A noi così incupiti dai bollettini serali e dai lutti che si sommano, dalle immagini della Lombardia e dalle sirene delle ambulanze, dovremmo chiedere per un attimo lo sforzo di immaginare una popolazione che sta finalmente pensando di uscire da una guerra e che finisce un istante dopo dentro un’epidemia perfino più mondiale.
La H1N1 detta Spagnola si presenta sul pianeta Terra nel 1918, vive un picco nel mese di ottobre, si rifà viva nell’autunno successivo e dura fino al 1920, quando scompare.
Perché fosse detta Spagnola senza venire dalla Spagna è stato motivo di discussione fra gli storici. Prendiamo per buona la tesi secondo cui i giornali spagnoli furono i primi a scriverne con una discreta dose di libertà, non essendo soggetti a censure di guerra.
Il bilancio che di quell’epidemia ci viene riferito dopo un secolo, parla di un numero di morti variabile tra i 50 e i 100 milioni. Sono numeri così enormi che quasi ci pare non faccia differenza la distanza gigantesca che esiste tra 50 e 100. Poche nazioni rimasero immuni. Furono contagiate 500 milioni di persone. Un terzo della popolazione mondiale. Come se oggi fossero due miliardi e mezzo di persone. C’era chi la chiamava “la morte blu” perché blu diventavano i polmoni di chi prendeva il virus. Colpiva in prevalenza gli uomini fra i 18 e i 30 anni. Noi abbiamo perso Luis Sepúlveda, cento anni fa morirono Edmond Rostand e Guillaume Apollinaire.
L’epidemia fu molto americana. Soprattutto in avvio. Uno studio pubblicato sei anni fa e ripescato da Vincent Duluc e Vincent Hubé su l’Équipe del 19 marzo, accertava la prima apparizione del virus nel Kansas, dove colpì i giovani soldati americani nei loro campi di addestramento militare, mentre si preparavano a partire per il fronte, per l’Europa. Molti sport erano ancora fermi per via della guerra. Il primo a essere colpito fu il baseball. Per via dell’impegno dei soldati, le World Series del 1918 fra i Red Sox di Boston e i Cubs di Chicago furono anticipate di un mese e mezzo. Il punto era che proprio Boston risultava uno dei focolai più vivi dell’epidemia. Prima vennero colpiti i marinai, poi i soldati, infine i civili, Quando il 9 settembre si sarebbe dovuta giocare al Fenway Park una delle finali, i medici del Massachusetts chiesero inutilmente il rinvio della partita. Il Boston Globe in quei giorni scriveva: “Si raccomanda di evitare trasporti, ascensori o edifici sovraffollati. Alle persone contagiate viene chiesto di evitare tosse o starnuti per non diffondere la malattia. In caso di emergenza, utilizzare un fazzoletto”.
A Boston si giocarono tre partite e nella ricostruzione de l’Équipe gli spettatori calarono progressivamente da 24.694 a 22.183 e infine a 15.238 nonostante le vittorie. “Mi chiedevo perché la gente andasse a Fenway Park quando potevano morire”, ha detto Skip Desjardin, autore del libro September 1918: War, Plague, and the World Series. La sua teoria è che i politici abbiano deliberatamente ridotto l’allarme per evitare il panico generale. Alla fine del mese di settembre, i morti a Boston per influenza erano già un migliaio.
Uno dei contagiati più celebri fu Babe Ruth, che all’epoca aveva 22 anni. Un’ipotesi sostiene che abbia contratto il virus nel corso di una partita, altri ritengono che sia accaduto durante una successiva visita in famiglia a Baltimora. Scrivono Randy Roberts e Johnny Smith in War Fever: Boston, Baseball, and America in the Shadow of the Great War: “Le voci a Boston dicevano che il Colosso era sul suo letto di morte”. Invece guarì. Morirono due giornalisti sportivi: Eddie Martin del Boston Globe e Chandler Richter di Philadelphia. Il baseball avrebbe accorciato le sue due stagioni successive a causa della guerra, non per l’epidemia. Il 12 ottobre del 1918 il Los Angeles Daily Times titola: “L’ordine di quarantena colpisce tutti gli sport tranne la caccia alle anatre”. L’opinione pubblica restò molto colpita dalla morte dell’arbitro Silk O’Loughlin, 46 anni, l’uomo che aveva espulso 164 giocatori nella sua carriera. Ne ha scritto il bibliotecario Bill Francis sul sito della Hall of Fame del baseball USA. “La reazione fu di shock e dolore. Il suo funerale a Rochester il 23 dicembre 1918 si dice sia stato uno dei più affollati nella storia della città”.
