Geografia di Francesco Moser: frammenti d’archivio dei luoghi dei suoi 70 anni

Palù di Giovo 19 giugno 1951 | La nascita – le origini

È di Palù di Giovo, un paesetto in Val di Cembra ad una ventina di chilometri da Trento, tanto quanto basta per sembrare un altro mondo. Poco più di cinquecento abitanti, molta campagna, qualche cava di porfido e tanta grappa. Francesco ha sei fratelli e tre sorelle, suo padre muore quando lui ha tredici anni, ci vogliono braccia buone per i campi. L’unico genere che esportiamo, dicono a Palù, sono i preti: uno dei suoi fratelli, Claudio, è frate a Boston; anche Francesco firma per entrare in seminarlo, ma poi ci ripensa, quando vanno a cercarlo non si fa trovare, chissà dove si è nascosto. Mamma Cecilia scuote la testa, dice che ha perso un buon contadino e non sa se ha trovato un buon corridore. Ma poi Francesco comincia a vincere e sui muri di Palù di Giovo cominciano a vedersi scritte tipo questa: «Dai, Checco, avanti a tutta grappa» (Maurizio Caravella, la Stampa, 11 settembre 1976).

 

«La bici era solo un modo per spostarsi la domenica con gli amici. Però il ciclismo è dentro il nostro sangue. Si mangiava sempre polenta, eravamo allenati dalla campagna, forse è questo il segreto dei Moser: la bigoncia per portare l’uva, che mio padre mi mise sulla schiena quando avevo sei anni. Nella lingua trentina si chiama congiàl. Avevo vent’anni, il Coppi trentacinque, allora agli anziani si portava rispetto senza soggezione: al Lombardia lo staccai sul Ghisallo, poi ci riprese e trionfò. Era un uomo pieno di solitudine». (Suo fratello Aldo Moser a Maurizio Crosetti, la Repubblica, 14 giugno 2011)

 

Caldara luglio 1969 | «Prima corsa a 18 anni, a Caldara, in luglio, nel giorno della Sagra di Palù di Giovo. Vinco il Gran Premio della montagna, ma foro su uno sterrato e chiudo al quarto posto. Prima vittoria alla seconda gara. Poi ne sono venute tante». (Francesco Moser a Pier Bergonzi, la Gazzetta dello sport, ieri)

 

«Mio padre mi accompagnò alla prima corsa, io forai e lui mi cambiò il tubolare, c’era la strada bianca e arrivai secondo. La domenica dopo, vinsi» (Francesco Moser a Maurizio Crosetti, la Repubblica, 14 giugno 2011) 

Io una volta ho dettato “Moser attacca in discesa”

ed è uscito sul giornale “Moser attacca in difesa”,

che è quasi meglio, e poi dà più da pensare

Gianni Mura

 

San Pellegrino, 22 giugno 1971 | Leader tra i dilettanti

Francesco Moser si è confermato leader della classifica nell’ottava tappa della Ravenna-San Pellegrino, giro ciclistico d’Italia per dilettanti che si conclude oggi con la frazione di 148 km da Ospitaletto a San Pellegrino Terme. In classifica generale è seguito da Perletto a 1’04” (flash la Stampa)

 

Asiago 10 giugno 1972 | Il passaggio al professionismo

Patetico addio al Giro di Aldo Moser, il decano dei nostri ciclisti. Sofferente da giorni a causa di una duodenite che gli impedisce di nutrirsi completamente e di digerire il poco che riesce a mandare già, il trentottenne trentino non ha preso via da Asiago. Non si ritirerà. Correrà anche il prossimo Giro d’Italia, lo ha già annunciato, al fianco del fratello Francesco, uno dei più reputati dilettanti del momento che, liberato dal blocco olimpico, passerà al professionismo la prossima stagione (Corriere della sera)

 

Charleroi 18 aprile 1973 | La prima Freccia Vallone con Merckx 

Su uno spietato percorso infarcito di pavé e di muri brevi e secchi, in una giornata orripilante, frustata da un vento spaventosamente gagliardo, dalla pioggia grlida, dalla neve che durante la prima ora di corsa ha sparato addosso ai corridori chicchi gelati che facevano male come fossero pallini sparati da un fucile da caccia, Moser ha sofferto ma ha tenuto il passo di Merckx e di tanti altri grandi del ciclismo mondiale (Fulvio Astori, Corriere della sera)

 

Firenze 2 giugno 73 | La prima tappa vinta al Giro

Nel parco delle Cascine, che da qualche mese il sindaco di Firenze ha chiuso alle automobili pensando al domani di tutti, ha vinto Francesco Moser ex-dilettante non ancora ventiduenne che, assieme a Battaglin, può dare un domani al nostro ciclismo. Erano in quattro in fuga con il beneplacito più o meno ufficiale di Merckx visto che nessuno era uomo da classifica. Sono piombati a velocità pazzesca su Firenze, rotolando dai dolci colli del Chianti (Fulvio Astori, Corriere della sera)

