La nascita di Irvine in tempo reale
Il 4 gennaio nel ‘66 è un martedì. C’è stata una cena alla Casa Bianca per fare il punto sulla crisi nel Vietnam. Il presidente Johnson ha protratto la pausa nei bombardaenti nella speranza che Hanoi si decida a trattare, mentre si attendono le risposte dei leader politici alle lettere inviate dal papa. Tito, dalla Jugoslavia, ritiene prematura ogni trattativa.
Il futuro si affaccia dalla pagina 5 de La Stampa, dalla quale Mario Fazio scrive che “si costruisce già in California il mondo fantascientifico del 2000”.
“La California – si legge – è diventata in pochi anni la culla delle industrie dell’avvenire, sorte attorno ai grandi stabilimenti aeronautici, come quelli della «Douglas», o negli spazi più lontani dei deserti, dove hanno l’aspetto di autentici eremitaggi di scienziati e di tecnici. Violenta nella sua crescita (10 milioni di abitanti nel 1950, 20 nel 1965, forse 40 milioni fra vent’anni), la California è esplosiva anche nella capacità fantastica, forse stimolata dalla natura prodigiosa; dopo le distese gelate e spettrali del Nevada, le piane verdissime del Sacramento, verso il gran gioiello della baia di San Francisco, appaiono veramente come la terra promessa a chi arrivi in aereo, dopo aver sorvolato i deserti. Vasti come tre quarti della penisola italiana, questi deserti danno costanti allucinazioni per la luce liquida che ne avvolge i colori: dal giallo al viola il «deserto dipinto», dal bianco assoluto ancora al viola pallido la «valle della morte». Erano i passaggi obbligati e tormentosi dei pionieri; oggi accolgono in provvisori villaggi di grandi «roulottes» le masse che sì spostano dalla costa atlantica e dal centro del continente alla costa del Pacifico. Si calcola che nel Far West la popolazione nomade, in lento movimento verso la California, sia di 500-600 mila unità. Tecnici ed operai si occupano per qualche tempo, anche per anni, nelle nuove fabbriche e nei cantieri autostradali del Colorado, del Nuovo Messico e dell’Arizona; avviano attività sussidiarie, mentre altri impianta, o ristoranti, piccoli alberghi, negozi. Poi, fatalmente, i nomadi passano in California. È l’attrazione imprecisabile, mitica, del mondo nuovo”.
Sarà il giornalista Don C. Hoeffler, cinque anni dopo, a inventarsi il nome di Silicon Valley. In quel ’66 c’era questa “questa prepotente migrazione, uno dei segni rivelatori dell’età nuova che si prepara in California. Contano anche il clima, la libertà e possibilità di improvvisazione, il respiro umano che manca alle convulse città dell’Est. L’immaginazione sembra senza limiti: i progetti che hanno sapore di utopia qui sono finanziati e realizzati. Si progetta tranquillamente lo sviluppo della California per i 2000 e si costruiscono le città modellate per gli uomini della fine del secolo. Sta nascendo Irvine, fra Los Angeles e San Diego: concepita come una città con cuore scientifico e impasto culturale, Irvine ha nel suo centro una nuova Università, circondata da un «parco industriale» in cui stanno sorgendo gli stabilimenti delle ditte rivolte al futuro, come l’«Astropower Inc.». Le fabbriche di apparecchi per telecomunicazioni commerciali attraverso i satelliti si affiancano ai laboratori di ricerche di psicobiologia, di biocibernetica, di chimica nucleare. A Irvine si studia tutto: belle arti e filosofia, arredamento delle case destinate all’uomo di domani, sue esigenze di libertà individuale, anche di cultura fisica. L’orientamento si riflette in misure concrete: per combattere l’inquinamento dell’atmosfera, dovuto ai gas diffusi dagli «scappamenti» delle automobili, si sono promosse ricerche scientifiche e si è fatta una legge che obbliga gli automobilisti ad adottare gli apparecchi trovati idonei per annullare o limitare la diffusione dei gas nocivi. In California non si può vendere un’automobile nuova senza lo speciale apparecchio applicato al tubo di scappamento; entro il 1966 dovranno esserne dotate anche le automobili vecchie.
il drugstore Nuove sono certe parole per definire posti vecchi. Drugstore, per esempio. Doveva trattarsi di una parola che stava prendendo il sopravvento, se Domenico Rea le dedica le prime due colonne nobili della nobilissima pagina 3 del Corriere della sera.