Jonathan White ha ricostruito per South China Morning Post cosa accadde nello sport degli altri paesi. In Australia il campionato di football andò avanti, non solo, riuscì a far crescere il numero di squadre partecipanti al torneo dalle quattro del 1916 alle nove del 1919. Non esistevano restrizioni per il pubblico, le finali ebbero in media 47mila spettatori, secondo quanto riferisce il sito web dell’Australian Football League. Alcuni giocatori furono contagiati, nessuno morì.
In Irlanda, la finale di calcio gaelico 1918 venne posticipata al febbraio del 1919 e Wexford batté Tipperary nonostante l’assenza di Davy Toibin che si era ammalato. Si giocò lo stesso. D’altra parte in nome della passione per il calcio gaelico, senza alcun interesse economico sospettabile, era avvenuto un fatto assai clamoroso il 4 agosto del 1918, quando in risposta alla cancellazione dell’attività da parte del governo, oltre 50mila persone diedero vita a una gigantesca protesta anti-isolamento, organizzando di domenica una serie di partite in tutto il paese.
In Spagna, il fondatore del Barcellona Joan Gamper si mise alla guida della battaglia per non fermare il calcio. La federazione spagnola aveva bloccato il torneo, ma nel 1918 si tenne lo stesso un campionato catalano. Marca scrisse che Gamper aveva convinto il Ministero della Salute a concedergli il permesso, stesso risultato ottenuto dall’atletica e dal tennis.
Anche il parlamento britannico non cancellò il calcio per la pandemia, né dispose limitazioni di accesso agli stadi. Per una partita del Chelsea arrivarono in 20.000 a Stamford Bridge. Il torneo nazionale era fermo per la guerra, ma le squadre erano impegnate in campionati regionali e il Chelsea partecipava alla London Combination League, nonostante si fossero ammalati due giocatori (Tom Logan e Harry Ford) e due vicepresidenti, nonché parlamentari (Wiliam Hayes-Fisher e William Joynson-Hicks).
Sandro Modeo su Corriere della sera ha ripreso una ricerca del giornalista inglese Rick Glanvill integrandola con altre fonti per giungere alla conclusione che in Inghilterra nel 1918, le morti sopravanzano le nascite, e non accadeva dal 1837. Mentre il calcio va avanti, “gli unici provvedimenti-comportamenti in tiepida controtendenza sono le «fumigazioni» quotidiane in biblioteche e uffici (ma con scuole e fabbriche aperte); e le generiche raccomandazioni delle autorità sanitarie sull’obbligo di garantire «aria fresca e pulizia, delle persone come dei luoghi». Fatto sta – scrive Modeo – che in quello stesso novembre muoiono solo a Chelsea 100 persone, mentre nella città gli orari dei funerali si allungano e i cumuli di cadaveri restano insepolti per giorni”. Anche i teatri rimasero aperti.
Il calcio inglese del 1918 non ha gli interessi economici attuali, e non si ferma. Anzi, seppellisce l’ex ala del Gainsborough Trinity Johnnie Pattinson, il mediano del Milllwall Young, l’ala scozzese Angus Douglas del Newcastle, ex Chelsea. Angus Douglas viene ricordato come un signore degli assist, secondo Modeo “meraviglioso archetipo di ogni ala a venire (da Best a Dalglish a Overmars)”. Aveva perso un dito in fabbrica, tre giorni prima di lui sarebbe morta anche sua moglie Nancy, lasciando orfana la bimba Betty di otto mesi.
