa, aggiungendo ai 660 milioni dell’Inter una fornitura di motorini per frigoriferi».
Chi alla Juventus non andò: Sandro Mazzola
«Ho fatto bene anche a dare retta a mamma Emilia quando l’Avvocato in persona mi propose di passare alla Juve in cambio di un ingaggio raddoppiato e una concessionaria Fiat. Mi presi un giorno per riflettere, ne parlai subito in famiglia e mamma mi gelò: Sandrino, il figlio primogenito del capitano del Grande Torino, non può giocare nella Juventus. Pensai subito che avesse ragione». | Intervista di Nicola Cecere, la Gazzetta dello sport, 26 gennaio 2019
1998. Il rigore di Iuliano su Ronaldo
La diretta in tv che spaccò il Paese
Una partita di calcio è diventata l’espressione di un popolo, una cerimonia che ha unito il Paese per spaccarlo subito fra nerazzurri e bianconeri, fra vittime e colpevoli, fra onesti e furbi. | Aldo Grasso, Corriere della sera
Certo che il rigore c’era
Non si capisce come si possa parlare di ostruzione, visto che Iuliano va addosso a Ronaldo. Le immagini non lasciano alcun dubbio, forse in tempo reale e dall’alto non sembra un rigore clamoroso, ma dal campo e da vicino all’azione, era un rigore da fischiare. … Era presente il designatore Fabio Baldas, che al termine dell’incontro è stato negli spogliatoi a parlare con l’arbitro. Baldas ha giudicato l’incontro di una “difficoltà incredibile”, tanto da non ricordare nella sua carriera di arbitro (anche internazionale) e ora di designatore qualcosa di simile. … Ceccarini continuerà ad arbitrare in serie A, anche in questo fine stagione: non certo la Juve, però, che ha già diretto tre volte in campionato. “Certo che sono rimasto contento, oggi: non è stata una partita difficile, ho preso i provvedimenti che dovevo prendere” ha detto alla tv dopo l’incontro Ceccarini. “Non mi aspetto l’inferno”, aveva detto prima. | Fulvio Bianchi e Antonio Dipollina, la Repubblica, 27 aprile 1998
La moviola della Gazzetta
Zamorano entra in area, l’intervento di Birindelli va a vuoto, ma fa ciccare il tiro all’argentino, ed ecco che su quella palla si avventano Ronaldo e Iuliano. Ma lo juventino, ormai oltrepassato dalla palla, va dritto sul brasiliano dell’Inter toccandolo sia con le gambe sia con le braccia: anche queste, protese in quel modo, fanno capire che vuol contrastare l’uomo, non cercare di giocare. Ceccarini fa proseguire, ma l’intervento è da rigore. Torricelli spazza, Davids raccoglie e lancia a Zidane che dalla fascia sinistra crossa per Del Piero: West entra in ritardo e con la gamba colpisce al petto lo juventino. Nel giro di trenta secondi, rigore alla Juve: c’è. Come quello non dato all’Inter. | Antonello Capone, la Gazzetta dello sport, 27 aprile 1998
I meriti e le polemiche
“Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate” recita uno striscione juventino al Delle Alpi. L’ammonimento dantesco è profetico. Nel primo tempo per la bravura con cui Del Piero segna traendo profitto da un’esitazione di Fresi; nel secondo per le malefatte di Ceccarini, tra cui un evidente rigore negato a Ronaldo. … La Juve festeggia lo scudetto ma, ancora una volta, i suoi indiscutibili meriti passano in secondo piano rispetto alle polemiche suscitate dagli errori arbitrali. | Giorgio Tosatti, Corriere della sera, 27 aprile 1998
“ Il rigore su Ronaldo era netto, chiarissimo, l’arbitro doveva fischiarlo Luca Cordero di Montezemolo
La reazione di Massimo Moratti
Lo scudetto scivola via, i tifosi dell’Inter urlano “arbitropoli“. Moratti è passato nello spogliatoio, ha salutato Simoni, gli ha stretto la mano. E adesso parte la sua denuncia: «Questo campionato è falsato. Lo dico chiaramente: non è colpa della Juve e dei suoi dirigenti, ma del vertice della Federcalcio, troppo debole, e del designatore arbitrale. La decisione che prese mio padre nel ’61 (mandare in campo la squadra Primavera per protesta, quando la Caf cancellò la vittoria a tavolino all’Inter) era giusta: forse dovevo far giocare anch’io i ragazzini. Era da temere una cosa del genere, ed è successa. Ma ormai è la regola, è l’abitudine. Non pensavo fossero così sfacciati. Gli arbitri si portano dietro un complesso ogni volta che dirigono la Juve». | Fabio Monti, Corriere della sera, 27 aprile 1998
Breve storia della sudditanza psicologica
Proprio l’Inter che oggi si lamenta scatenò infatti l’uso di un neologismo sottile, la sudditanza, allorché i nerazzurri di Helenio Herrera trascorsero cento domeniche di campionato senza neanche un rigore contro: Cento-giornate-cento con l’area immacolata: dal 29 marzo ’64 al 19 marzo ’67, tre anni senza conoscere il sinistro brivido del dischetto. E quell’Inter non era proprio una squadra di damerini: Burgnich, Picchi e Tagnin non le mandano a dire. Come se gli attuali avversari della Juventus, per dire una squadra a caso, riuscissero a non cascare nei sedici metri quando si trovano al cospetto di Iuliano e Montero. Impossibile.