 

Reggio Calabria 24 marzo 1974 | La prima vittoria su De Vlaeminck

Successo imprevisto e perentorio dei giovani italiani al giro ciclistico della provincia di Reggio Calabria: sul traguardo reggino, dopo una fuga autoritaria, si sono infatti presentati Francesco Moser e Giovan Battista Baronchelli in compagnia del fortissimo belga Roger De Vlaeminck. E quando ci si aspettava che il velocista belga con una zampata, battesse sia Moser sia Baronchelli, proprio il giovane Moser è schizzato sotto il traguardo, bruciando per un’inezia il più esperto compagno di fuga (Corriere della sera)

 

Pescara 22 giugno 1975 | La prima maglia tricolore

Francesco Moser, più che mai solo contro tutti (anche i suoi compagni gli hanno offerto ben poca collaborazione), si è imposto nel Trofeo Matteotti, togliendo a Paolini — che la indossava da due anni — la maglia di campione d’Italia. Una corsa deludente, dominata dalla paura e dal caldo, ma un vincitore degno: era il grande favorito, ed ha confermato di essere, attualmente, il più forte dei corridori di casa nostra. Contro questo Moser super, coalizioni e tattiche non hanno avuto il minimo effetto, perché, tra lui e gli altri, oggi come oggi, esiste quasi un abisso. «Ero solo contro tutti — spiega — e lo prevedevo. Ma speravo che i miei compagni, almeno loro, mi avrebbero dato una mano: e invece, quando qualcuno attaccava, dovevo reagire personalmente, perché nessuno dei miei si muoveva. Oggi ho potuto rimediare, e va bene. Ma al Tour, che cosa succederà? Se i miei compagni non sono in forma, io rischio di andare in Francia soltanto per fare delle figuracce. La mia squadra non funziona assolutamente, ho puntato tutto sul Tour e ho paura di trovarmi solo anche in Francia. Con dei compagni così, che speranze posso avere?». (Maurizio Caravella, la Stampa).

 

Charleroi 26 giugno 1975 | La maglia gialla al Tour

Per un secondo e 44 centesimi Francesco Moser ha vinto il primo duello con Eddy Merckx, esordendo clamorosamente al Tour con un trionfale successo nel prologo a cronometro svoltosi oggi pomeriggio a Charleroi. Moser, dopo aver rischiato un incidente per lo scoppio d’un tubolare mentre provava sul percorso, ha affrontato il pericoloso tracciato sulle strade di Charleroi, ricco di curve, di pavé e di attraversamenti di binari, con una temerarietà di cui soltanto lui è capace. Tagliando le curve ai limiti del massimo pericolo, il kamikaze italiano è riuscito a realizzare in questa breve ma insidiosa gimcana un tempo di 8’49″82, che ha costituito un tetto invalicabile per tutti, Merckx compreso.  Oltre centomila persone hanno seguito sulle strade di Charleroi, in un clima di festa reso ancor più evidente dal caldo e dal conseguente consumo di fiumi di birra” (Gianni Pignata, la Stampa)

 

Como 11 ottobre 1975 | Il primo Lombardia

Il ciclismo italiano conclude in gloria questa sua sconcertante stagione più ricca di delusioni che di risultati positivi, con lo strepitoso successo del suo uomo di punta, Francesco Moser, in un Giro di Lombardia che avrebbe dovuto avere sulla carta — e non ha avuto in pratica — un’impronta tutta belga. Sul rettilineo d’arrivo posto in piazza Cavour a Como, sono giunti infatti, su 106 partenti da Milano, soltanto 18 corridori. Ha piovuto senza soste dal principio alla fine, la corsa si è snodata ai piedi di montagne già spruzzate dalla prima neve anticipando l’inverno con un freddo non tanto intenso quanto sgradevole perché inatteso. Francesco Moser, alla vigilia, stentava a credere in se stesso e si confessava anzi vittima di una certa «nausea della bicicletta» perché provato dalla lucrosa, estenuante tournée all’estero che lo ha consacrato dopo il Tour come una vedette internazionale. (Gianni Pignata, la Stampa)

 

Ostuni 5  settembre 1976 | Il Mondiale perso con Maertens

Si annunciava un duello tra italiani e belgi, Moser-Gimondi di qua, Maertens-Merckx di là. Si annunciava pure un certo tiro incrociato fra i giovani frettolosi di veder soddisfatte grosse ambizioni e i vecchi tutt’altro che disposti a lasciare il campo: Moser-Maertens da una parte, Merckx e Gimondi dall’altra. Hanno vinto i giovani, ha vinto il belga perché dei due è stato il più veloce, ma anche il più furbo. Viene dalla montagna Moser, Maertens invece viene dalle Fiandre, un paese piatto e misterioso dove si impara presto a dire una cosa per farne un’altra, dove la gente non deve mai sapere del tutto cià che uno tiene dentro. Viene dalle kermesse, dai giochi su pista. e in più ha tanta classe ed è più veloce di Moser. Come può aver pensato, Moser, di riuscire a non farsi giocare da uno così? Un campionato mondiale si vince anche in un certo modo. Andar via a testa alta, come è accaduto qui a Ostuni, a volte non ripaga (Fulvio Astori, Corriere della sera)

