Perché la voce dei calciatori non è entrata nel dibattito sulla Superlega? Piqué è stato un’eccezione. Come si spiega il silenzio così diffuso? Se lo è domandato dal Sudamerica – terra dei cantori puri Soriano e Galeano – l’ex attaccante del Boca Diego Latorre, visto per un paio di partite nella Fiorentina di Cecchi Gori che retrocesse in B con Baiano e Batistuta. Latorre è oggi uno dei più apprezzati analisti di calcio in Sudamerica. In un lungo intervento per la Nación dice di non esserne del tutto stupito perché “il giocatore è abituato a non avere né voce né voto, si è rassegnato a non lamentarsi. Il mondo degli affari ha aggirato la sua libertà di espressione, le decisioni vengono prese da magnati o dirigenti di multinazionali che hanno rilevato i club, indipendentemente dal fatto che abbiano mai provato o meno amore per quella squadra, passione per lo sport o interesse per il gioco”.
Latorre riprende la definizione di tifoso cliente introdotta anni fa nel dibattito intorno al calcio contemporaneo da Jorge Valdano e scrive che una delle conseguenze è che “il giocatore è stato spinto all’estremo nel suo individualismo. Il rapporto con la folla è stato annullato. Capisco allora il loro silenzio. Un giocatore oggi si sente solo. Sa di muoversi in un mondo nel quale opera un meccanismo quasi estorsivo che allontana chi dice quello che pensa, se va contro gli interessi superiori. Diego Maradona l’ha fatto e ne ha pagato le conseguenze. Non ce ne sono stati molti altri che hanno osato. Chi ha la forza di farsi sentire a prescindere dalle conseguenze? Chi osa sfidare i potenti che gestiscono il calcio? Lo spettacolo televisivo offre allo spettatore l’immagine di ragazzi milionari a cui non importa nulla di ciò che accade nel loro ambiente. È un’immagine distorta che non risponde alla realtà. È anche un’immagine preoccupante, perché allontana il giocatore dal tifoso e perché c’è il rischio che perda la consapevolezza di cosa significhi essere un giocatore, con quel carattere popolare e identitario del calcio che lo ha portato a occupare il posto che occupa nella società”.
Un’analisi interessante che si conclude poi in un vago elogio degli ex campioni come dirigenti, onestamente spesso andati a sbattere di fronte alla realtà.
“I reali del calcio – scrive Latorre – rappresentati da Florentino Pérez o dagli sceicchi arabi, sono guidati solo dalla motivazione del profitto. Pianificano calendari e inventano coppe per rastrellare soldi. A loro non importa che ci sia meno tempo per allenarsi e per riposarsi. Se le grandi star fossero messe a capo dell’organizzazione, qualcosa potrebbe cambiare. Si spera che decidano di farlo, per evitare che le aziende ci rubino il calcio, deformandolo in modo permanente”.
Jonathan Liew sul Guardian riprende l’indiscrezione lanciata ieri dal quotidiano, secondo cui Boris Johnson era a conoscenza dei piani dei superleghisti e inizialmente li sosteneva. Il governo inglese ha smentito la ricostruzione e stamattina Liew ne dà conto con il suo registro ironico: “Downing Street insiste che il primo ministro era completamente ignaro dell’intera faccenda, il che – considerato come gli ci siano voluti due mesi per comprendere l’esistenza di una pandemia mortale – sembra stranamente plausibile”.
Al calcio delle diseguaglianze e al fair play finanziario, alla “vita e morte annunciata di una una buona idea” l’Équipe dedica da oggi una serie di servizi in tre puntate con Étienne Moatti. “Il sogno di Platini” titola il quotidiano francese ricordando che fu l’allora presidente della UEFA a creare un sistema che guardasse al modello americano di equità e controllo delle spese. Diversi membri del suo consiglio andarono a New York per incontrare i dirigenti della Major League.