“Drugstore, non cerco il suo vero significato. Potrebbe voler dire una cosa diversa – scrive Rea – mentre l’emporio di L. V. – dove solo per caso si potrebbe trovare della garza, dell’alcool o un astuccio di compresse – è soltanto il luogo di sosta obbligato di tutti coloro che si avviano nelle campagne di Fiano. Viene subito dopo un ponticello (e il diminutivo risponde alla esiguità e delicatezza della fabbrica) gettato su un torrente quasi sempre in secco ma capace, in primavera, di rivaleggiare con corsi d’acqua che si sono conquistati un posto temuto nell’idrografia, mentre d’estate le erbe crescono da formare barriere inestricabili e dentro vi appaiono strani animali e ancor più strani viandanti. di quelli che scelgono per vie letti di torrenti, quasi a voler restare al disotto del livello di un mondo rinnegato. Per me però il Drugstore da venti e più anni rimane il luogo dove abita commercia il mio vecchio amico L. V.”.
L. V. – spiega Rea più avanti – è un “mutilato di guerra, vive con i modesti profitti di una rivendita di monopoli, ottenuta per meriti di guerra. Vende anche pane biscotto, candele. spago, rocchetti di cotone, pettini, specchi, collane, nastri, attrezzi per carriaggi e finimenti e unguenti per cavalli da tiro – gli ultimi, forse, in servizio su quelle strade di comuni limitrofi in lotta tra loro e quindi abbandonate alla polvere alta un palmo. Cavalli quasi coscienti di essere usciti dalle piste della storia e come in paziente attesa di trasformarsi in fantasmi, dopo tanta fatica. A L. V. piace quando dentro e fuori il suo emporio in certe ore si forma la vivacità di un luogo di posta tra il reale e l’irreale. La clientela è composta di contadini, braccianti, sensali, di qualche maestrina attorniata dalla nuvola degli scolari di San Mauro, di carrettieri e di camionisti, i quali, alla fin fine e sia pure al riparo degli elementi grazie alla cabina di acciaio, si sono trovati i diretti discendenti dei proverbiali carrettieri di una volta”. Nofi dista dalla California all’incirca 10.000 km, se non di più.
il brutto calcio Cosa è vecchio, cosa è nuovo – si sta domandando invece il calcio italiano. Il Corriere della sera dice che “per il momento il campionato si ribella a qualsiasi tentativo di dittatura”. Gino Palumbo commenta una tabella con i punti delle grandi nelle ultime 4 giornate. Davanti a tutte sta il Bologna [7 punti] che nel ‘66 è una grande, eccome. Palumbo si chiede che cosa stia accadendo e come mai il gioco stia peggiorando.
“La svolta del calendario – dice – avrà avuto la sua influenza. È difficile sottrarre i giocatori all’atmosfera delle festività familiari. Non si riesce a sottrarli, se li si lascia a casa, come ogni essere umano; ma non si riesce neanche se li si rinchiude nelle prigioni dei ritiri. Se stanno a casa, cedono inevitabilmente alle tentazioni della gola e della pigrizia che tutti ci assale in quei giorni; se li si imprigiona, cedono alla malinconia e accusano. nel morale e nel fisico, danni ancor più sensibili che se avessero mangiato gioiosamente un piatto di tortellini in più. Sono uomini come gli altri, i calciatori; spesso ce ne dimentichiamo. Li vogliamo solo trasformati tutti in altrettanti robot, pronti a soddisfare le nostre inesorabili esigenze di calciofili raffinati, appena alzati dal desco del cenone. E loro che robot non sono, e per quei novanta minuti in una maniera o nell’altra hanno dovuto soffrire, si vendicano offrendoci lo spettacolo calcistico più avvilente ed il minimo stagionale dei gol”.
Il dilemma di sessant’anni fa era lo stesso di oggi [o viceversa]. “Equilibrio o mediocrità” si domanda Palumbo, che trova nella tv la colpevole della nuova tendenza. La tv del Sessantasei. “Tatticismi a parte, al miglior rendimento delle retroguardie contribuiscono anche le trasmissioni televisive, che hanno tra i loro spettatori più assidui e pazienti proprio i difensori, i portieri, i terzini, i «liberi». Una volta un attaccante dal gioco estroso doveva temere d’essere «conosciuto» solo dopo d’aver già incontrato un avversario diretto: ora invece bastano tre «spezzoni» di trasmissione in televisione, per chiarire ad un terzino quale sia la «finta» prediletta di Jair o di Cané, quale il modo di girarsi di Mazzola, quale la tendenza di Haller nel tirare i rigori. Il portiere del Napoli Bandoni, che riporta su un taccuino le sue osservazioni sui rigoristi avversari, non nega di aver parato un rigore di Haller per averne visto parare uno a Sarti in TV. E il fatto che Jair adesso renda meno che nell’anno del suo esordio, e che Cané abbia avuto un folgorante avvio e sia poi finito fuori squadra si spiega anche ricordando che molti terzini avversari oramai sanno come fermarli, e perlomeno ne riducono il rendimento. Con questo non si vuol dire che le trasmissioni in TV servano a peggiorare il gioco; ma che contribuiscano a rendere più difficile il compito degli attaccanti non è un paradosso”.