 

Monteroni 10 settembre 1976 | La maglia iridata nell’inseguimento

Francesco Moser è campione del mondo. La soddisfazione che gli è stata negata da Freddy Maertens sul circuito di Ostuni, il «purosangue» trentino se l’è presa questa sera sulla pista di Monteroni, stracciando, nella finalissima del campionato del mondo dell’inseguimento, lo specialista olandese Roy Schuiten, da due anni in possesso della maglia iridata e considerato da tutti il superfavorito per un «tris» che in passato era riuscito soltanto al nostro Messina ed al francese Rivière. Al centro della tribuna il presidente del Consiglio dei ministri on. Andreotti, Invitato d’onore, con il ministro della Difesa on. Lattanzi. L’azione del trentino era piena, poderosa, implacabile. Roy Schuiten, abituato ad una partenza lenta e ad un progressivo crescendo del ritmo, ne era sorpreso, quasi annichilito. L’olandese tardava a reagire, mentre Francesco, sostenuto dal delirante entusiasmo della folla pugliese, inanellava giro su giro sempre alla stessa inesorabile cadenza: tre secondi portati via a Schuiten nei primi tre giri e poi un crescendo quasi inarrestabile (Gianni Pignata, la Stampa)

 

Solarino 29 marzo 1977 | La prima sconfitta da Saronni

Un pauroso incidente che avrebbe potuto avere ben più gravi conseguenze ha falsato la conclusione del Trofeo Pantalica. Un agente della Stradale che precedeva di pochissimo il gruppo di ventitré uomini, già lanciati nello sprint, ha improvvisamente rallentato essendosi accorto che alla moto d’un suo collega era scoppiata una gomma. Alcuni corridori, e fra questi Saronni e Paolini, sono riusciti ad evitarlo con uno scarto improvviso; Moser, invece, lo ha urtato con una spalla, a duecento metri dallo striscione. La volata ha registrato una lotta in famiglia tra il giovanissimo Saronni (diciannove anni e mezzo) e l’anziano Paolini, entrambi della Scic. Ha prevalso, proprio negli ultimi metri, la brillante promessa milanese, che corona così con il primo successo della carriera una seria di sei piazzamenti (fra cui tre secondi posti) in questo scorcio di stagione. Alle spalle di Saronni e Paolini si sono piazzati Francioni, un altro ex dilettante, il toscano Mazzantini e lo sfortunato Moser. Il campione della Sanson (il quale presentava un vistoso ematoma alla spalla) s’è detto certo che, senza l’incidente, avrebbe senz’altro vinto” (la Stampa). 

 

Verviers 7 aprile 1977 | La Freccia Vallone vinta a tavolino

Il grande, imprendibile Freddy Maertens ha colpito ancora: Moser e compagni hanno dovuto accontentarsi della volata per il secondo posto (vinta appunto da Francesco), ma erano trascorsi già 3 minuti dal momento in cui il vincitore aveva tagliato il traguardo della Freccia Vallone. Con questa vittoria in una delle più famose classiche del Belgio, Maertens, nel ribadire la sua assoluta supremazia, ha ancora una volta messo a tacere i suoi denigratori, quelli cioè che lo accusavano di essere un «succhiaruote». Il fiammingo è veramente un campione, un grande finisseur. Il ciclismo italiano si consola con il terzo posto di Beppe Saronni: il ragazzo diciannovenne, al suo esordio professionistico, ha già dato ampie prove d’essere un corridore «vero» (la Stampa).

Maertens sarebbe poi stato squalificato: primo Moser, secondo Saronni

 

San Cristobal 4 settembre 1977 | La maglia iridata e la rivincita su Maertens

Sul podio, sotto le bandiere che un autentico uragano strappa al cerimoniale della premiazione, che va a farsi benedire, c’è Francesco Moser campione del mondo. Ha atteso per un anno questo giorno, il giorno della vendetta. Nel settembre dell’anno scorso, uno sicuramente più furbo di lui, ma di lui sicuramente meno onesto e meno campione, giocando come il gatto col topo, facendogli credere di essere sfinito, ma puntualmente dimenticandoselo quando era l’ora di beffarlo in volata, lo aveva sconfitto. Oggi quel campione, un belga, Freddy Martens, non è neppure giunto al traguardo. (Fulvio Astori, Corriere della sera)

 

«Questa maglia iridata vuol dire tappare la bocca a molti, che non mi credevano così come sono»

Francesco Moser

 