Un’esigenza nata dal fatto che l’Europa si è ristretta. Negli anni ’50 la presenza in semifinale di squadre inglesi, tedesche, spagnole e italiane era pari al 65%, negli anni ’60 scese al 50%, negli anni ’70 era al 55%, negli anni ’80 al 52%, negli anni ’90 ancora al 52%. È poi salita al 90% negli anni Duemila e Duemiladieci.
Il 1992 è l’anno del bivio. I paesi semifinalisti tra 1965 e 1992 sono stati 23, dopo il 1992 sono scesi a 9. Il 1992 è l’anno nel quale entrano nel calcio i soldi dei diritti tv e iniziano le diseguaglianze per la loro ripartizione. La linea di demarcazione è ancora più evidente nei campionati nazionali. In serie A, tra il 1969 e il 1991 hanno vinto lo scudetto undici squadre diverse, cinque per la prima volta, sei anche per l’ultima. Dal 1992 a oggi, ventotto su trenta sono finiti a tre sole squadre, le due eccezioni sono state Roma e Lazio a cavallo del piccolo boom urbano del Giubileo.
Analogamente in Inghilterra, tra 1969 e 1992 hanno vinto il campionato sette squadre differenti, tre delle quali per la prima volta (Leeds, Derby County e Nottingham Forest) e cinque da allora mai più (aggiungere alle tre di sopra Everton e Aston Villa). Il Liverpool c’è riuscito di nuovo appena un anno fa. Va detto che però in Coppa dei Campioni i paesi vincitori sono rimasti più o meno gli stessi: nove fino al 1992 e sette dopo. Quest’anno, per la seconda edizione di fila, avremo una finale inedita.
letture Il senso inglese di comunità ➔ “Se fosse stata una Superlega con 6 squadre italiane al posto delle inglesi (leggasi le dichiarazione di ieri delle parti in causa) oggi staremmo qui in attesa della pubblicazione del calendario delle partite; il punto chiave allargando (ma di poco) l’orizzonte è la cultura sportiva.
Un tema irrilevante se sei un normale spettatore inglese e un po’ più complesso se sei italiano. Il motivo per cui la maggior parte di quelli che conosco subiscono da decenni una fascinazione per il calcio britannico non è solo dato dall’atmosfera prima di una partita, dalle gradinate colme, con sulle teste i tetti a spiovente, dalla dimensione meno “cane mangia cane” dei 90 minuti e della settimana calcistica ad ogni livello, o le favole della FA Cup. Non è solo il romanticismo dello ieri e la nostalgia, per carità, ma è quello che continua a succedere tutti i giorni oggi attorno ai club del Regno Unito. È la somma di questo, insieme ad una rete di tifo, di supporto, di vita sociale, di sviluppo culturale che nessun altro ha o mai ha provato ad instaurare qui in Italia. Far parte di una comunità legata attorno alle regole del gioco in cui in qualche maniera ci si sente soci e parte in causa e non rivali da scannare. – di gianni agostinelli, Beppe Viola Fc
Un altro intervento interessante di stamattina è quello di Santiago Segurola su El País, una lettura in qualche misura psicologica del progetto superleghista di Florentino Pérez, definito “un eccellente apostolo del discorso ultraliberale della globalità. Con la stessa belligeranza, lo applica sia agli affari sia al calcio”. Segurola si sofferma sulla ristrutturazione dello stadio del Real e trova che sia “molto più che l’adattamento di un campo ai tempi. È il culmine fisico dello sforzo di Florentino Pérez per raggiungere Santiago Bernabéu, l’uomo che era in anticipo sui tempi con la costruzione di un impianto colossale, la creazione di una città dello sport – la prima del suo genere in Spagna – e la fondazione della Coppa dei Campioni. La Super League Europea, promossa con passione da Florentino Pérez, merita di essere interpretata come il tentativo finale di eguagliare o superare l’eredità di Bernabéu. È qui che il presidente del Real Madrid rischia con la sua scommessa e rompe la narrazione iniziata dal suo predecessore”.