A quell’epoca, indica ancora Colombero, non era infrequente che le grandi del campionato restassero serene, in area, anche per anni. Immancabile una serie favorevole ai bianconeri, senza rigori contro per 74 giornate: dal 28 gennaio ’62 al 26 aprile ’64. E a quel tempo Moggi smistava direttissimi alla stazione di Civitavecchia, dunque non c’entrava. Venne trattato benissimo pure il Bologna (tremare il mondo faceva): 64 domeniche senza cadute altrui nell’area, dal 29 dicembre ’63 al 28 novembre ’65. Non c’erano moviole. Non c’erano processi con amici degli amici e amici degli arbitri. Ma esisteva, in compenso, il sentimento della vergogna. O dell’onestà. Tanto che l’allora commissario arbitrale Pier Giorgio Bertotto ammise che sì, le sue giacche nere potevano essere influenzate – inconsciamente? – dai colori delle giacche altrui. “Al cospetto di grandi squadre, l’arbitro può soffrire di sudditanza psicologica”. … “Ma certo che la sudditanza esiste” chiosa Gino Menicucci, ex direttore di gara internazionale. “Se l’editore chiama, il giornalista corre. Se la Juve o il Milan chiamano, l’arbitro ci pensa”. | Maurizio Crosetti, la Repubblica, 28 aprile 1998
Che cosa era successo con la Juventus quell’anno
Samp-Juve (1-1) – Montero salvato più volte dal rosso. L’arbitro ammonisce lo juventino per fallo da dietro su Montella, poi gli fa passare lisci, senza cartellini, un intervento su Tovalieri lanciato a rete e uno su Montella. Soltanto al quarto fallo su Montella (da dietro) Montero vede il secondo giallo e quindi il rosso.
Bari-Juve (0-5) – Espulso Neqrouz per doppia ammonizione: giusta la seconda (piedi uniti su Di Livio), ma la prima sembra eccessiva. Montero dà una gomitata a Ventola: giallo, ma poteva essere rosso.
Juve-Udinese (4-1) – Dopo l’1-1 Bierhoff tira dentro la rete, Ferrara ricaccia fuori la palla quando questa è già abbondantemente oltre la linea: gol non convalidato.
Napoli-Juve (1-2) – Sullo 0-0 dubbi su un fallo da rigore su Protti.
Brescia-Juve (1-1) – Dopo lo 0-1 Montero spinge in area Hubner: rigore non dato.
Juve-Napoli (2-2) – Palla di Bellucci sulla traversa e a terra: oltre la linea? Resta il dubbio. Per l’arbitro non è gol.
Lazio-Juve (0-1) – Testa di Casiraghi, Iuliano salta col pugno alzato e devia: niente rigore.
Empoli-Juve (0-1) – Tiro di Bianconi, Peruzzi devia quando la palla ha oltrepassato la linea: l’arbitro là davanti non dà il gol dell’1-1. | la Gazzetta dello sport, 28 aprile 1998
Non date dello juventino ad Altobelli
“Signori, i caffè”. Il proprietario del locale arriva al tavolo col sorriso di quello che sta per dire qualcosa di simpatico, o almeno così crede: “Il primo è per lei, signor Altobelli”. Mi porge la tazzina e poi mi rivela il motivo della precedenza accordatami: “Io sono juventino e lei è l’unico saggio del gruppo. L’unico che è passato dall’Inter alla Juve”.
