Dieci secondi di Jacobs 290 giorni dopo Tokyo

 

     vite olimpiche

Dieci secondi di Jacobs 290 giorni dopo Tokyo

 

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Sulla rapidissima pista di Savona, dove dei velocisti il vento è spesso buon amico, dovrebbe essere arrivato finalmente il momento giusto per rivedere Marcell Jacobs sui 100 metri, la distanza della sua volata olimpica, duecento novanta giorni dopo Tokyo. In mezzo ci sono stati un titolo mondiale indoor sui 60 metri a Belgrado e un esperimento sui 200 saltato a Nairobi.

Come si vive la condanna di doversi confermare, la stessa provata da Livio Berruti nel 1960 e Pietro Mennea nel 1980. 

 

  ▻  Livio Berruti riapparve in uscita da una curva tre settimane dopo l’oro dell’Olimpico di Roma e della colomba che gli volava sulla testa. Era l’attrazione dei campionati assoluti di atletica leggera organizzati a Bologna. La sua vittoria ai Giochi era stata letta e interpretata in chiave sociale. Mosca aveva scritto sul Corriere della sera: Avete notato che non si parla più di teddy-boys? E perché non se ne parla più? Si sono redenti, o durante il periodo delle Olimpiadi hanno ritenuto opportuno mettersi in disparte, come diavoli vinti dalla luce dell’angelo, e l’angelo, in questo caso, era un tutto opposto ideale di gioventù, il giovane tipo Berruti, amante delle casa, dello studio e delle sane discipline sportive? Certi fenomeni sono come un cerchio chiuso: non si sa di chi sia la colpa. dei blousons noirs o di chi ne parla troppo?. Qualche giorno prima, sullo stesso quotidiano Ciro Verratti aveva scritto che con Berruti siamo entrati nella zona sportiva finora proibita. Dove lo sport italiano non si era mai spinto prima. 

Sulla Gazzetta dello sport si era fatto portavoce dell’incredulità Gualtiero Zanetti: Soltanto da questa sera nel nostro Paese, si avrà la esatta sensazione di che cosa valga una medaglia d’oro nell’atletica leggera, un primato in una specialità di elevate tradizioni, che tutto il mondo pratica e che soltanto regolamentazioni di favore e anacronistiche valutano alla stregua della canoa o di altre discipline di secondaria importanza

 

Tra Olimpiadi e Assoluti, Gian Maria Dossena aveva ipotizzato sullo stesso quotidiano sportivo che Berruti fosse in grado di correre i 200 in 19”9. Non accadde, né a Bologna né mai. Berruti vinse prima i 100 in 10”4 e il giorno dopo i 200 in 20”8. I crono dell’epoca erano tutti presi a mano. 

La difficile curva a due raggi – scrisse Dossena sulla Gazzetta – lo ha sbilanciato scompaginandogli l’azione all’uscita sul rettilineo. Il campione olimpionico ha dovuto mulinare di braccia per non schizzare per la tangente, fuori corsia. Ha corso per qualche metro come sul ciglio di un burrone, annaspando, aggrappandosi all’aria, per non perder l’equilibrio. Eppure, aggiunse, la sua azione è stata bella, agile e violenta come sempre sul tratto curvo

Martino Voghi sul Corriere della sera trovò che avrebbe potuto essere migliore. Le fatiche di Roma devono averlo messo fuori combattimento

Fu di certo così. Berruti saltò la sfida con la Francia all’Arena il mese dopo, in ottobre, perché stanco, anzi disse: scarico. Aveva fatto un test a Palermo, correndo i 100 in 10″6 e i suoi 200 in 21″1. «Affrontare il francese Seye in tali condizioni significa una sconfitta sicura». 

Seye era stato bronzo ai Giochi.

Il Corriere della sera diede grande evidenza alla rinuncia. La notizia venne pubblicata in prima pagina con un commento siglato A.R. 

La scomparsa di Berruti dalla scena dopo l’oro di Roma non venne giustificata: Non è escluso che sulla decisione – scrisse il Corriere della sera – abbia influito un motivo d’ordine psicologico, cioè di prestigio. Ma nello sport non sempre si vince. A volte bisogna saper perdere anche se si è campioni olimpici”

Il Berruti di quel pomeriggio a Roma non si sarebbe mai più rivisto. Non avrebbe mai più corso i 200 all’altezza del 20″5 della finale. Quattro anni dopo, all’Olimpiade di Tokyo fece 20″7 in semifinale e 20″8 in finale (quinto posto). Era stato settimo agli Europei del ‘66 in 21″5, andò fuori nei quarti di finale a Mexico ‘68 con il tempo di 21″01. Tre mesi prima si era concesso l’ultimo lampo, un 20”7 al meeting di Zurigo, con vento contrario di 1.6. 

