TOUR DE FRANCE
NON E’ UN’IMPRESA, QUESTA SI CHIAMA VENDETTA
Vincenzo Nibali sulla Gazzetta dello sport spiega che “la voglia di rivalsa ha giocato un ruolo importante. Scatta, in testa, un meccanismo di questo tipo: tu sai che sei forte, ma perdi. E allora non puoi non chiederti dove ho sbagliato?, dove posso migliorare?”.
Pogacar ha scelto tuttavia l’ultima salita “stracolma di gente, un anfiteatro gremito, per ridurre in mille pezzi Jonas Vingegaard e la sua squadra, sotto gli occhi di tutti. In mezzo alla folla, nella polvere dell’arena, ha schiarito l’aria intorno a sé. Un boa giallo che risaliva il pendio con la sua potente ondulazione e inghiottiva tutti quelli che incontrava sulla strada. A 9 km dalla vetta, i sopravvissuti alla fuga iniziale, Matteo Jorgenson in testa, Simon Yates e Richard Carapaz in contropiede, avevano poco meno di tre minuti di vantaggio, ma sotto il giogo di questo attacco la sabbia della clessidra ha accelerato e subito è diventato chiaro che non avrebbero potuto resistere fino alla fine”.
Dietro è stato lo stesso. Evenepoel e Vingegaard non hanno neppure fatto finta di provare a seguirlo, lo hanno lasciato andare, il belga perché l’alta montagna non è il suo terreno, il danese perché ha capito che era finita, non ne aveva più, “aveva visitato i limiti delle sue possibilità – Roos lo scrive così – che è sempre un viaggio doloroso”. La difesa del secondo posto è diventata la sua nuova battaglia, consapevole che Pogacar avvertirebbe un gusto speciale nel vederglielo portar via da Remco.
È questo l’effetto che fa l’orgoglio di un campione, spiega Roos, nell’ultimo km non ha neppure spinto, tanto ormai “i chiodi erano già stati piantati in modo saldo nelle bare”. Pogacar affronta le ultime due tappe con 5 minuti su Vingegaard e 7 su Evenepoel. “Dopo gli esordi e le incertezze degli inizi, il suo dominio è stato assoluto, i grandi destini si costruiscono sempre nella solitudine e nell’annientamento altrui, schiacciandoli, così come nei sospetti e nei dubbi. Questo significa portare la Maglia Gialla. Non c’è posto per i sentimenti sulla via della gloria. Prima dello sloveno, lo hanno mostrato Eddy Merckx e Bernard Hinault, i despoti del loro tempo”.
Pogacar ha sommato quattro vittorie in questo Tour de France, sono 18 dall’inizio della stagione, “dobbiamo renderci conto di questa follia” spiega Roos, Oggi verso il Col de la Couillole potrebbe starsene buono, chi lo sa, potrebbe lasciar giocare gli altri: “Una forma di grazia da parte del re” si legge su L’Équipe, mentre da qualche parte c’è qualcuno che inizia a considerare l’ipotesi di vederlo pure alla Vuelta. Filippo Conticello chiude il suo primo Tour personale per la Gazzetta scrivendo: “Ora nell’Isola di Tadej, 2mila metri di bellezza, tra bandiere slovene e facce sbalordite, c’è uno strano senso di pace. Strano e terrificante. Da questa stazione sciistica cara ai francesi del sud non è passata una normale tempesta estiva, ma si è scatenata la furia degli elementi: uno spettacolo che in natura, a cavallo di una bici, mai si era visto e chissà se si rivedrà ancora”.
Libération è andato a cercare gli uomini in fuga, no, non i ciclisti che scappano dal gruppo, proprio gli uomini in fuga, quelli che si sistemano ai bordi della strada per aspettare la corsa e lo fanno senza compagnia. “Il Tour de France – ha scritto Romain Boulho nel suo reportage – ha i suoi eremiti. È una specie endogena; ogni tappa nasconde i suoi reclusi. Spesso è un uomo. Solitario, per natura. Il suo territorio è vasto. Si ritira nel sottobosco, all’ombra. Si rifiuta di dare gomitate alla folla. Si posiziona in mezzo ai campi di grano, nessuno davanti e nessuno dietro. In genere gli piacciono le curve e le svolte in discese”. Libé li chiama gli anacoreti della carovana ed è andato a parlare con alcuni di loro.
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➣ Com’era?
«Era un bimbo in confronto a oggi: non che ora sia adulto, ma lo vedi che è muscolarmente strutturato, allora aveva le gambe quasi cicciotte, rotonde, ora è più formato. È cresciuto sempre, siamo testimoni di qualcosa di eccezionale».
➣ Lui le chiedeva della sua carriera?
«Sinceramente no, ma dev’essere un fatto generazionale. Quando ero un ragazzo vedevo come dio in terra un mio compagno che vinceva il campionato sardo. Adesso i ragazzi sono molto diversi da noi». [intervista di alessandra giardini, La Gazzetta dello sport]