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Nella Spagna che nelle ultime 24 ore ha contato 158 morti e 1.700 contagi in più, cinque tesserati del Valencia sono stati trovati positivi al virus. Tre sono giocatori: Ezequiel Garay, Eliaquim Mangala e Jose Luis Gayà, e due membri dello staff tecnico: Paco Camarasa e il dottor Juan Aliaga. Garay ha dato l’annuncio via social. Un sesto nella Liga, il primo in ordine cronologico, è Jonathas dell’Elche. L’ Atalanta avrebbe voluto riprendere gli allenamenti dopodomani, ma è ora in autoisolamento, avendo giocato in Champions con il Valencia la settimana scorsa, e ha rinviato l’attività al 24 marzo. “Sempre che si possa per davvero” commenta Guido De Carolis su Corriere della sera. Il bilancio in Serie A è salito intanto a 12 atleti, Edgar Barreto è l’ottavo nella sola Sampdoria. Ai giocatori della Juventus in quarantena dopo la positività di Rugani sarà fatto il tampone nei prossimi giorni.
Tutto è cominciato col viaggio a Milano per la sfida con l’Atalanta Al Valencia non sono riusciti a evitare il coronavirus nonostante le barriere che hanno cercato di erigere. Il club sta lottando da quasi un mese, in particolare dal 28 febbraio, ma ha subito altri cinque contagi. Il Valencia ha chiuso la cittadella sportiva dopo i primi casi positivi nella città di Turia. Il contagio è avvenuto a Milano, e tra le persone colpite c’erano anche giornalisti che hanno seguito la squadra per la partita di Champions contro l’Atalanta (il 19 febbraio). Il Valencia ha quindi deciso di isolare la squadra dal contatto diretto con i media. Le conferenze stampa, la zona mista e le interviste programmate per quei giorni sono state cancellate, sia al centro sportivo che allo stadio Mestalla. | Diario As
Il club teme che i contagiati crescano Valencia è il primo focolaio del coronavirus nella Liga, cinque infetti in prima squadra. Tutti stanno bene, la maggior parte non presenta sintomi ma il club sospetta che nelle prossime ore il numero di contagiati crescerà, considerati i numerosi contatti che ci sono stati fino a venerdì scorso. I giocatori sono tornati a casa, il club ha sospeso gli allenamenti per la diffusione del virus e per il blocco del campionato. | Mundo Deportivo
La quarantena di Gosens «L’abbiamo sottovalutato tutti, io per primo. “Al massimo è un’influenza”, mi dicevo. E sono uscito, sono andato al ristorante, ho incontrato gli amici. Non conoscevamo questo nemico e la sua capacità di contagio, lo abbiamo capito solo quando i casi erano già tantissimi. Troppi. Quando ci hanno spiegato il significato di quelle due parole: zona rossa».
➣ Una cosa che ci chiediamo in tanti, in questi giorni: tre cose che prima non facevano parte delle sue giornate, e adesso sì? «Ho molto più tempo per la mia fidanzata, per studiare e preparare qualche esame di psicologia, per leggere dei libri che erano rimasti lì, in attesa di essere aperti. E poi mi alleno un po’ a casa, anche se è stranissimo. Non è strano farlo a casa: è strano farlo senza sapere quando mi servirà». | Intervista di Andrea Elefante, la Gazzetta dello sport
Prandelli e i lutti di Orzinuovi «Quando siamo scossi da un evento traumatico ci promettiamo di cambiare, salvo tornare subito nel solito frullatore. Adesso dovremo vivere due o tre mesi quasi isolati, recuperando valori che prima erano travolti dai ritmi frenetici della nostra vita».
➣ Si è spiegato come mai il coronavirus ha preso di mira Orzinuovi? «Ci sono molte teorie e qualche leggenda. Forse si è sviluppato al bocciodromo o al mercato del fieno, di sicuro c’erano persone di Lodi che inconsapevolmente possono aver iniziato il contagio».
➣ Medici e infermieri sono i nuovi eroi. «Sorrido di fronte a chi dice che facciamo dei sacrifici a stare in casa. I sacrifici li fa chi lavora 24 ore al giorno per salvare delle vite».