“Guarda”, gli rispondo con un sorriso velatamente amaro, “fai una cosa: il caffè dallo ai miei compagni, io lo prendo al bar”.
Questa storia va chiarita una volta e per tutte. Non è possibile che dopo trent’anni mi venga detto ancora che sono passato alla Juve. È vero, ho giocato nell’Inter e poi nella Juve, ma mi pare di capire che non si conosca bene tutto quello che è successo in mezzo. | Alessandro Altobelli, L’Inter ha le ali (Piemme). Con Giuseppe Baresi, Evaristo Beccalossi, Carlo Muraro
2006. Il trauma di Calciopoli
Le schede svizzere di Luciano Moggi
0041764334741. La fine del sistema Moggi comincia così, con questo numero di telefono svizzero chiamato imprudentemente all’una e quattro minuti del 9 febbraio del 2005. Una traccia decisiva, un filo. … A chiamare nel cuore della notte, è Atalanta (il nome in codice di Paolo Bergamo; Pairetto, per la cronaca, è Pinocchio). Atalanta usa il suo numero italiano, e quindi è intercettato. Gli investigatori sono proprio curiosi di sapere chi risponderà a quegli squilli. E quando sentono la voce, inconfondibile, di Moggi, capiscono tutto. Capiscono il senso di quelle misteriose chiamate fatte solo di due parole – il nome di chi chiamava e l’imperativo: «Apri». Capiscono come mai non avevano mai trovato fin lì contatti tra Moggi e gli arbitri. Capiscono, insomma che esiste un mondo parallelo, una sorta di Matrix telefonica che connetteva Moggi a chissà quanti arbitri e guardalinee. Seguendo i contatti di quella scheda svizzera, «consegnata» involontariamente da Bergamo, i carabinieri di Roma arrivano a isolare una cinquantina di schede, 31 delle quale particolarmente attive. Di queste, alla fine delle indagini, solamente 21 verranno abbinate a un “proprietario”. Ma tanto basterà a far cadere definitivamente la maschera del calcio italiano. | Marco Mensurati, la Repubblica, 22 aprile 2007
Secondo il filosofo Gianni Vattimo
Come dicevano i sofisti: quando si va a teatro è meglio lasciarsi ingannare che non lasciarsi ingannare. Ma quando è troppo è troppo. | Intervista di Andrea De Benedetti, il Manifesto, 16 giugno 2006
La versione di Tavaroli
➣ Tavaroli, è vero che lei e Cipriani avete anticipato Calciopoli svolgendo un’indagine su De Santis?
«Mai fatto indagini. Andrebbe chiesto a Cipriani. Comunque io sono un tifoso del Toro: e ho detto tutto». | Intervista di Paolo Colonnello, la Stampa, 1 agosto 2006
“ Tifo per la Juventus. Sono bianconero dentro. Amen, l’ho detto Christian Vieri | Intervista a Chi, 17 luglio 2013
Ibrahimovic e lo smembramento della Juventus
La nuova dirigenza post-Calciopoli Ibrahimovic non lo voleva dar via, no. Gli si chiedeva di passare un anno in purgatorio in B, né più né meno di quanto avrebbero fatto Gigi Buffon (allora il più grande portiere del mondo), Alex Del Piero, l’ex Pallone d’oro Pavel Nedved, l’immenso Mauro German Camoranesi, un tornante che non sfigura nel paragone con Franco Causio. La scena me l’ha raccontata Giovanni Cobolli Gigli, uno dei nuovi dirigenti della Juve post-Moggi. Una discussione durata un bel pezzo della notte. Da una parte del tavolo Cobolli Gigli e Jean-Claude Blanc, dal giugno 2006 direttore e amministratore delegato di ciò che era sopravvissuto della Juve. Dall’altra il nomade del calcio Ibrahimovic, il giocatore che cambia maglia con la stessa indifferenza con cui io cambio il pigiama ogni tre giorni. Niente da fare. Ibrahimovic continuava a battere i pugni sul tavolo, perché in serie B non ci voleva giocare neppure una sola domenica. … Dal punto di vista emotivo e sentimentale, per il sottoscritto Ibrahimovic è come morto quella notte. Non lo voglio vedere né alle cinque della sera né a nessun’altra ora della giornata. | Giampiero Mughini. Sempre una gran Signora (Mondadori)
Il ciclo dell’Inter e il ribaltone sentimentale
Una squadra che vince con la tracotante facilità dell’Inter non può che risultare odiosa a tutti (tranne che ai suoi tifosi). Il gruppo nerazzurro può dunque godersi la solida impopolarità di questi mesi, dopo lunghi anni nei quali era simpatica a tutti anche perché era diventata un’impagabile oggetto di dileggio. Certo, il passaggio dalla romantica aura di nobili e perdenti all’attuale condizione di padroni detestati è stato, per gli interisti, davvero brusco». | Michele Serra, la Repubblica, 24 gennaio 2007
Convincersi di una tesi
Gli juventini con il tempo hanno riacquistato la solerzia degli innocenti, si convincono a vicenda che una grande ingiustizia è stata fatta e non si fanno altre domande. Non hanno altra memoria. Gli interisti, dirigenza compresa, non riescono dal canto loro a riaversi dalla coscienza di essere impopolari. Pensavano che tanti anni di sciocchezze valessero piccoli investimenti in simpatia, ma così non è mai». | Mario Sconcerti, Corriere della sera, 22 gennaio 2007
La versione di Luciano Moggi su quegli anni
➣ Chi ti chiama?