La differenza tra loro, dice Segurola, sta “nell’approccio alla realtà di un presidente che ha perfettamente compreso la sociologia del calcio e il tempo in cui ha vissuto: l’impulso popolare, la spina dorsale nell’Europa del dopoguerra, la visibilità di un paese isolato nell’arena politica internazionale, l’accesso all’altra faccia della cortina di ferro – e un leader che non ha compreso l’impressionante potere sociale del calcio, o l’ha liquidato senza alcun imbarazzo. L’idea di creare uno spazio elitario, esclusivo e affamato di denaro appartiene alla logica che domina l’economia in questo secolo. Florentino Pérez l’ha applicato senza riserve fino a raggiungere un punto di non ritorno. La Super League segnala diversi problemi per il presidente del Real Madrid, di percezione sia interna sia esterna. È a capo del club che ha mitizzato una competizione dalla quale ora abiura e in cui appare come il leader di un complotto. Se la Super League fallisce, e al momento sembra che sia così, Florentino Pérez si sarà schiantato contro il muro della Coppa dei Campioni, l’edificio magico che Santiago Bernabéu ha costruito”.
Real Madrid-Chelsea | Le ceneri di Peter
| la storia ► La sera del gol al Real Madrid in finale di Coppa delle Coppe, Peter Osgood era sposato già da sette anni con Rosemary. Erano andati in un ufficio di Windsor un sabato mattina, avevano messo un paio di firme e al pomeriggio lui era sceso in campo come se niente fosse contro il Peterborough, segnando pure una tripletta. Nel Chelsea era arrivato da ragazzino, faceva il muratore, suo zio scrisse una lettera al club, per favore fategli un provino. Nel maggio del 1971, cinquant’anni quasi esatti, nello stadio ateniese del Pireo, Peter era il riferimento di ogni manovra della squadra, “un lungagnone” – lo definì la Gazzetta – che provava a prenderle tutte di testa, stretto nella morsa tra Pirri e Zoco, i guardiani in difesa di un Real che stava provando a rinascere dopo la fine del ciclo d’oro. “Solo Amancio è all’altezza degli assi del passato” scriveva ancora la Gazzetta quella sera. La sera dell’ultima partita internazionale di Gento, solo questa e basta.
Invece non fu l’ultima. Perché dopo il vantaggio di Osgood, all’ultimo minuto Zoco si gettò in avanti e con “un tiro sbilenco” fece 1-1 condannando la partita prima ai supplementari e poi alla ripetizione di due giorni dopo. Zoco era un giocatore di grande potenza, senza troppa tecnica, una presenza, un fenomenale distruttore di gioco altrui, perciò spesso veniva arretrato dal centrocampo alla difesa. Se Peter aveva l’amore di Rosemary, lui era invece sposato con la cantante María Ostiz.
Due giorni dopo, gli spettatori al Pireo scesero da 45 mila a 20 mila, uno stanchissimo Gento entrò solo negli ultimi 15 minuti per l’assalto finale, il Real Madrid segnò di nuovo al novantesimo; ma stavolta il Chelsea nei primi 40 minuti ne aveva segnati due, il primo con Dempsey e il secondo ancora con Osgood, la firma decisiva sul primo trofeo internazionale del suo club. Quando smise di giocare, aprì un pub ma gli affari non andarono benissimo.
Una terza e ultima volta Chelsea e Real si sono giocate la Supercoppa europea nell’agosto del 1998, nel principato di Monaco, con 17 reduci dal Mondiale del mese prima in Francia. Era il Chelsea degli italiani, Vialli allenatore, Zola e Di Matteo in campo. Licia Granello su Repubblica scrisse che “la Supercoppa europea continua a solleticare pochissimo l’immaginario collettivo del calcio internazionale: Milan-Juventus di martedì scorso – cioé il trofeo Berlusconi – ha avuto tutt’altro spessore e pathos”. Per dire come andavano le cose. Erano anni così. Vinse ancora il Chelsea con un gol di Poyet a otto minuti dalla fine dopo un numero di Zola che Vialli stava già per sostituire con Laudrup.