Con il rimpatrio dei soldati americani dall’Europa, l’epidemia tornò a mettere gli Stati Uniti con le spalle a terra. Nel frattempo siamo nel 1919. La seconda ondata dal punto di vista sportivo si accanisce sull’hockey, tanto che per la prima volta la Stanley Cup non venne assegnata. Erano arrivati in finale i Seattle Metropolitans e i Montreal Canadiens. La serie fu interrotta alla sesta partita sul bilancio di 2 vittorie a testa e un pareggio. Nel pomeriggio del 1° aprile, a sei ore dall’inizio della gara decisiva, cinque giocatori di Montreal avevano preso l’influenza e furono ricoverati in ospedale. Alcuni storici fanno risalire il contagio collettivo alla partecipazione della squadra a un’amichevole a Vancouver, regione dove il virus era assai diffuso. Altri propendono per individuare come vettore di diffusione una parata di 1.500 soldati a Seattle, pochi giorni prima della finale. Quattro giorni dopo, al sanatorio di Seattle, morì Joe Hall, una delle stelle di quella squadra. Aveva vinto tre volte il titolo e aveva tre figli. Uno dei dirigenti, il direttore generale George Kennedy, 39 anni, sarebbe invece morto nel 1921 per le conseguenze.
Nel libro The Spanish Flu of 1918 and How It Changed the World, tre anni fa Laura Spinney ha scritto che l’epidemia di Spagnola ebbe un impatto profondo sugli stili di vita.
“La Spagnola ha ridisegnato lo schema delle popolazioni più radicalmente di qualsiasi altra cosa dopo la peste. Ha influenzato il corso della prima guerra mondiale e probabilmente ha contribuito alla seconda. Ha spinto l’India all’indipendenza, il Sudafrica all’apartheid e la Svizzera sull’orlo della guerra civile. Ha introdotto l’assistenza sanitaria universale e la medicina alternativa, il nostro amore per l’aria fresca e la nostra passione per lo sport”.
Alt.
Laura Spinney ci sta dicendo una cosa.
Il mondo nuovo che nasce dall’epidemia di un secolo fa crea le basi per lo sviluppo dello sport così come lo conosciamo. O forse dovremmo dire come lo abbiamo conosciuto?
Lo sport del 1920. Fu una ripartenza o una cosa nuova?
Se è vero che le Olimpiadi fermavano le guerre nell’antichità, quale evento migliore per celebrare la fine della cupezza e l’arrivo di una nuova era?
I Giochi si sarebbero dovuti tenere dal 14 agosto. In realtà per la prima volta nella storia, e con 4 anni d’anticipo sulla prima edizione delle Olimpiadi invernali a Chamonix, Anversa incluse nel programma delle gare su ghiaccio. Il Paese che ospitava i Giochi era questo:
Nonostante i cinque anni di guerra che ha paralizzato il territorio invaso e ha devastato anche la piccola parte sfuggita all’occupazione del nemico, il Belgio – così come autorizzano a prevedere il suo passato storico e le sue condizioni attuali – sarà la prima delle potenze europee belligeranti a riacquistare la propria superiorità. | Times, 28 aprile 1920
La scelta di Anversa viene definita “quantomeno curiosa” nel volume L’enciclopedia delle Olimpiadi a cura di Elio Trifari. La candidatura di Budapest era caduta in quanto capitale di un paese aggressore in guerra. Sul tavolo di De Coubertin era arrivata una timida candidatura da L’Avana. “A giocarsela oltre a Lione e Anversa ci sono anche candidature d’oltreoceano: Cleveland, Atlanta e Philadelphia, ma quello che promettono sembra esagerato per de Coubertin, che non si fida. Il New York Times – scrive Trifari – tira poi fuori un servizio su Roma e sulle molte probabilità che la città eterna ha di aggiudicarsi le Olimpiadi. Il pezzo però è ritrattato, de Coubertin promette ad Anversa di essere scelta per i Giochi”.
Il Belgio teneva il sesto posto nella gara economica delle grandi Potenze: possiede carbone e ferro in gran quantità, è paese a grande industria e insieme paese intensamente agricolo, ha nel Congo un serbatoio immenso di ricchezze coloniali, non sa che sia analfabetismo in mezzo al suo popolo industriosissimo; vanta nel campo dell’organizzazione tecnica, operaia, cooperativistica e in quello della legislazione sociale un primato indiscusso. Tutto ciò non è andato perduto con la guerra, ma sopravvive. | la Stampa, 29 aprile 1920
Su il Foglio sportivo di ieri Gino Cervi ha raccontato come si svolsero le gare su ghiaccio ai Giochi di Anversa, nell’aprile del 1920, prima fra tutte Belgio-Svezia.