Doveva essere questo per lui il Mondiale del coraggio. Il coraggio doveva consistere nell’invenzione un’altra volta la corsa con la stessa ostinazione cosciente con la quale l’aveva inventata l’anno passato ad Ostuni. Il coraggio di aspettare l’ora giusta per partire dopo di avere fiutata la ruota dei pochi avversari che avrebbero potuto batterlo in volata (Bruno Raschi, la Gazzetta dello sport)

 

voci «Andarono via Moser, Bitossi e Thurau. Bitossi si sacrificò. Poi si staccò. A un giro dalla fine, Moser e Thurau avevano 3’ di vantaggio, ma il tedesco non tirava. Tentai un trucco. Dissi a Moser, in modo da farmi sentire: “Tira di meno che dietro c’è Bitossi che rientra”. Thurau incominciò a tirare. Ma a 6 chilometri dal traguardo, Moser forò. Si sfilò e mi fece segno con un dito. Thurau se ne accorse solo quando si fermò. Piazzalunga gli cambiò la ruota in 7”. Quattrocento metri dopo era rientrato».

Il Ct Alfredo Martini

 

Roubaix 16 aprile 1978 | Sul pavé con la maglia iridata: l’alleanza con Roger

Ha il fango perfino nei capelli, lo sforzo è stato tremendo. Lo abbracciano, lo baciano, Moser si sente a casa sua, come s’è sentito a casa sua in mezzo agli italiani in quel meraviglioso giorno in Venezuela. Un capolavoro in una corsa massacrante. Oggi più che mai quella maglia con i colori dell’iride è sulle spalle del corridore più degno. Un capolavoro di Moser, ma un capolavoro anche di De Vlaeminck, che ieri ha pagato – magari anche con gli interessi – il debito che aveva contratto alla Sanremo e che non aveva ancora saldato (Maurizio Caravella, la Stampa)

 

Nürbürgring 27 agosto 1978 | La volata mondiale persa con Knetemann

Tre campionati mondiali di seguito con il palpito finale: vince lui o vince l’altro? Una volta ha vinto lui, due volte hanno vinto gli altri. Quest’anno lassù ci è andato Gerrie Knetemann, atletico olandese di 27 anni, che per vincere una grande corsa classica, ha aspettato proprio questo mondiale che sul Nürbürgring si è disputato in un clima decisamente invernale con freddo, pioggia, vento, la gente prima a mollo nei prati, poi sull’asfalto del circuito ben al di qua delle transenne, infischiandosene del minaccioso servizio d’ordine.

Moser e Saronni mai l’uno al fianco dell’altro, ma sempre uno sulla ruota dell’altro, Moser per tentare di piazzare la botta vincente ritenendosi l’autentico numero uno in corsa, Saronni per tentare di restare il più possibile nei paraggi di Moser con la speranza di batterlo poi in volata. Ormai non ha più importanza, il mondiale che Moser poteva vincere e che Saronni pensava di poter vincere è perduto (Fulvio Astori, Corriere della sera)

 

voci  «Ho svolto onestamente il mio lavoro. Io sono stato ai patti e non ho danneggiato nessuno, fossi stato al posto di Moser avrei fatto meglio di lui perché io sono più veloce di Knetemann. Prima eravamo in fuga in tre: o noi andavamo proprio piano, oppure dietro non si è fatto quello che si doveva fare. Bisognerà chiarire bene, tanto per sapersi regolare la prossima volta. Una volta presi non tre, non ho capito perché Moser sia subito scattato. Avrebbe potuto aspettare un attimo, farmi respirare, per la volata finale mi sentivo sicuro. Non immaginavo che lui se ne andasse così, su quello strappo».

Giuseppe Saronni

 

Como 7 ottobre 1978 | Il Lombardia dopo la delusione Mondiale

Adesso qualcuno comincia ad usare la stessa frase — inchinarsi davanti al più forte — nei confronti di Moser: che non è e non sarà mai un altro Merckx, ma che nelle corse di un giorno è un gradino al di sopra di tutti. Può vincere e può anche perdere, a seconda dei momenti: ma è sempre lì, a fare corsa di testa; è sempre lui il protagonista. Spende il doppio di tanti altri, per quel suo modo di correre seguendo solo l’istinto, che lo spinge davanti a tutti. Per questo le sue vittorie, anche se arrivano allo sprint (com’è successo ieri al Giro di Lombardia) hanno sempre il sapore del trionfo(Maurizio Caravella, la Stampa). 

