L’ingrippo di Mads Pedersen per le cronometro

La nuova passione del danese

Cronoscalata del 18 luglio di due anni fa al Tour de France. Tappa numero-16. Ventidue km e 400 metri. Da Passy a Combloux. Ai primi posti: Jonas Vingegaard, Tadej Pogacar e Mads Pedersen. Trova l’intruso. Facile. Non bisogna neppure rispondere. Ma l’intruso che si infilò quel giorno al nono posto con una giornata imprevedibile è un tipo dalla sviluppata passione per le sfide personali. Così, all’inizio di agosto, nel suo podcast Lang Distance ha detto che avrebbe corso la cronometro ai Campionati Europei. Che si tengono a Combloux, nel dipartimento della Drôme-Ardeche. 

Alla Drôme, si sa, ci sono le migliori albicocche di Francia, secondo Gianni Mura. Primo posto davanti all’Ardèche, dove i cimiteri “sono dentro il paese, non fuori, sono ben tenuti, hanno il cancelletto sempre aperto e un muro di cinta alto così, potrebbe scavalcarlo anche un bambino. I nostri hanno muri alti, come caserme, e orari d’ apertura e chiusura, come negozi. Sono luoghi protetti, blindati, difesi, e già questo dice molto sul rispetto, sulla civiltà della memoria, su dove c’è e dove non c’è“.

Nell’Ardèche raccontata da Mura, “le foreste occupano il 45 per cento del territorio. Siamo nell’unico dipartimento francese che non ha nemmeno una stazione ferroviaria. Più della metà dei suoi abitanti vive in comuni sotto le tremila anime, percentuale che su scala nazionale è del 12 per cento. Tante case di pietra con le finestre sbarrate parlano di emigrazione. Si allevano pecore e capre, si raccolgono castagne, si punta su un turismo che non ama gli alberghi a cinque stelle (e anche se li amasse, non ci sono) ma i bagni nei torrenti, le gite in bici, le passeggiate”.

Giovanni Battistuzzi sul suo Giro di Ruota aggiunge che l’Ardèche e la Drôme sono terre sorelle e complementari: la prima aspra, scavata nelle gole come una cicatrice antica; la seconda dolce e aperta, con colline che sembrano onde verdi. Se l’Ardèche è drammatica, la Drôme è rassicurante. La sua valle centrale è solcata da piste ciclabili che hanno il respiro delle grandi vie d’acqua: la ViaRhôna, che unisce il lago di Ginevra al Mediterraneo, e la Vélodrôme, che porta i viaggiatori verso il cuore collinare del dipartimento. È qui che sempre più persone scoprono e riscoprono la possibilità di prendersi una pausa dal trambusto grazie alla bicicletta. Anche perché, la valle della Drôme è una Francia a misura d’uomo: vigne, abbazie, piccoli borghi medievali. È la parte della bicicletta che non ha bisogno di watt né di cardiofrequenzimetri, ma solo di tempo.

Ecco. Questo è il posto delle sei cronometro con cui oggi si aprono i campionati: junior, Under-23, Élite uomini e donne. Pedersen non è un cronoman di professione: ha solo sei vittorie in questa disciplina. Ma a giugno è diventato campione nazionale contro il tempo e il suo allenatore Mattias Reck fu sorpreso. Non fa allenamenti specifici, rischia di essere travolto dagli specialisti ma sta cercando nuovi stimoli e motivazioni fresche. L’Equipe scrive che la scelta di Pedersen di aprirsi a nuovi orizzonti arriva anche dal ruolo mutato nella Lidl-Trek. Jonathan Milan è la punta per le volate nelle corse principali e il danese ha capito che il Tour de France non è tutto, ci sono altre gare nel calendario.

Se Mameli vi ruggisce dentro, sfamatelo con i nomi delle biciclette azzurre attese oggi sulla strada: Maria Acuti e Elena De Laurentiis, Davide Frigo e Riccardo Colombo nella categoria jr; Francesca Pellegrini e Federica Venturelli, Nicolas Milesi e Davide Donati nella Under-23; Vittoria Guazzini, Lorenzo Milesi e Filippo Ganna per l’Élite. Dove Remco Evenepoel corre per vincere la maglia con le stelline dopo quella con l’arcobaleno. Poi quando fa caldo co’ tutte ‘ste maglie come fa?

 

meduse

L’esclusione della squadra israeliana dal Giro dell’Emilia

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In attesa che l’UEFA ci faccia sapere che intenzioni ha con le squadre di Israele, con la Flotilla entrata nella zona considerata ad alto rischio, gli organizzatori del Giro d’Emilia hanno convinto il team della Israel Premier-Tech a non presentarsi alla corsa. Pier Augusto Stagi su Tuttobici ha scritto che dalla storia anche recente non siamo capaci di imparare nulla” in riferimento a quella che definisce “l’ingiusta estromissione della Gazprom di Renat Khamidulin di qualche anno fa. L’editorialista di Tuttobici dice che forse l’assessora allo sport del Comune di Bologna – Roberta Li Calzi – sarà soddisfatta: è quello che voleva. Io se fossi in lei non lo sarei, solo per il fatto che questo modo di fare mette in ginocchio almeno settanta famiglie: kazake e neozelandesi, britanniche e canadesi, belghe e francesi, ceche e americane, tedesche e italiane. È giusto che questi ragazzi non possano più svolgere la loro professione? È giusto che perdano il lavoro? Non sarebbe forse meglio attivarsi per provare a trovare anche una via terza, magari seguendo quello che il Cio fa in occasione delle Olimpiadi? Atleti tutelati e protetti che corrono con una maglia neutra, bianca, sotto l’egida del Cio.

Sull’altra sponda del ragionamento siede l’opinione pubblica spagnola. El Pais pubblica oggi una lettera nella rubrica della posta del direttore, dove Gregorio Garrido Cantarero da Getafe scrive che la decisione presa in Emilia dimostra che l’argomentazione utilizzata dagli organizzatori della Vuelta a España, secondo cui solo l’Unione Ciclistica Internazionale avrebbe potuto espellere la squadra dalla competizione, era falsa. È logico, come nel caso del Giro d’Emilia, che qualsiasi squadra possa essere esclusa per ragioni di sicurezza pubblica. Ma i dirigenti della Vuelta non solo non sono riusciti a impedire la partecipazione della squadra, ma la loro goffaggine li ha persino portati a mettere i ciclisti contro una larga fetta del pubblico che assisteva alle tappe, incolpando gli spettatori di aver messo in pericolo il gruppo, quando la responsabilità della sicurezza dei corridori era degli organizzatori stessi

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