“Solo un anno prima il Cio aveva assegnato l’organizzazione dei Giochi alla città fiamminga, dopo che, causa la Grande Guerra, era saltato l’appuntamento di Berlino 1916. Si tratta solo di una competizione dimostrativa, non inserita nel programma ufficiale dei Giochi che prenderanno il via solo quattro mesi dopo, il 14 agosto. Ma quell’incontro segna simbolicamente il nuovo inizio di quell’avventura di sport e di umanità che i nuovi Giochi Olimpici, fatti rinascere nel 1896 dalla memoria della classicità e riproposti come mito moderno, grazie alla fervida immaginazione e dall’alacre senso imprenditoriale del barone Pierre de Coubertin, hanno dimostrato di essere. Dopo Stoccolma 1912, ad Anversa i popoli si ritrovano a fronteggiarsi non più sui tragici campi di battaglia di sanguinose trincee e di cieli solcati da mortiferi velivoli, ma negli stadi e nei palazzi dello sport. Le ferite del grande conflitto mondiale sono ancora aperte, tanto che alle nazioni sconfitte – Germania, Austria, Ungheria, Bulgaria e Turchia – non viene consentito di partecipare. Quelli di Anversa saranno anche i Giochi olimpici dove farà per la prima volta la sua comparsa il celebre logo dei Cinque Cerchi e in cui verrà pronunciato, nella cerimonia di apertura, il solenne giuramento olimpico, con tanto di stormi di colombe a svolazzare in segno di pace”.
Uno degli sport più popolari dell’epoca, il pugilato, si affaccia al mondo nuovo con due novità. La prima è l’istituzione ufficiale della corona mondiale dei pesi massimi. Prima del 1920 la categoria riuniva i pugili più pesanti, ma senza limiti di peso. Viene invece fissato in 175 libbre un limite sotto il quale si compete fra i mediomassimi. Sembra un cavillo normativo e burocratico, in realtà è una linea che marca l’inizio di una leggenda. La seconda novità è che la boxe diventa legale a New York aprendo una stagione di grandi match fino a quando non sarà Las Vegas a sostituirsi come capitale del business legato ai pugni.
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Che a questo punto nascano personaggi nel senso moderno che diamo alla parola, è fatale.
Il primo a mettere la corona è Jack Dempsey. Un suo match molto atteso con Battling Levinsky nel 1918 era stato posticipato di un mese, da ottobre a novembre, proprio per le restrizioni sugli assembramenti introdotti a Philadelphia durante l’epidemia.
Nel libro Dodici giganti. Pesi massimi, un secolo di storie, Dario Torromeo lo descrive così:
Lavora come minatore, lavapiatti, contadino, cowboy, portiere d’albergo e raccoglitore di frutta. Boxa in strada, nei teatri, all’Opera, nei saloon, negli stadi, al Madison Square Garden. Dorme sulle panchine di Central Park, in alberghi di terz’ordine in cui a fargli compagnia trova solo topi, in suite di gran lusso. È un avventuriero che cavalca da protagonista i ruggenti Anni Venti.
Con lui, nel mondo nuovo, le grandi storie del pugilato cominciano ad assumere rilievo anche mediatico. I giornali promettono resoconti sempre più dettagliati. Di Dempsey sappiamo che avrà quattro mogli. La prima, scrive Torromeo, “Maxine Cates suona il piano in un saloon. Ha il viso spigoloso, i capelli neri e un corpo scattante. Quando ha tempo e clienti fa anche la prostituta. Lei ha 35 anni, lui meno di venti. Il campione la descrive come la donna più sensuale che abbia mai incontrato. Di certo sa come far sparire il denaro. Un amico dei due ha raccontato come nei primi tempi della loro unione Jack e Maxine spendessero più soldi di quanti lui ne guadagnasse. Così lei era tornata a prostituirsi e lui ne era diventato il protettore. Ma sono storie sulla cui autenticità nessuno può giurare”.