 

Wevelgem 4 aprile 1979 | La rottura con Roger

“Nessun italiano aveva mai scritto il proprio nome nell’albo d’oro di questa corsa, a torto considerata soltanto un allenamento per la Parigi-Roubaix. Vi sono, infine, le rivincite personali, quelle più pettegole ma altrettanto significative. De Vlaeminck, dopo la battaglia verbale dei giorni scorsi, avrebbe dato un braccio e anche più per battere Moser. Invece è stato costretto ad incassare. «Sì, è vero, ci siamo toccati con i gomiti, ma è stata una mossa del tutto involontaria, anche da parte di De Vlaeminck. Io ho dovuto infilare il varco aperto fra lui e le transenne, a rischio anche di rimanere chiuso. Ma sarebbe stata una scorrettezza troppo evidente la sua se mi avesse stretto». (Corriere della sera)

 

Roubaix 8 aprile 1979 | La doppietta sul pavé

Siamo a Roubaix. nella zona che gli stessi francesi chiamano l’inferno del Nord, ma sembra che qui tutti parlino italiano, i nostri emigrati di quassù urlano e si abbracciano, in fondo alle miniere di carbone parleranno a lungo di questo nuovo trionfo di Francesco Moser, uno della loro terra che era contadino ed è diventato campione restando schietto come una volta, senza trasformarsi in divo. Moser irrompe nel velodromo da solo, lo accoglie un boato, ha lasciato tutti per strada, trionfa a braccia alzate e finalmente il suo volto, contratto per l’ansia e la fatica, si apre in un sorriso liberatore. Proprio come l’anno scorso. E adesso, anche se De Vlaeminck ha vinto quattro volte questa corsa più massacrante di un campionato del mondo, il re del pavé è lui (Maurizio Caravella, la Stampa)

 

Firenze 17 maggio 1979 | In rosa con la congiuntivite

Subito dopo aver vinto il prologo. Moser ha detto: «La congiuntivite? Ma signori, non si corre con gli occhi, si corre con le gambe». Ed ha tentato di sorridere, ma il sorriso gli è rimasto a metà. Perché si corre anche col cervello e Moser, in questi giorni, pensa più ai colliri ed agli impacchi che agli avversari. (Maurizio Caravella, la Stampa)

 

Roubaix 13 aprile 1980 | Il tris sul pavé

La radio francese dice: – Un uomo solo al comando: è Moser, e gli italiani di quassù sentono un brivido addosso, è la frase che Ferretti usava per Coppi, a quei tempi non c’era neppure bisogno di specificare chi fosse quell’uomo, l’avevano già capito tutti. Il velodromo di Roubaix è pieno di nostri emigrati, ci sono cinquemila siciliani che lavorano da queste parti nelle miniere e nelle fabbriche di tessitura, quando Moser irrompe sulla pista viene accolto da un boato. Moser arriva a braccia alzate e continua a tenerle cosi per un po’, come inebetito, poi saluta tutti, manda baci alla gente, è talmente felice che forse abbraccerebbe anche il suo nemico De Vlaeminck. Viottoli di campagna lastricati di pavé, con piccole strisce di terra battuta ai lati, con l’insidia di pietre che vedi solo all’ultimo istante e non puoi evitare, se oltre ad un campione del pedale non sei anche un campione di riflessi. Su quel terreno impossibile Moser ha compiuto ieri autentici miracoli di equilibrismo” (Gian Paolo Ormezzano, la Stampa)

 

È una vittoria, questa di Moser, promessa di lontano, che ci procura gioia e commozione insieme, perché vittoria di un campione che ha scommesso di se stesso e ha mantenuto la parola di fronte a milioni di persone. Insieme con Moser vince il nostro ciclismo, troppe volte in questi anni mortificato e deluso (Bruno Raschi, la Gazzetta dello sport)

 

Compiano 21 giugno 1981 | La maglia tricolore con spallata

➣  Quando scoppiò la rivalità? «Fin da subito: io passai professionista giovanissimo, a soli 20 anni, ma non avevo paura di nessuno. Poi sulle strade tricolori di Compiano (1981) la rivalità, che già aveva preso corpo, si è acuita: quello è stato il punto di non ritorno. È stato sufficiente un piccolo contatto con la spalla. Quella di Moser che intercetta la mia e io che gli butto lì a denti stretti ma se non sai più andare in bicicletta, stattene a casa. In verità ero stato io a toccarlo inavvertitamente e oggi posso dire che non è stata una bella idea: l’ho caricato a molla e me l’ha fatta pagare. Non l’ho più visto se non all’arrivo, sul podio con la maglia tricolore». (Giuseppe Saronni a Pier Augusto Stagi, il Giornale)

 

«Quello che si sa e si racconta è una parte infinitesimale di quello che ci siamo detti. Arrivammo a quel campionato italiano coi nervi a fior di pelle. In corsa rischiai di cadere e Beppe mi disse una cosa tipo “se non sai stare in bici vai a casa”. A me? Pensai che per vincere avrebbe dovuto passare sul mio corpo. Alla fine lo staccai in salita e vinsi io. Il mio terzo tricolore, il più bello. L’avevo battuto come è successo tante volte. La nostra è stata una rivalità infuocata. Ora abbiamo buoni rapporti. È venuto anche qui alla mia pedalata. Ma siamo troppo diversi». (Francesco Moser a Pier Bergonzi, la Gazzetta dello sport)

 