 

 ◆ 1980 L’estate meravigliosa di Mennea | Nella città dove Berruti chiuse la sua carriera internazionale, undici anni più tardi Pietro Mennea batté il primato del mondo correndo in 19”72 elettronico. Un tempo che avrebbe resistito per 17 anni, fino al 19”66 (poi 19”32) di Michael Johnson. 

Dopo l’oro di Mosca 1980, Pietro Mennea impiegò solo 7 giorni per tornare in pista. Lo fece all’Olimpico di Roma, al Golden Gala che oggi porta il suo nome. Un meeting che ebbe un significato d’eccezione: a Roma – titolò il Corriere della sera – si riabbracciano boicottati e boicottatori. Fu il primo contatto tra USA e URSS dopo la rottura delle relazioni sportive per l’invasione dell’Afghanistan. Fu per Mennea il confronto con gli sprinter americani che a Mosca non erano andati. Lo aspettavano per contestargli la legittimità di quell’oro. Un trionfo che aveva fatto scrivere a Vittorio Zucconi: Il boicottaggio non è fallito o riuscito, semplicemente non conta più, è secondario. Chi c’è, gareggia: chi non c’è, non conta. Il dramma buffo delle bandiere bianche diventa irrilevante, come tutti i falsi problemi che angosciano invano gli italiani e diventano battaglie politiche finte, per evitare quelle vere

Anche nel caso del successo di Mennea, la lettura era andata oltre la corsa, la rimonta sul britannico Wells, la curva, la vittoria. Sulla prima pagina del Corriere della sera, Leonardo Vergani scrisse: Ci hanno dato in primo piano la faccia da povero cristo di Pietro Mennea. Sulle nostre città sulle quali incombe l’afa, sulle nostre spiagge dove la gente s’arrabatta per far  fare ai figli un po’ di mare, nell’atmosfera appiccicosa, rassegnata di un’Italia dalle cento crisi, dai cento scandali, sull’Italia insanguinata, sull’Italia dove quasi niente sembra funzionare, dove c’è stato persino un ministro che ha dichiarato d’essere pronto ad andarsene all’estero dove si sta meglio, la vittoria di un uomo magari polemico, ispido, pieno di complessi e di dubbi, ma poi sotto sotto deciso a farcela con la testardaggine, le incazzature, al volontà di soffrire del Sud è arrivata in una sera caldissima di luglio come uno di quei venticelli che d’estate si decidono a soffiare quando viene la notte”.

Wow, un periodo di 115 parole. Deve essere da quel 29 luglio 1980 che non se ne leggono più. Vergani proseguì: Un venticello, certo, di fronte ai mille angosciosi problemi che ci travagliano. Ma pur sempre una boccata d’aria. Mennea con quel suo volto disperato, scavato, ci è parso anche un po’ l’immagine di questo nostro paese. Anche lui ha i tendini che non fanno giudizio, anche lui sente che talvolta le gambe non girano come si deve. Ma poi al momento buono qualcosa cambia. Mennea, al contrario di Berruti, ha fatto una bruttissima curva. Ma poi è venuto fuori come se avesse la dinamite nei polpacci. Anche l’Italia sta facendo bruttissime curve. Ma è tutto perduto? Come sempre capita nello sport quando si vince, ci sentiamo più italiani. E forse carichiamo sulla vittoria di Pietro Mennea significati troppo pesanti. Ma è ingiusto e ridicolo tutto questo? Non ci pare

Dalla polvere all’oro, aveva scritto Mario Gherarducci, perché pochi giorni prima Mennea era stato deludente nei 100, eliminato in semifinale. Venne calcolato che il Mennea 1980 avrebbe staccato il Berruti 1960 di quattro metri. Come sarebbe successo a Jacobs, Mennea aggiunse una medaglia in staffetta (bronzo). 

Solo una settimana dopo, dunque, si presentò sui blocchi dell’Olimpico. Il regolamento di conti andò in scena alle 22.50 del 5 agosto. Contro Markin, Lattany e Taylor degli USA, Quarrie della Giamaica. I giornali italiani scrissero tutti che la vera Olimpiade dell’atletica si svolgeva a Roma. Arrivarono 54 mila spettatori. Sara Simeoni saltò 1,98. Gabriella Dorio batté il record italiano dei 1.500 scendendo per la prima volta sotto i 4 minuti. Fu primato italiano sui 3 mila siepi anche per Mariano Scartezzini, che aveva saltato i Giochi perché nella lista dei boicottatori. Era militare. 

Mennea vinse in 20″01, più veloce che in URSS, migliore prestazione dell’anno, con il secondo risultato mai ottenuto al livello del mare, appena un centesimo superiore a Borzov. Un tempo d’oro e di diamante – scrisse Massimo Fabbricini sul Corriere della sera – Pietro Mennea è più grande che mai. Gli analisti tecnici come Quercetani per La Gazzetta sottolinearono che il tempo di Roma era di una qualità perfino superiore al 19”72 del Messico 1979.