Osgood a quel tempo era diventato sgradito al club, per le sue critiche ai metodi del presidente Ken Bates, famoso per aver messo intorno ai suoi terribili ultrà delle reti che davano scariche elettriche. L’arrivo di Abramovich nel 2003 avrebbe riabilitato l’uomo dei due gol in due finali al Real Madrid. Ha avuto una statua a Stamford Bridge. Le sue ceneri sono state sparse sotto il dischetto del calcio di rigore davanti alla Shed End, che è come dire la curva sud.
| la partita ► Fatta eccezione forse solo per la sfida tra Tom Cruise e la macchina tripode che incenerisce con un raggio laser, siamo dalle parti della più accesa guerra dei mondi. Florentino Pérez è sui giornali inglesi l’incarnazione del Male dopo i grandi dittatori del Novecento, le sei inglesi che hanno fatto retromarcia sono sui giornali spagnoli la tipica eredità della Perfida Albione. Mancano solo Filippo II, Elisabetta I e l’Invincibile Armata.
Trasferito tutto in panchina siamo all’apparente morbidezza di Zidane contro gli spigoli ostentati di Tuchel.
Jason Burt sul Telegraph scrive che “gli allenatori respingono sempre l’affermazione che una partita è un incontro tra loro. Ma in meno di tre mesi al Chelsea, Thomas Tuchel ha già battuto Pep Guardiola, Jürgen Klopp, José Mourinho, Carlo Ancelotti, due volte Diego Simeone – e lo ha fatto senza che il Chelsea abbia nemmeno subito gol”. Se scavalla pure il Col de Zidane, Tuchel diventa il primo allenatore nella storia del calcio a raggiungere la finale di Coppa dei Campioni per due anni di fila con due squadre diverse. Diego Torres su El País lo definisce il poeta dell’ostruzione. Per aver trasformato il Chelsea in un bunker.
Se gli allenatori non amano parlare dei loro duelli, parliamo allora dei giocatori. I centravanti, per esempio. I centravanti francesi. Se ne occupa Tom Williams sul Times mettendo a confronto Karim Benzema con Olivier Giroud, che in una scarna sintesi sono “uno dei calciatori più talentuosi mai apparsi nel suo paese e un vecchio scaldavivande”.
Due pianeti assai distanti. “Benzema è il ragazzo dei sobborghi duri di Lione, uno che si circonda di rapper, gangster e personaggi loschi; Giroud, il beau gosse, il bel ragazzo con gli zigomi da modello, figlio di una famiglia borghese di Grenoble. Benzema è un musulmano praticante, Giroud un cattolico devoto. Anche come giocatori sono mondi a parte. Benzema era un ragazzo prodigio da adolescente, un giocatore che sembrava unire l’eleganza nervosa di Zinédine Zidane con l’esplosiva capacità di dribbling e rifinitura del brasiliano Ronaldo. Giroud è meno raffinato: alto, lento, spigoloso”. A Benzema non piacerebbe nemmeno sentir parlare di accostamenti. Quando il nome di Giroud venne avvicinato al suo, in una diretta Instagram di un anno fa disse che «non si può paragonare il kart alla Formula 1. E sono stato gentile». Il kart non era lui.
voci Il portiere francese del Chelsea ➔ «La mia conoscenza dell’Inghilterra è cominciata con una gita scolastica a Brighton, è lì che ho davvero detto: wow! Quando sono arrivato al Chelsea il mio inglese non era perfetto. Lo conoscevo un po’ perché mia sorella vive da tempo qui, suo marito è inglese. Ma i miei compagni più giovani capivano cosa volessi dire, Callum Hudson-Odoi, Mason Mount, Ben Chilwell o anche l’americano Christian Pulisic. Adesso sono al punto dove nel calcio volevo arrivare».
