Andare in bici sulla rotta di una canzone
Non possiamo essere certi che ci sia la vita su Marte, ma ora sappiamo che costruire un itinerario in bicicletta from Ibiza to the Norfolk Broads può diventare un’avventura che ti cambierà la vita.Quando decidi di partire per un lungo giro in bici, ci sono tante cose da considerare: la distanza, il paesaggio, i bar lungo la strada — e naturalmente se alla fine del percorso c’è un pub dove scolarsi una birra gelata accanto a una montagna di scampi. Tutto questo lo scrive James Briggs su Cycling Weekly, dopo aver chiuso un viaggio ispirato da un verso di David Bowie.
Era il 2016, Bowie era morto da poco, Prince pure, e l’Inghilterra sembrava “irreversibilmente lanciata in aquaplan verso un fosso pieno di vegetazione fradicia e di divisione”. Briggs voleva fuggire. Così, una mattina, mentre canticchiava Life on Mars?, passò davanti alla sua bici nel corridoio e sentì il richiamo di una strada che non esisteva ancora: «See the mice in their million hordes, from Ibiza to the Norfolk Broads». Se per Bowie quel verso era una frecciata al turismo di massa, nel pieno di una crisi di mezza età divenne per lui un itinerario. Prese la bici e lo percorse in sei settimane, tra l’autunno e l’inizio dell’inverno. Ne ha fatto un libro.
Da Ibiza ai Norfolk Broads, spiega, “Google Maps avrebbe potuto ridurre tutto a 103 ore di pedalata lineare”, ma la musica offriva un’altra rotta: gli stadi olimpici di Catalogna dove Bowie aveva suonato, la casa di Dalí, il muro di Berlino che aveva aiutato a far cadere, gli studi parigini delle sue registrazioni. Solo che la realtà era ben meno romantica: “Lunghi tratti di statali spazzate dal vento, cave di marmo che ti coprono di gesso, autostrade tedesche imboccate per errore, negozianti inglesi convinti che tu stia scherzando anche dopo due Snickers e un flapjack”.
La pioggia olandese è definita un’amante molesta: ti sta sulla schiena, sulla testa, dentro le scarpe e nella borsa che hai dimenticato aperta. Eppure, tra una tappa e l’altra, la fatica si trasforma. Briggs racconta che “le prime quattro giornate sono un supplizio, come avere i polmoni strizzati da un fisarmonicista francese e le gambe ridotte a tubi vuoti”, ma alla fine arriva la grazia del ritmo, la leggerezza, la forma. “Ti ritrovi così in forma che l’unica cosa di cui devi preoccuparti è la vescica che invecchia e la mancanza di bagni pubblici tra Norwich e i Norfolk Broads”.
Il viaggio gli ha insegnato anche i limiti del corpo. Per quanto Bowie possa incoraggiarti in cuffia, “prima o poi ti infortuni”. Le ginocchia scricchiolano, le dita si intorpidiscono, gli occhiali si spezzano e gli occhi diventano un posto dove raccogliere polvere e moscerini. Ma si sopravvive, con la dignità di chi ha deciso che l’unica cura è continuare a pedalare.
Lungo la strada, nel racconto di Briggs, la musica di Bowie si mescola agli incontri: “Un ciclista russo che ti parla della Volga, un ballerina che ama Chris Rea, un’inglese in giacca da sci che giura che preferisce Cliff Richard allo Starman”. Ognuno diventa una nota del viaggio, un’eco nella pedalata. Briggs lo dice chiaramente qui: “Che tu stia pedalando lungo un verso di una delle canzoni più grandi mai scritte, o semplicemente uscendo per una corsa serale, c’è musica ovunque: nel vento che sibila intorno alle orecchie, nel ronzio degli pneumatici sull’asfalto freddo, nei richiami dei piccioni insonni all’alba”.