 

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    “Non voglio essere considerato un eroe o qualcosa di simile, ma semplicemente un uomo che è partito con dei mezzi normali, delle doti sì, ma non eccezionali, perché io non ho un fisico da superman, ma sono riuscito a dimostrare che con il lavoro e il sacrificio si possono ottenere grandi risultati di pietro mennea, La Gazzetta dello sport, 19 agosto 1980

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A Ferragosto batté gli americani anche sui 100 a Viareggio (10″32), staccando quel Floyd che nel frattempo al Golden Gala si era lasciato alle spalle il campione olimpico Wells. Due giorni ancora e fece un salto nella sua Barletta per l’inaugurazione della nuova pista d’atletica, costruita con 250 milioni di spesa. Qualche tempo prima, era stato cacciato dal vecchio stadio dove si stava allenando, perché i Pooh dovevano provare per il concerto della sera. Urla, battibecchi, polemiche. Chi ha ragione?, si era chiesto il Corriere della sera

In prima pagina Oreste Del Buono faceva notare: È comunque indiscutibile il fatto che Mennea non è simpatico a Barletta e in gran parte d’Italia. Certo, i suoi trionfi vengono celebrati, ma non gli si perdona nessuna manifestazione di esultanza personale, né quel ditino didatticamente alzato dopo il traguardo, né quelle confutazioni a ragion veduta dei dubbi altrui, né quel rifiuto di qualsiasi concessione alla falsa modestia”

A Barletta Mennea fece 19″96 davanti a 10 mila spettatori, un buon pubblico, ma non la folla che era prevista

Adesso Mennea è proprio matto, se pensa di potersi ritirare, titolò il Corriere d’informazione. Daniele Parolini disse che l’odio era il suo propellente. Gli americani Riddick e Williams furono scettici e non restarono zitti. Al 19″96 non ci crediamo. Allestiremo una gara a casa nostra e ci faremo omologare un tempo ancora migliore

Il 22 agosto a Bruxelles, Mennea li sconfisse di nuovo in 20”05. Batte anche il sarcasmo USA, scrissero i giornali italiani, in una sorta di anticipazione delle polemiche che hanno riguardato l’estate scorsa Jacobs. Un’altra analogia, eccola: Carlo Vittori, il suo allenatore, si disse tentato dal far correre a Mennea gli 800 metri contro Coe e Ovett. Se non lo staccano prima dei 100 metri, non ci sarebbe da stupirsi se Pietro li battesse”. Camossi, almeno, con Jacobs si è fermato a 200.  /

 

    | carnet Il meeting di oggi  Jacobs ha corso su questa pista per la prima volta sotto i 10 secondi un anno fa (9”95). Erano giorni in cui sarebbe parso un trionfo sopra ogni aspettativa la sua qualificazione per la finale olimpica. Giulia Zonca per la Stampa dice che il tartan blu, posato dalla Mondo nel 2012, è stato lavato per essere ancora più elastico, la segnaletica è tracciata di fresco, il meteo dà il vento giusto e il clima ideale. Jacobs ha la terza corsia della prima batteria, tutto come nel 2021. Apparecchiato per invitare il destino”.

Correrà di certo la batteria e chissà se rinuncerà poi alla finale come già l’altra volta. Gareggiano anche due compagni della staffetta d’oro: Lorenzo Patta all’esordio nel 2022 (10”13 a Savona lo scorso anno) e Fausto Desalu (10”29 qui nel 2020). Avversari internazionali: il francese Jimmy Vicaut, l’ivoriano Arthur Cissé, il francese Mouhamadou Fall, il cingalese Yupun Abeykoon. 

Jacobs è il ragazzo del poster, ma ci sono 20 medaglie olimpiche a Savona, comprese Sabatini-Caironi-Contrafatto, l’intero podio dei 100 paralimpici. Nei 100 femminili sfida tra Zaynab Dosso, Vittoria Fontana e Gloria Hooper contro la britannica Daryll Neita, finalista a Tokyo (10”93). C’è curiosità per capire il tempo che vale Zaynab Dosso, dopo il record italiano indoor sui 60. Sui 200 apre la stagione la campionessa europea U23, la sarda Dalia Kaddari, con la dominicana Marileidy Paulino (argento olimpico 400). Nei 100 ostacoli si rivede Luminosa Bogliolo, per la prima volta all’aperto dopo il record italiano più taciuto nella storia, il 12”75 che arrivò a Tokyo nella stessa domenica del doppio oro di Jacobs e Tamberi. Nei 400hs Ayomide Folorunso vs Anna Ryzhykova. 

C’è attesa per il getto del peso con Zane Weir, Nick Ponzio e Leonardo Fabbri tutti insieme. 

 

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