Praga 30 agosto 1981 | Il Mondiale contro Saronni

È stato un peccato di presunzione. Rivediamo, lo sprint al rallentatore. Gli azzurri sono otto, ma non si organizzano bene. Moser e Saronni non si parlano (perché ognuno vuol giocare le sue carte, o perché non riescono? Perché ciascuno dei due vuol vincere, questa forse è la risposta più vera). Moser, a seicento metri dal traguardo, grida a Baronchelli di scattare. Gibì crede di avere nella scia sia Moser che Saronni, ma nell’ultima curva si infilano Maertens e Hinault e Francesco perde qualche posizione. Gibì non può saperlo. Baronchelli dà tutto quello che ha, poi cede di colpo e Saronni si trova in testa, con Maertens a ruota. Secondo Saronni, terzo Hinault, sesto Moser, decimo Gavazzi. E tanta rabbia per ciò che poteva essere e non è stato: un po’ perché Baronchelli ha lasciato troppo presto Saronni allo scoperto, molto per la furbizia di Maertens un po’ anche perché Saronni ha corso come se fosse il miglior Hinault e non lo è, o almeno non lo è ancora (Maurizio Caravella, la Stampa). 

 

Goodwood 5 settembre agosto 1982 | Il regista per Saronni

«Ha portato Saronni sin quasi alla volata, dove la strada diventava bella larga. Ci siamo parlati sovente, io e Francesco. Saronni ha detto che lo ricompenserà in qualche modo? Questo è il più bel regalo che Saronni possa fare a me e la cosa più giusta che possa fare a Moser». Se davvero vogliamo paragonare squadra “mundial” a quella del calcio, Saronni è stato un Rossi, Moser un grande centrocampista, ma Chinetti uno stopper perfetto sulle punte avversarie». (Alfredo Martini)

«Sono contento per Beppe. Io ho fatto la mia corsa, ho sperato di trovare nell’ultimo giro lo spunto per andar via, come stava scritto nel nostro programma. Non ne avevo più, però, e allora ho fatto la tirata giusta per Saronni, secondo i patti. Non chiedetemi altro, non voglio che si rovini il momento con frasi stupide. Questo era un arrivo per Saronni, con lo scatto in salita che lui ha, e Saronni ha vinto» (Francesco Moser).

 

Sorrento 24 marzo 1983 | La rimonta al Giro della Campania

Moser cade e poi trionfa. Nel giro di Campania strepitosa prova del campione trentino che, caduto a 20 chilometri dal traguardo, insegue tre fuggitivi, li raggiunge e batte in volata Baronchelli (prima pagina la Gazzetta dello sport)

 

Città del Messico 19-23 gennaio 1984 | Il record dell’ora con le ruote lenticolari

La doppia impresa di Moser è sensazionale da qualsiasi parte la si esamini. La la sua straordinarietà si dilata ancor più se si considera che essa non ci arriva da un atleta costruito in provetta ma da uno dei campioni più schietti, sani e naturali che il nostro sport abbia posseduto. Un trentino di campagna, cresciuto all’aria buona e con le abitudini di una famiglia patriarcale. Con la sua umiltà e la sua tenacia, si è prestato a un lungo sacrificio. Questa sperimentazione, lungi dal modificare la personalità umana e atletica di Moser, addirittura la esalta. Sulla pista è rimasto solo con il suo cuore, i suoi muscoli. Quello che è avvenuto in Messico riapre un dibattito mondiale sui limiti umani. Una lezione da esplorare in armonia con il progresso scientifico che è sinonimo di progresso umano (Candido Cannavò, la Gazzetta dello sport)

 

Sanremo 17 marzo 1984 | Un’altra prima volta

Moser è arrivato solo in via Roma, perché il suo ciclismo non prevede compagnia, rischi, mosse e contromosse, è un ciclismo didascalico, persino accademico, lui in cattedra, gli altri sotto, anzi dietro. Ha vinto la sanremo preparandosi in casa, su strade amiche, seguito dal fratello enzo in auto, preceduto talora dal fratello Aldo in moto per tagliargli l’aria. Ha speso più in telefono, per trasmettere i suoi dati di cuore al prof. Conconi che sta a Ferrara, che in sudore (Gian Paolo Ormezzano, la Stampa)

 

Jerez de la Frontera 17 aprile 1984 | La maglia gialla alla prima Vuelta

Tra case bianche e basse, in un’architettura che già avverte la vicinanza dell’Africa, il cronoprologo si doveva correre sul ciottolato, quei cubetti di porfido non troppo sconnessi che ricordano vagamente il pavé della Roubaix. In questo scenario Moser si è letteralmente scatenato, mettendo in mostra una potenza atletica e una grinta davvero ammirevoli. Come ai tempi d’oro (C.B., Corriere della sera). 