Édouard Mendy intervistato da Johan Rigaud, l’Équipe
PSG-Manchester City | La nascita del Golfico
Se l’antica contrapposizione di lingue, di caratteri e di visione politica che esiste tra Madrid e Barcellona ha trovato dentro i confini di Spagna una proiezione calcistica in quella cosa che chiamiamo Clásico, tanto vale dare un nome a questa nuova rivalità dentro una nuova economia, dentro un nuovo quadro politico. L’Équipe ha deciso di chiamarlo il Golfico. Una partita nella quale sono in ballo “prestigio, immagine e rivalità geopolitica”. Il quotidiano francese ricorda che il 5 giugno 2017 un blocco composto dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto interruppero le relazioni diplomatiche con il Qatar imponendogli sanzioni economiche, con l’accusa di sostenere il terrorismo islamista e di essere vicino all’Iran sciita. Una storia che Alban Traouet definisce “degna di un romanzo poliziesco”, arricchita da una cybermacchinazione svelata qualche settimana dopo dal Washington Post. Un intrigo di fake news che ha minato i rapporti tra Doha e Abu Dhabi, alle cui amministrazioni statali fanno riferimento il PSG e il Manchester City.
Paolo Condò ricordava sabato scorso su Repubblica che “tra compagnie aeree, enti del turismo e altre società collegate, una sponsorizzazione a prezzi maggiorati non è difficile da giustificare. Il Qatar ha fatto di più. Da una parte promuovendosi come terra promessa del grande sport, dalla MotoGp al Mondiale di ciclismo per arrivare addirittura al Mondiale di calcio; dall’altra entrando con tutta la sua potenza nel mercato televisivo, prima con Al Jazeera e poi con la sua costola sportiva BeIn-Sport, che trasmette la Champions in diversi Paesi. Abu Dhabi, l’emirato dello sceicco Mansour bin Zayed, patron del Manchester City (e del network di squadre che gli fanno eco in tutto il mondo), si accontenta per ora del gran premio di Formula Uno. Tra il suo petrolio e il gas del Qatar, la linea di difesa del fairplay finanziario – che oltre a contenere i debiti faceva in modo che il potere rimanesse nelle mani dei club tradizionali – è saltata”.
oi dialogoi Matteo Marani Fan Club | Matteo Marani (giornalista): «Io penso che arriveremo al campionato europeo. Prima o poi ci arriveremo. Però non può essere questo, che io definisco un atto disperato. Questo è un atto da disperati, non è un progetto. Un progetto non si fa così. Un progetto lo si pondera, lo si misura, lo si condivide con le istituzioni perché ogni progetto di riforma deve essere fatto dall’interno delle istituzioni. Ho citato in studio a Sky Sport 24 l’unico precedente che ricordo, quello dei Millonarios, nel dopoguerra in Colombia, di gente che uscì dalla FIFA».
Marco Cattaneo (giornalista): «Però, scusa, se parli di atto disperato vuol dire che è a rischio la sopravvivenza delle 12 squadre firmatarie».
Matteo Marani: «Si dice che quando una realtà è troppo grande non può saltare, non può fallire. Non faranno la fine del Torino, della Fiorentina, del Bologna, del Napoli, società che sono fallite, in totale solitudine. È stato un fatto privato, non è stato un fatto di sistema. Oggi noi tutti ci preoccupiamo, anche giustamente, che c’è una situazione di insostenibilità. Quando è capitato in altre realtà, quelle son fallite. Sono andate in serie B. In serie C. Son ripartite dal basso nel silenzio generale. Questo ci tengo a dirlo perché son tutti uguali i club, per come intendo io lo sport. Non ci sono club più importanti di altri, o prima di altri».
Alessandro Costacurta (ex calciatore del Milan e della Nazionale): «C’è qualcuno che però è la storia, Matteo, ci sono squadre, ci sono club, ci sono società, che sono un pochino troppo grosse per fallire».
Matteo Marani: «Esatto».
Alessandro Costacurta: «È la storia».