La seconda moglie, Estelle Taylor, “ama farsi ritrarre nuda. Prima del match di Dempsey con Firpo si fa regalare una Rolls Royce: deve pur girare per New York. È la donna che scatena l’ira del manager Doc Kearns, al punto da fargli rompere il contratto con il pugile e di denunciarlo in tribunale chiedendo una penale di un milione di dollari per danni morali e materiali. Persa la causa, Doc si vendica lasciando nel testamento una lettera in cui accusa Dempsey di avere usato un trucco in occasione della conquista del mondiale contro Jesse Willard. Lo stesso manager avrebbe applicato sopra la bendatura un sottile strato di gesso. Jack nega sdegnato”.
Anche il Tour de France alla sua ripresa nel mondo nuovo, si presenta accompagnato da un simbolo per marcare una distanza con i tempi bui. La maglia gialla.
Nello sport post guerra e post epidemia nasce un altro dei miti dei giorni nostri.
“È gialla anche perché, spiegò all’epoca Henri Desgrande, patrón del giornale e della corsa, il giallo è il colore della speranza, del sole che illumina pochi mesi dopo la Grande Guerra le città distrutte e le strade infami percorse dal gruppo” ha scritto l’estate scorsa Carlos Arribas su El País. “Nessuno può immaginare come sarebbe il Tour senza maglia gialla, l’indumento che gli inglesi, con la loro magnifica mira nel trovare una formula esatta, chiamano il Graal del ciclismo”.
Appare al Tour del 1919 e inizialmente la cosa non sembra rilevante. Il 20 luglio la Stampa pubblica nei trafiletti di sport un articolo sulla gita del Touring nella Venezia Tridentina, la notizia di una corsa di ciclismo a Riverolo Canavese, la vittoria di Brunero nella tappa di Foligno del Giro dell’Italia Meridionale e la vittoria a Rossano di Pratesi nel Giro dei Tre Mari, nona tappa. Il Corriere della sera riferisce della vittoria di Carpentier su Dick Smith per il titolo europeo dei pesi mediomassimi a Parigi. Stop. Di Eugène Christophe, il primo a indossarla quel giorno, e poi per altri cinque, sapremo più in là che non ne avrebbe conservata nemmeno una: «Le ho usate per vestirmi durante la guerra, come maglie di cotone. All’epoca non sapevamo che cosa sarebbe successo dopo».
Christophe era nato nel 1885, alto 1,62 e pesava 64 chili. Nell’estate del 2010 dal suo Tour ne scrive Gianni Mura. “Secondo in classifica e secondo in cima al Tourmalet, rompe la forcella in discesa. Non può sostituire il pezzo, può solo ricostruirlo. Così scende a piedi per 14 km fino alla bottega di un fabbro, che per regolamento non lo può aiutare. “Ha un tubo da 22?” chiede Christophe, e lavora di lima per 4 ore. “Posso andare a mangiare un boccone?” chiede l’ispettore incaricato di sorvegliarlo. “No, il carceriere deve restare col carcerato” dice Christophe acido. E bisogna capirlo, scendendo a piedi non ha nemmeno tagliato i tornanti per timore che l’accusassero di avere accorciato il percorso. E poi aggiunge: “Se vuole, lì c’è del carbone“. Christophe ha perso il Tour e lo sa, ma chiuderà settimo a Parigi e sulla casa di S.te Marie de Campan, dove c’era l’officina del fabbro, c’è una targa che ricorda l’avvenimento”. A inizio anni 90 sempre Mura si era domandato: “Chissà come sarebbe finita tra Chiappucci e Christophe, probabilmente si sarebbero presi a pompate in testa”.
Per il centenario della maglia gialla, l’Équipe ha pubblicato un reportage da Malakoff, il luogo d’origine di Christophe. “Adolescente, il futuro corridore aveva come vicini, nella stessa strada, Pierre e Marie Curie, che tennero lì i primi esperimenti sul radio. Incrociò all’epoca, senza conoscerlo, Vladimir Illitch Oulianov detto Lenin e la sua donna, Nadejda Kroupskaïa, che vivevano allora in esilio a Parigi presso il XIV arrondissement, ed erano soliti fermarsi a Malakoff prima di andare a fare una passeggiata nei vicini boschi di Clamart. Un anno prima di preparare il debutto al Tour, nel 1919, Eugène Christophe era scampato nel giugno 1918 a una granata della Grande Berta tedesca che si era schiantata a due isolati da rue Gabriel-Crié, causando diverse vittime tra i civili”.
