A Napoli venne inaugurato il nuovo stadio. In tribuna i giornali del tempo segnalarono la presenza dell’augusto Jules Rimet, l’inventore della Coppa e il presidente della FIFA. L’impianto: al Rione Luzzatti. Il quartiere in cui Elena Ferrante ambienta il suo ciclo dell’amica geniale. Quarantamila posti, benedizione impartita dal cardinale Ascalesi arcivescovo di Napoli in persona.
I Mondiali organizzati dall’Italia iniziarono il 27 maggio del 34 contemporaneamente in otto città con le otto partite degli ottavi di finale. Passarono otto nazionali europee, l’Italia segnando 7 gol agli Stati Uniti.
Emilio De Martino sul Corriere della sera fece notare che “c’era troppa diversità di gioco, di tecnica, di stile, e troppo facile si presentava il successo, perché fosse necessario spingere a fondo. Per questo l’undici azzurro in qualche momento si è fatto richiamare per la non eccessiva foga della sua azione, a volte lenta e svogliata. Si sono fatti sette goal: avrebbero dovuto bastare. Ma in certi casi la folla, con più goal si fanno, con più ne vorrebbe, per placare la sua implacabile sete d’emozioni. Noi siamo meno esigenti, e diremo che, in generale, la squadra ci ha soddisfatti, perché ha confermato le impressioni che avevamo riportate visitando ali azzurri a Roveta e assistendo alla loro partita d’allenamento contro l’Alessandria. Condizioni fisiche di tutti i giocatori, eccellenti; forma generale, ottima; affiatamento buono. Sono affiorate delle incertezze che del resto erano previste e alle quali si può rimediare”.
Oh, se a Napoli c’era Jules Rimet, indovinate chi c’era a Roma a guardare Italia-Stati Uniti? Esatto. Lui. De Martino racconta: “Gli Americani salutano romanamente, e mandano in alto il loro poderoso caratteristico grido. Poi gli spettatori si rovesciano giù dagli spalti e si ammassano davanti a Mussolini e improvvisano con i giocatori, al grido ripetuto di Duce! Duce! una fantastica dimostrazione di simpatia al Capo del Governo, che saluta sorridendo. Vincitori e vinti sono affratellati in questa visione, dominata dalla figura animatrice del Duce, che spicca in mezzo alla formidabile scena“.
A proposito di scena. Vittorio Pozzo, cittì dell’Italia, guardò la partita di fianco alla porta degli americani, come testimonia questa foto pubblicata dal quotidiano sportivo Il Littoriale, che nel giorno dell’apertura dei Mondiali dedicò la prima pagina al discorso del Duce al Parlamento sullo stato dell’economia.
Nella cronaca del giorno successivo, La Stampa scrisse che “gli «azzurri» tennero, come atteggiamento generale di squadra, il contegno che si adattava alla circostanza. Essi cercarono, dapprima, di vagliare l’avversario che si presentò subito, ripetiamo, più bellicoso del previsto; poi tagliarono corto con gli indugi e concretarono il risultato con tre punti, l’ultimo dei quali parlò un linguaggio così pratico e altisonante da mandare in visibilio il pubblico. Una «sciabolata» lo definì il Duce, e una sciabolata esso fu pel modo con cui infilzò e inchiodò l’avversario“. La firma era quella del principale commentatore di cose calcistiche del giornale torinese, cioè Vittorio Pozzo. Non un omonimo. Proprio lui, il cittì, una strana figura, una specie di creatura mitologica nei panni di attore, produttore e critico dello stesso spettacolo.
Di lui, Giorgio Bocca avrebbe scritto:
“Un tipo di alpino e salesiano arrivato chissà come alla guida degli azzurri senza essere né un allenatore di professione né un burocrate dello sport ma semplicemente un piemontese risorgimentale ciecamente convinto delle virtù piemontesi. no di quelli per cui la parola sacra è “el travail”. Già allora i campioni del calcio avevano degli stipendi altissimi rispetto a quelli normali e lussi e piaceri da ricchi. Ma Pozzo li considerava dei soldati e li trattava come degli operai. . Il commissario unico era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti“
Fascista o no, certo Vittorio Pozzo aveva notizie di prima mano. Quel primo articolo dai Mondiali finiva così: “Tutti quanti gli americani mostrarono, del resto, di non trovarsi in imbarazzo nel trattare la palla anche in condizioni difficili. La squadra nord americana è caduta, malgrado il risultato, in modo onorevole. Gli «azzurri» pensavano già sul campo alla prossima fatica; ci pensavano tanto che, poco dopo le 23, essi erano già di nuovo a Firenze e, a mezzanotte, a Roveta, lontani dal frastuono del pubblico e vicini alle loro occupazioni e preoccupazioni per l’avvenire“.