«Gli amici. Ne ho tanti ancora nel calcio. Ma resto vicino alla mia Juve. Con Andrea Agnelli mi sento spesso. È un ragazzo sveglio. È stato con noi 12 anni e ha imparato tutto. Lui lo sa bene che gli scudetti sono 36, tutti conquistati sul campo. Nessuno ha mai aiutato la Juve a vincere».
➣ Fai il bravo ragazzo, pentiti, confessa le tue colpe. Se non per me, fallo per Padre Pio che ti guarda ed è pronto ad assolverti dal fondo del giardino.
«Dovevo difendermi. Alla Juve avevo due occhi davanti e due dietro. Subodoravo le cose. Carraro e Galliani, presidenti di federazione e di lega, facevano gli interessi del Milan e Facchetti faceva lobbing con gli arbitri a favore dell’Inter».
➣ Eviterei di parlare di Facchetti. Eccesso di legittima difesa. Almeno questo vogliamo ammetterlo?
«Parlavo con i designatori arbitrali, è vero. Ma allora era consentito e nessuno può dire che ho mai chiesto di vincere una partita. Chiedevo solo arbitri all’altezza. È un illecito questo? Il problema vero è che dentro la Juventus c’era una resa dei conti per farci fuori».
➣ Racconta.
«Quella famiglia Agnelli è sempre stata un Far West e avevano paura che Giraudo, delfino di Umberto Agnelli, prendesse troppo potere». | Intervista di Giancarlo Dotto, Corriere dello sport-Stadio, 29 agosto 2018
Il disamore di Veltroni
«A me Calciopoli ha lasciato un grande disamore. Ammesso e sperando che sia davvero finito e che questa cupola sia stata sventrata, perché a me capita spesso di parlare con persone che si occupano di calcio e mi sembra che non ci sia ancora la certezza che sia così». | Intervista di Diego Antonelli, la Gazzetta dello sport, 22 marzo 2008
La nuova età dell’alleanza
Agnelli e Zhang hanno un rapporto cordiale, si sentono non con frequenza ma con una certa regolarità e condividono alcuni obiettivi di politica interna ed estera. Calciopoli non è tema di discussione – l’arrivo di una nuova proprietà ha aiutato – e i due club hanno dimenticato gli antichi veleni e scelto posizioni piuttosto vicine. Curiosamente, soprattutto in campo internazionale. L’Inter ha sostenuto l’elezione di Agnelli a presidente dell’Eca, comunque non in discussione, e Agnelli è stato tra i più favorevoli alla nomina di Zhang jr nel Club Competition Committee, il comitato che si occupa delle competizioni europee. Juventus e Inter sono state unite sulla riforma della Champions e sulle modifiche alla struttura delle coppe, con l’introduzione della terza competizione e il progetto Superchampions. In Italia logicamente è più semplice avere visioni diverse ma Agnelli in autunno ha addirittura proposto Massimo Moratti, con cui ha familiarità da quando era bambino, come nuovo presidente federale. | Luca Bianchin e Davide Stoppini, la Gazzetta dello sport, 8 dicembre 2018
DALLA NEWSLETTER DEL 7 MARZO 202016