 

Foggia 23 maggio 1984 | Una baionettata di luce al Giro

Francesco Moser può permettersi di tutto, anche vincere uno sprint del 67esimo Giro d’Italia, fitto di velocisti puri o quasi puri. Una baionettata di luce che parte dal cerchio della ruota del vincitore, così un amante della sintesi ha definito, in passato, la volata. Oggi, a Foggia, la competenza non ha alcun bisogno di ricostruire lo sprint, desumendolo da quei minimi labili segni che generalmente lasciano nella retina le linee di corsa degli scattisti. Moser ha vinto in progressione. Ancora un poco… Ancora un poco, pareva dicesse a se stesso, e avrai vinto. C’era la virata di una curva e poi quattrocento metri di una dirittura. Fignon era partito assai prima: aveva compiuto il giro di boa, la curva appunto (Mario Fossati, la Repubblica).

 

Bardonecchia 3 giugno 1984 | Il debito di Goodwood pagato da Saronni

«Fignon è in fuga da solo con oltre un minuto di vantaggio. Francesco è senza compagni di squadra, io ne ho tre. Ad una trentina di chilometri dal traguardo viene a cercarmi e con grande garbo e sottolineo garbo, mi chiede una mano: decido di aiutarlo. Annulliamo la fuga di Laurent. In quel Giro si parlò di ruote lenticolari ed elicotteri, ma chi diede davvero una mano a Francesco in quel Giro, fui io. Non è stato forse un bel regalo? Glielo ricorderò… Sa quanti regali gli ha fatto il mitico Torriani, il patron del Giro? Le dico solo che Francesco nella sua carriera non ha mai scalato in corsa lo Stelvio. Per una ragione o per un’altra, sempre cancellato. Ma io gli voglio bene, bene davvero. Francesco è stato un grandissimo, su questo non si discute. Se avessi avuto il suo carattere non sarei stato Merckx, ma Hinault sì. Io vincevo solo quando ero chiaramente il più forte; Francesco, con il suo temperamento e la sua volontà, vinceva anche quando non era il migliore». (Giuseppe Saronni a Pier Augusto Stagi, il Giornale)

 

Lo Stelvio (saltato) 5 giugno 1984 | Io che non sono un piagnone

«Io andrei a Merano per la strada più normale che conosca: la Verona-Trento-Bolzano-Merano. Una strada, del resto, nota a tutti. Mi risulta che pure sul Tonale è caduta la neve. Se avessimo affrontato lo Stelvio, saremmo morti di freddo, nella discesa. Settanta chilometri in discesa, quanti ne partono dalla vetta, possono essere percorsi in un’ora: sarebbe stata un’ora di gelo, di ghiaccio. Il freddo, oggi, ci ha bloccati per almeno cento chilometri: si gelava al punto che io, che pure non sono un piagnone, mi dicevo: qui non si va neppure all’arrivo!».

Francesco Moser

 

Verona 10 giugno 1984 | La rimonta di 1’21” su Fignon nella crono finale al Giro

È una gioia immensa. Gridiamolo senza pudori e senza vergogne. Tutto è limpido, tutto è meraviglioso. Francesco Moser, a 33 anni, ha conquistato il suo primo Giro. Nell’Arena di Verona c’era idealmente tutta l’Italia a intonare la marcia dell’Aida per questo campione così vero, così umano, così tenace, così dotato dalla natura. Moser ha riportato nei nostri Anni Ottanta i giorni di Fausto Coppi e di Gino Bartali. Non ci sono stati altri campioni nel ciclismo a raccogliere l’Italia in un unico abbraccio. A noi piace pensare che quel Moser incastrato nella sua astrale bicicletta, che pedalava a capo chino, immerso nella sua fatica, fosse sospinto da altri spiriti: il senso di un’impresa ai limiti umani gli scorreva nel sangue, l’amore della gente gli vibrava addosso come un miracoloso elettrochoc. Ancora una volta è stato l’uomo a trionfare, con tutta la sua fede, con il coraggio di esplorare quella sorta di ignoto che gli stava davanti (Candido Cannavò, la Gazzetta dello sport)

 

Vigorelli 5 luglio 1984 | Due seghe circolari

Il Vigorelli è tornato l’altra notte all’atmosfera tesa, carica di fermenti partigiani, del grande convegno. Ce lo ha riportato Francesco Moser, vincendo il campionato italiano dell’inseguimento. Gli incontentabili dell’ultima ora e lo sponsor avrebbero preteso che Moser facesse, nella finale, ancora meglio. Moser ha, invece, battuto un notevole Milani con un rispettabile 5’58″21. Contro Bidinost (che è stato raggiunto) avremmo detto che la bicicletta da record di Moser avesse infilato una vertiginosa discesa. Le ruote lenticolari avevano assunto per lo spettatore l’aspetto di due rapidissime seghe circolari. Fate conto due seghe che affettano verticalmente il parquet del Vigorelli (Mario Fossati, la Repubblica)

 