Il tennis si stava invece votando al culto di Bill Big Tilden, che nel 1920 vince per la prima volta Wimbledon, ponendo la sua candidatura per molti anni (fino a Laver? fino a Federer?) al titolo impossibile di più grande di sempre. “Una vita insolitamente non conformista e una nascita altoborghese” raccontate più volte da Gianni Clerici su la Repubblica “amico di Charlie Chaplin e di Greta Garbo”, autore di numerosi libri di tecnica sul tennis, discriminato per la sua omosessualità. “Tilden era un genio del gioco, e insieme un tipo dai gusti particolari. Sempre circondato da ragazzi queruli e golosi, Bill amava eleggere i migliori a suoi partner, in doppio”.
Nel calcio la Coppa d’Inghilterra, sospesa per la guerra, tornò il 24 aprile del 1920 con la finale a Stamford Bridge. Proprio lo stadio del Chelsea della pandemia. Fu vinta dall’Aston Villa per 1-0 contro l’Huddersfield. Nell’Aston Villa giocavano quattro calciatori reduci dal fronte: Tommy Weston, Sam Hardy, Clem Stephenson e Charlie Wallace. Il calcio inglese nel mondo nuovo avrebbe portato nuove idee proprio con l’Huddersfield, tre volte campione d’Inghilterra (‘24-‘25-‘26) e laboratorio di esperimenti tattici per Herbert Chapman, che in seguito all’Arsenal avrebbe inventato il WM. In Francia, sempre dopo guerra e pandemia, prendeva la guida della federazione un signore di nome Jules Rimet. Avrebbe inventato i Mondiali.
Il primo scudetto italiano alla ripresa finì all’Inter, che batté il Livorno in finale non senza polemiche. I giornali dell’epoca riferiscono di una stagione logorante. Nell’entusiasmo per la rinascita, la federazione aveva ammesso alle qualificazioni regionali un numero considerevole di squadre e le partite non finivano mai. Così, per accorciare i tempi, fu cambiata la formula strada facendo. Il Genoa si sentì penalizzato ma poiché il TAR del Lazio sarebbe arrivato solo nel 1971, la cosa pare sia finita lì.
Il nuovo mondo nuovo
Sia che vogliamo credere ai corsi e ricorsi di Vico, sia che vogliamo affidarci a quella certezza di Cicerone sul ruolo della storia maestra di vita, bisogna avvertire che i numeri sono un grande magma in cui si può trovare tutto, e dove tutto può essere letto in più modi. Anne Case, docente di economia e affari pubblici all’Università di Princeton e coautrice con Angus Deaton del libro Deaths of Despair and the Future of Capitalism ci ha avvertito parlandone con il New York Times Magazine e provando a leggerli. «È difficile prevedere il futuro in base agli avvenimenti del Ventesimo secolo. Meno persone morirono durante la Grande Depressione negli anni ’30 rispetto agli anni del boom degli anni ’20. E durante la Grande Recessione del 2008-9, un terzo della popolazione in Spagna e in Grecia era disoccupato, ma i loro tassi di mortalità diminuirono».
Zeke Emanuel è direttore dell’Healthcare Transformation Institute dell’Università della Pennsylvania e autore del libro in uscita Which Country Has the World’s Best Health Care?
Ha detto sempre al New York Times Magazine che «il riavvio dell’economia deve avvenire in più fasi e deve cominciare nei luoghi in cui sia possibile il maggiore distanziamento fisico, per tenere basso il rischio inizialmente. Meglio partire da quegli edifici o uffici in cui sia possibile stare almeno a due metri. Raduni più vasti – come conferenze, concerti, avvenimenti sportivi – oppure eventi tipo una festa di laurea, non ho idea di come facciano a pensare che sia possibile tornare in ottobre. Penso che invece saranno proprio gli ultimi. Realisticamente stiamo parlando dell’autunno 2021».
Amen.