Gli ultimi cento metri più lunghi del mondo sono questi. Stanno in cima a una salita, alla fine di altri ottocento, e si percorrono danzando sulla sella, ma è una danza unta, inquinata di fatica. Si sale storti come le case d’Amsterdam, mentre qui le case, ai lati della strada, sono piuttosto carine, a due piani, al massimo tre, sono fatte in mattoni o in pietre, hanno finestre senza imposte e le cassette delle lettere tutte uguali.
Qui è Huy, un posto dove si arriva contorti, avvitati su sé stessi, annodati e gommosi, alla maniera delle sculture di palloncini gonfiati per le feste dei bambini. Si va sospesi tra l’inferno e il cielo, una strada di preghiere e di bestemmie insieme, di avemarie e misericordie, nemmeno le macchine ce la fanno, alla Freccia Vallone le fermano prima.
La strada si chiama Chemin des chapelles, va da 83 metri a 204 d’altezza nel corso di un km e tre, con una pendenza media dell’11,6% e punte del 19%. Le cappelle ci sono per davvero. Sono sette. La prima è nella parte esterna della curva iniziale e assomiglia a un portico, di colore bianco. La seconda viene dopo una specie di chicane e la terza dove il pendio s’addolcisce un attimo, per farsi aspra come una rima petrosa alla cappella numero quattro. La più insidiosa. La più ingannevole. Induce all’attacco i meno esperti. Li ingolosisce con una promessa di gloria. È troppo presto. A meno di non essere Alejandro Valverde o Anna van der Breggen, come ha detto Henry Catchpole per Cyclist Magazine.
Durante l’anno, quando non ci passa il ciclismo, qui ci vengono i fedeli in pellegrinaggio, per una Via Crucis in salita verso la basilica di Notre-Dame de la Sarte, dove all’ombra del campanile termina la corsa. Dal VII secolo, ogni sette anni, una statua della Vergine Maria viene condotta dalla chiesa fino alla città, passando per le cappelle, dove viene venerata per nove giorni.
Sulla Gazzetta dello sport di qualche anno fa, Marco Pastonesi scrisse che questo era un posto “dove poter scontare i propri peccati, dove poter implorare un intervento divino, dove poter sperare in un’esistenza migliore. E siccome il ciclismo – a suo modo – è una religione, e siccome i corridori sono trattati un po’ come pellegrini, e siccome peggio di quel Muro ci sono solo altri muri però scoperti più tardi, ecco Huy”.
STRADE
Com’è fatta questa salita
Gli ultimi cento metri più lunghi del mondo sono l’epilogo del muro più famoso tra i muri. “Ai piedi – sempre Pastonesi dall’archivio – c’è un bar battezzato Au pied du Mur, appunto. Si spilla birra Jupiler, chiara, e Leffe, rossa. Poco più in là un casottino di legno, Friterie chez Marc. Giardino, due tavoli e quattro panche per il picnic, ciliegi in fiore, un parcheggio da freno a mano perché il piazzale, Place Saint-Denis, è storto, obliquo, in bilico. Chi ha occhi, può godersi fusti, tronchi, alberi, piante, fiori: è primavera anche in Belgio. Chi invece guarda la strada, si terrorizza: una parete da arrampicata con una doppia curva, proprio come una S, da prendere larga altrimenti ci si ribalta”.
Giovanni Battistuzzi sul Foglio ha scritto una volta che “lo scenario è magnifico, il finale emozionante, sempre. Una lingua di asfalto che si inerpica verticale, talmente all’insù che fa male il collo a cercare di capire dove va a finire. Due metri e poco più di carreggiata che fa da spartiacque tra la fatica e il riposo, tra l’impresa e i musi lunghi, tra il festival e il dopofestival. Un luogo venerato da credenti e ciclisti, un pellegrinaggio di fede e biciclette, che però almeno nel secondo caso da giudice si è trasformato in dittatore. La Freccia è diventata il Muro. Null’altro. La Freccia è diventata un peregrinare sino alle sue pendici, un girovagare per le Ardenne, una lunga attesa per incontrarlo, per vedere chi resiste e chi piega le resistenze altrui. È diventata sprint d’arrampicata, corsa compatta sino alla svolta per imboccare il Chemin e poi barbaro pestaggio ruota contro ruota. È diventata testa a testa, prova di resistenza al dolore. È diventata finale emozionante, un trattenere il fiato per tre minuti, ma rush finale di un canovaccio prestabilito al quale è permesso solo di improvvisare gli ultimi interpreti, il luogo esatto della beatificazione di uno e della dannazione degli altri”.
Secondo Cyclist, per vincere sul Muro di Huy, bisogna affrontare la famosa curva a S della salita arrivandoci nelle prime 10 posizioni. “Non attaccate mai per primi, siate pazienti, trattenete il fuoco più a lungo che potete. È una salita così ripida che non esiste un modo per affrontarla facilmente. Una lunga salita alpina, spesso, può essere percorsa con un rapporto che vi permette di pedalare agilmente e prendervi il vostro tempo. Il Muro di Huy è chiaramente troppo ripido per qualsiasi rapporto e non può essere scalato con facilità”.
Su questo arrivo quasi claustrofobico e senza scampo, piazzarono per la prima volta il traguardo il 17 aprile del 1985. Hagler si era sbarazzato di Hearns in otto minuti, la Ferrari stava divorziando da René Arnoux. Rino Negri sulla Gazzetta dello sport lo presentò come “un arrivo per il Saronni di Goodwood, per l’Argentin di Block Haus (Giro dell’anno scorso), per il Beccia che questa classifca ha già vinto nell’82. Moser ha fatto bene a non venire. Su di un tracciato che di muri, oltre a quello di Huy da scalare tre volte, ne presenta nove, si sarebbe trovato a disagio”.
Vinse con la maglia di campione del mondo Claude Criquielion, dopo 20 km fatti tutti da solo. Gian Paolo Ormezzano per la Stampa scrisse: “C’era il sole, qui al Nord, così innaturale che subito stranisce come la canicola d’agosto. Una faccenda bellissima, intensissima, con traversate di splendidi deserti verdi a saliscendi e caldissime penetrazioni di paesi fitti di gente matta per Crlcq. Uno dei pochi belgi che parlano francese e vanno forte in bicicletta. Visti sul muro di Huy morire di fatica, come poveracci, i miliardari Hinault e Fignon e LeMond. La corsa di ieri è stata più dura di certe ridicole ma strombazzate tappe alpine del Giro d’Italia”.