Trento 29 settembre 1984 | Il Baracchi in coppia con Hinault

Nel pomeriggio assolato, che accresceva quell’atmosfera di esotismo che circonda questa bellissima terra, ha assistito al verificarsi di un fenomeno noto: i muscoli di Bernard Hinault finalmente ribollivano. E il fieno, sono parole di Moser, era in cascina. Il ritmo di Moser-Hinault la dice lunga, 49,753 orari. (Mario Fossati, la Repubblica)

 

Roubaix 15 aprile 1985 | L’ultima volta all’inferno

Pioggia e vento gelato. In cielo una nuvolaglia turchina. Il paesaggio tetro e quel vento sempre che ostacolava l’azione, con un fruscìo sinistro. Quindi le pozze d’acqua, simili a vasti catini, la mota, la pece del fango a ricoprire gambe, braccia, faccia. Quando il plotone era ormai sulle teste della pattuglia dei capintesta, peraltro disintegrata, Moser non si è concesso la pausa di un respiro: subito ha tentato il colpo di forza. Il magnifico Moser, conveniamone, sbaglia anche ma sempre con autorità. Senza la foratura-caduta, ho chiesto a Moser, quale finale ci avresti offerto? «Sarei finito sicuramente nel gruppetto che mi ha preceduto. Avevo speso molto».

È vero che è stata, questa, la tua ultima Roubaix? «Può anche darsi che lo sia. Non mi spaventano le fatiche della Roubaix ma i rischi che l’ accompagnano: le macchine, le motociclette, il seguito motorizzato. Vanderaerden ha classe ed è discretamente matto»

Ad ascoltare Moser, c’era il professor Conconi, alla sua prima Roubaix da osservatore. (Mario Fossati, la Repubblica)

 

Verona 16 maggio 1985 | L’ultima maglia rosa conquistata

Aldo Moser ha portato in sala stampa una manciata di puntine da disegno (plastica verde, acciaio brunito) gettate, ha detto, sulla sua strada. E insomma la giornata è più bella da leggere sulla classifica che da ricordare per immagini. Moser comunque fa sempre un bel vedere: calotta aerodinamica sui capelli che stanno prendendo il bianco, bici da lui dominata, nonostante un po’ di vento, meglio degli altri, grinta eccetera. Ha detto alla fine: – Tutto bene, però adesso non chiedetemi di difendere la maglia. La posso perdere a Busto, la posso riprendere nella crono-squadre di Milano, dove magari vinciamo noi. Per me sarà un anno più che difficile, l’anno scorso non mi presero subito sul serio, adesso mi inarcano tutti(Gian Paolo Ormezzano, la Stampa).

 

Vigorelli 18 maggio 1985 | La cronosquadre per l’ultimo giorno vestito di rosa

Figlio del Vigorelli. dove nacque alla fama come pistard, Giuseppe Saronni ha scelto la vecchia culla per la sua seconda nascita ciclistica: maglia rosa ieri nel sacro recinto ridato alle biciclette Moser ieri ha come benedetto Saronni: «Contento per lui. Se Saronni è tornato Saronni, tiene la maglia anche dopo Selva. Io sono contento di non avere addosso un colore difficile da conservare per tutto il Giro» (Gian Paolo Ormezzano, la Stampa).

 

Palù di Giovo 9 settembre 1988 | La punzonatura dell’ultima corsa a casa sua 

Ieri pomeriggio, sulla piazzetta di Palù, io rivedevo nella fantasia il Moser quindicenne, che ascoltava il fratello Aldo ed i suoi discorsi sulla bicicletta, che avevano un distacco sacerdotale: ed il Moser-ragazzino che calava a fondovalle verso la scuola, con un grembiulino nero, che si apriva a tutti i venti. Ieri, Mino Baracchi ha voluto che il trofeo punzonasse ad un passo dalla casa dei Moser. (Mario Fossati, la Repubblica)

 

Hamar 17 luglio 1993 | Il record dell’ora perso

«È un personaggio stranissimo, più intelligente della media dei corridori anche se forse pensa troppo, così si arrovella e sta male. Una volta andammo in ferie insieme, una specie di vacanza ciclistica, e lui non portò neanche la bici. Scherza su tutto, si vede subito che è diverso, originale. Quando dichiarò che avrebbe battuto il mio record, tutti risero: invece aveva ragione lui». (Francesco Moser a Maurizio Crosetti, la Repubblica, 2011)

 

Gardolo di Trento 14 giugno 2011 | Il compleanno dei sessanta

Le vene di Francesco sembrano scolpite da Michelangelo, ora che stringe la tenaglia e sposta il pannello con le sue vecchie foto. L’albero dei Moser non è solo un disegno genealogico, è come una delle piante dei loro boschi, sui loro monti, quelli di Palù di Giovo che è il mitico paese natale e quelli di Gardolo, dove Francesco ha comprato quattordici ettari di cascine, terre, vigne, paesaggi e ne ha fatto il “Maso Villa Warth”: il gran premio della montagna della sua vita (Maurizio Crosetti, la Repubblica, 2011).

 

 

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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

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