Com’era bello il calcio di una volta. Solo che lo dicevano già novant’anni fa

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C’è un libro inglese che raccoglie tutte insieme le grandi discussioni intorno ai grandi problemi del calcio contemporaneo. È un libro che si occupa della mancanza di fantasia in campo, dello spietato controllo esercitato dagli allenatori sulle individualità, del fatto che nel giro dell’ultimo decennio non sono usciti più grandi campioni, che ci sono un mucchio di giocatori ormai senza personalità, si gioca troppo e ci si infortuna facilmente, i giocatori vengono pagati troppo e grossa è la minaccia delle scommesse. 

Solo che, ecco, come dirlo, si tratta di un libro di novant’anni fa. Sono i pensieri sul gioco del calcio di Herbert Chapman, il primo grande pensatore progressista di questo gioco, l’artefice dei due scudetti consecutivi in Inghilterra per l’Huddesrfield, il precursore del Sistema quando andò sulla panchina dell’Arsenal, in buona sostanza il 3-4-3. Poco dopo la sua morte, la Garrick Publishing Company raccolse in un volume gli articoli di Chapman scritti per il quotidiano Daily Express. Oggi, le copie della prima edizione fanno la gioia dei collezionisti, ma qualche ristampa successiva in giro si trova. 

Ebbene. Quelli che consideriamo problemi del calcio moderno sono esattamente gli stessi problemi del calcio moderno di Chapman, quasi un secolo fa. Lo ha scoperto la rivista The Athletic con Michael Cox, trovando molto molto familiari alcune delle considerazioni contenute nel vecchissimo libretto. Se oggi si rimprovera a Pep Guardiola di aver tolto spazio al talento individuale, di aver frustrato per esempio la fantasia Jack Grealish, nel 1934 Chapman si lamentava del fatto che l’individualità ha dovuto essere subordinata al lavoro di squadra

Chapman notava che i giocatori migliori di 10-20 anni prima sarebbero stati snaturati nel gioco moderno, dove moderno sta per Anni Trenta del Novecento. Più o meno quello che si dice di Maradona e Ronaldinho, che forse sarebbero stati costretti a giocare come seconda punta. 

Il nome che fa Chapman, così, se vi interessa, è quello di Alex James, attaccante scozzese che lasciò il Preston North End nel 1929 per andare all’Arsenal, finendo per doversi adattare agli schemi della squadra, e a fine stagione fu dichiarato che il suo gioco era peggiorato

Com’era bello il calcio degli Anni Venti, dice Chapman, facendo da meravigliosa sponda per le stesse identiche lamentazioni che si sentono ogni giorno. Non solo nel calcio, eh. Quando intorno a Roger Federer si cominciò a radunare una piccola folla di persone intenzionate a dargli la corona di più grande di sempre, la Tradizione reagì sostenendo che beh, ma allora Sampras. Solo che quando la Contemporaneità esigeva la corona per Sampras, beh ma allora Borg, ma allora McEnroe; e quando c’erano Borg e McEnroe non erano all’altezza di Laver, e quando c’era Laver non era forte quanto Fred Perry, e quando c’era Fred Perry non era abbastanza rispetto a Bill Tilden. Insomma: il tennis è finito con i fratelli Renshaw e con Suzanne Lenglen. 

Non ci sono leader, si dice oggi dei calciatori. Stanno tutti là con i loro smartphone e le loro cuffie, non comunicano, non parlano, non si aiutano, pensano solo ai social. Tutti strumenti che Chapman non conosceva, ma poteva scrivere lo stesso di una perdita degli ideali del passato. La leadership è un’arte perduta. Quanti giocatori oggi hanno la personalità e la capacità per comandare?.

Chapman era pure affranto, terribilmente affranto per il fatto che i giocatori al giorno d’oggi devono prendere parte a molte più partite e la pressione sulle loro risorse fisiche è notevolmente aumentata. Non c’erano ancora le Coppe europee, neppure la Champions light che abbiamo conosciuto fino all’inizio degli Anni ‘90, quando per andare in finale bastavano 8 partite e per vincerne una era sufficiente eliminare una squadra finlandese, una bulgara e superare indenni la nebbia di Belgrado. La pressione sui giocatori – diceva Chapman – è stata intensificata dalle richieste del pubblico. Questo è un punto che temo sia sottovalutato

Il calendario, maledizione, si gioca troppo. La mia attenzione – scriveva Chapman, anno 1934 – è spesso attirata dal grande numero di infortuni che si verificano durante la quindicina di giorni a ridosso di Natale. Così come era una preoccupazione l’impatto dell’industria del gioco d’azzardo sul calcio. Chapman scrisse di conoscere un calciatore di fama internazionale totalmente dedito alle corse dei cani, fino alla patologia, tanto che il calcio era diventato un interesse secondario per lui. Ho paura delle corse di cani, non come sport, ma per la possibilità di un’associazione con il nostro gioco. Se le scommesse entrassero nel calcio in un modo simile, sarebbero la morte del calcio nel giro di un anno

Troppi soldi in giro. I giovani sono pagati troppo – ed è sempre Chapman che lo scriveva. Denunciava pure il calo dei dribbling – eppure bisogna presumere che tanti bambini giocassero ancora per la strada. The Athletic fa notare che è interessante notare il pensiero di Chapman quando sceglie la sua formazione ideale. Se dovessi cercare un portiere, non credo che potrei trovarne uno più adatto di un terzino, uno che sappia calciare forte con entrambi i piedi

Dunque, i portieri che usano i piedi non è una degenerazione del calcio debosciato, degenere, depravato, dissoluto, pervertito e vizioso introdotto da Guardiola e i suoi accoliti. Almeno di quest’aspetto, oggi Chapman non si lamenterebbe. Forse. In generale, conclude Michael Cox, ci sono molti elementi del football moderno che Chapman non capirebbe, ma è probabile che la maggior parte delle lamentele suonerebbero familiari.

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