Matteo Marani: «Più che la storia, è la realtà economica. Le grandi aziende, in generale, evitano di fallire perché tirerebbero giù tutto un sistema finanziario. Io dico che dal punto di vista delle regole tutte le squadre sono uguali. E contano tutte uguali. Dal punto di vista delle regole. Per cui se un bilancio di una società è in passivo, ed è a Firenze, per me non è diverso rispetto a Milano. Questo dico, e credo di essere nella legge. Non di essere fuori dalla legge»
Alessandro Costacurta: «Sei nella legge, assolutamente».
Matteo Marani: «Nel senso che abbiamo assistito anche a situazioni in cui alcuni club sono stati salvati e altri no. Abbiam visto di tutto nel mondo del calcio. Perché questo è un esperimento, il calcio, di turbocapitalismo. Una gestione molto libera, molto leggera, della parte finanziaria».
da sky sport
in tv oggi ore 21 Canale 5 e Sky Sport 1: Real Madrid-Chelsea | domani ore 21 Sky Sport 1: PSG-Manchester City
Inghilterra | La musica che gira intorno all’Arsenal
Uno degli hashtag partoriti dalla perturbazione superleghista, #KroenkeOut, va alla verifica dei barbettoni e del mercato, ora che Thierry Henry, Dennis Bergkamp e Patrick Vieira – tre ex idoli della folla – si sono uniti a Daniel Ek, l’amministratore delegato svedese di Spotify, nella scalata all’Arsenal.
“Nei prossimi 10 giorni – scrive Matt Law per il Telegraph – è prevista un’offerta formale per testare l’affermazione del figlio di Kroenke, Josh, secondo cui il club non è in vendita. Secondo Forbes, vale 3,4 miliardi di sterline. Il servizio di streaming musicale ha un valore di 51,9 miliardi. Si ritiene che Ek sia aperto all’idea di avere una rappresentanza dei tifosi nel consiglio”. Secondo il quotidiano inglese nei prossimi giorni sono in programma ulteriori proteste dei tifosi contro la proprietà, “cosa che non farà altro che rafforzare la voglia di forzare il cambiamento”. Pare che non siano stati i tre Invincibili ad aver fatto nascere nel cuoricino musicale di Ek la passione per l’Arsenal ma il più scandinavo Anders Limpar.
In un’intervista con il Telegraph nel fine settimana, Henry aveva detto di non riconoscere più l’Arsenal che amava e che appoggiava le manifestazioni. «Questo club appartiene ai tifosi, non ha senso cercare di entrare in una lega chiusa. Hanno gestito il club come una società, non come una squadra di calcio. Forse è una mancanza di comprensione dei valori fondamentali del calcio, forse i soldi sono stati una tentazione troppo grande. Qualunque cosa fosse, era sbagliata. Molto sbagliata. I tifosi contano sempre, come avete visto. Bisogna ascoltarli. Quando sono arrivato, tutti in Inghilterra dicevano che se avessero dovuto scegliersi una seconda squadra, sarebbe stato l’Arsenal. Per la sua storia, la sua cultura, la sua classe. Non lo sento più e mi fa male. Dobbiamo riprenderci quell’immagine. Abbiamo bisogno della nostra identità».
pagine E qui vi beccate Hornby ➔ “Non sorprende che fossi l’unico del primo anno a tenere per l’Arsenal. I Queen’s Park Rangers, la squadra più vicina di Prima divisione, avevano Rodney Marsh; il Chelsea aveva Peter Osgood, il Tottenham aveva Greaves, il West Ham aveva i tre eroi dei mondiali, Hurst, Moore e Peters. Il giocatore dell’Arsenal più conosciuto era probabilmente Ian Ure, famoso solo per essere comicamente negato e per i suoi contributi alla trasmissione televisiva Quiz Ball. Ma in quel glorioso primo trimestre saturo di calcio, non importava che fossi da solo. La cosa più importante era che tu fossi un credente”.
di nick hornby, Febbre a 90’ (Guanda)