➣ E il calcio, come al solito, ha fatto una figuraccia fermandosi in ritardo. «Non era una decisione facile da prendere. Forse qualcuno ha pensato di poter gestire una situazione diventata ingestibile». | Intervista di Alessandro Bocci, Corriere della sera
I calciatori come cavie Nel suo primo articolo per il Sunday Times, Wayne Rooney ha criticato i ritardi con cui l’Inghilterra si è mossa per sospendere la Premier. «Sembrava di essere trattati come cavie. Il resto dello sport – tennis, Formula 1, rugby, golf e il calcio negli altri paesi – si stava fermando, mentre a noi veniva detto di continuare. Io e i mei compagni ci siamo allenati aspettando il discorso di Boris Johnson. Per fortuna il calcio alla fine ha fatto la scelta giusta. Alcune persone non saranno felici ma in questo caso il calcio deve essere messo in secondo piano. È uno sport, è solo uno sport. Perché aspettare fino a venerdì? Perché ci voleva la positività di Mikel Arteta per fare la cosa giusta? Se qualcuno dei miei familiari dovesse essere infettato da me, e magari ammalarsi seriamente, penserei di non giocare mai più. Non perdonerei mai le autorità. Io sono solo un giocatore tra migliaia, ma scommetto che molti la pensano come me».
Roberto Zanini su il Manifesto annota: “Curiosamente, i commenti dei lettori del Sunday Times sono tutti violentemente anti-Rooney, e tutti o quasi permeati dalla retorica dell’”andate a lavorare anche voi, ricchi mocciosi viziati”.
Sul piano politico la linea di Boris Johnson (“sviluppare l’immunità di gregge”), scrive Aldo Cazzullo su Corriere della sera “è stata elogiata dai quotidiani vicini al governo, compreso il Times, ed è stata paragonata allo stoicismo churchilliano; ma che può costare carissimo sia agli inglesi, sia al mitico National Health Service, che non si è ancora ripreso dai tagli thatcheriani (e blairiani). C’è da scommettere che nel giro di giorni, se non di ore, la strategia sarà rivista: già ieri è stato consigliato agli over 70 di restare in casa. Di sicuro far giocare a porte aperte Liverpool-Atletico Madrid di Champions League, con tremila tifosi madrileni sugli spalti, è stato un rischio pazzesco”.
Noi e gli altri Stamattina l’Équipe dedica 6 pagine alla domenica italiana svuotata di sport. Con cronache dalle città con le bandiere ai balconi e l’attività virtuale dei pallavolisti sui social. Mundo Deportivo dedica all’isolamento italiano la sua prima pagina, con un’intervista a Demetrio Albertini (ha giocato anche nell’Atlético Madrid) che racconta di uscire di casa solo per andare a fare la spesa con guanti e mascherina. «Sono 15 giorni di sacrificio per recuperare la libertà. Non si tratta di essere un super eroe ma di essere responsabili e di chiudersi ognuno in casa. Un cambio incredibile nella mia vita: i figli fanno lezione su internet, io tengo le mie riunioni in call conference». Anche il quotidiano catalano, come ieri alcuni giornali italiani, ha intervistato Fabio Cannavaro, rientrato in Cina. Frase chiave: «La polizia cinese gira per le case a prendere la temperatura e se non ci sei, ti arrestano».
Gli errori italiani che l’Europa ha ignorato L’esempio italiano è stato un’occasione persa per tutto il calcio europeo. Una volta verificato che la concentrazione di persone causata da una partita era la principale fonte di trasmissione del virus in Italia, abbiamo seguito con grande apprensione le immagini di Valencia-Atalanta, con centinaia di tifosi spagnoli che hanno accolto la loro squadra fuori dallo stadio e quelle di PSG-Borussia Dortmund, con una gran quantità di loro riuniti fuori dal Parc des Princes, o Liverpool-Atlético de Madrid, con Anfield pieno di tifosi sia inglesi sia spagnoli. Questo perché in Spagna, Francia e Inghilterra, la percezione del pericolo era ancora allo stadio dell’incredulità. Non c’è niente di peggio che vedere come i tuoi errori non abbiano insegnato nulla ai tuoi amici. | Paolo Condò, l’Équipe
Bollettino Rinviati a giugno gli Europei di arrampicata sportiva in programma a Mosca. Una positività presso il Centre d’Alt Rendiment di Sant Cugat (CAR) ha spinto la Spagna a chiudere la struttura: le nazionali di pallanuoto maschile e femminile, fresche del titolo europeo, non potranno allenarsi per i prossimi 15 giorni. Rafa Aguilar, il direttore tecnico ha detto a Sport: “Stiamo affrontando una situazione straordinaria. Tutto va molto velocemente. Martedì scorso giocavamo in Serbia e ora è tutto chiuso. Bisogna stare tutti a casa, nessuno pensi ad allenarsi. Prima siamo persone e poi atleti”.
In quarantena la tennista Yaroslava Shvedova, 32 anni, per aver volato verso il Kazakistan a bordo di un aereo su cui viaggiava un passeggero contagiato dal virus.