AMERICHE
Nella notte tra lunedì e martedì, Damar Hamlin dei Buffalo Bills ha avuto un arresto cardiaco in campo durante la partita contro Cincinnati Bengals, nel primo quarto. Hamlin, 24 anni, ha provato a fermare il ricevitore avversario Tee Higgins. L’impatto è stato duro. Higgins lo ha colpito al petto con la spalla destra e la testa protetta dal casco. Hamlin è crollato all’indietro dopo essersi inizialmente rialzato. La partita è stata interrotta. Il battito cardiaco è stato ripristinato dai medici in campo. Il giocatore è all’UC Medical Center di Cincinnati, in condizioni critiche.
Un arresto cardiaco arrivato nei giorni in cui era ripreso il dibattito sui troppi rischi per le commozioni cerebrali. Il Washington Post ne aveva parlato a proposito di Tua Tagoailoa, quarterback di Miami per la terza volta nel protocollo NFL per concussion.
Kurt Streeter sul New York Times ha scritto un editoriale nel quale sostiene che “siamo tutti complici di questo spettacolo violento. L’appetito per il football non è mai stato così alto. Troppo spesso, troppi di noi, me compreso, guardano la NFL concentrandosi sul divertimento e ignorando i rischi. Il crollo di Damar Hamlin durante una partita in prima serata tv dovrebbe costringere a riconsiderare il nostro rapporto con il football. Non è chiaro se l’emergenza medica di Hamlin sia legata al contrasto che l’ha preceduta. Ma l’idea della sopraffazione fisica in campo, ammettiamolo, fa parte di ciò che rende il football un’attrazione così americana. Ci siamo abituati alla sofferenza, assolvendo noi stessi quando un ragazzo appena schiacciato sul campo alza un pollice e dice di star bene. Serve un giocatore che stava quasi morendo in diretta per allargare la nostra visione sul gioco, per esaminare perché e cosa guardiamo?”.
La NFL ha fatto sapere che la partita sospesa non riprenderà in settimana. The Athletic elogia l’atteggiamento responsabile tenuto dalla Espn durante la diretta, sia per l’uso del replay sia per i toni adoperati nei commenti e per la gestione complessiva della trasmissione. “Un momento di tv dolorosa ma significativa” dice il Washington Post.
È un trauma che sta obbligando l’America a discutere di sé stessa e del suo piacere numero uno. Il New York Times ragiona su quale sia il fascino di questo sport agli occhi della nazione, dicendo che “del football amiamo i ritorni, le grandi storie, il suo caos, l’arte del gioco al suo massimo livello. È facile essere attratti dal mix di creatività e di aggressività. Non è facile farsi accettare e ammettere onestamente che ogni partita si tiene sul filo di un rasoio. Il football – scrive Streeter – è il nostro grande elisir, il festival settimanale che si svolge dall’autunno all’inverno. In una nazione divisa, rimane una forza unificante”.
Eppure, sostiene il giornale americano, non è più possibile amare questo sport fingendo di ignorarne i costi. “I giocatori non sono avatar o oggetti”, dice Streeter, “sono giovani uomini che stanno mettendo a rischio la loro vita per il nostro divertimento”.
Che cosa si può fare? Molto è stato fatto, da quando intervenne il presidente Theodore Roosevelt per spingere a cambiamenti che limitassero la violenza. Il numero delle morti è diminuito rispetto a quei tempi. Ma quel fantasma rimane, dice il New York Times, e rimarrà sempre, in un gioco così violento. La NFL potrà limitare i colpi alla testa. Potrà squalificare in futuro i giocatori che colpiscono gli avversari con delle giocate sporche. “Ma la violenza e il pericolo – dice Streeter – rimarranno il cuore pulsante del football. Togliete la violenza e il football non sarà lo stesso. Guarderemo affascinati e talvolta inorriditi le partite di questa settimana, i playoff, il Super Bowl. Le guarderemo, ma probabilmente – speriamo – non guardaremo mai più il nostro gioco allo stesso modo”.
Così, mentre lo zio di Damar Hamlin riferisce che il ragazzo è stato riportato due volte in vita con gli interventi medici, anche il Washington Post ragiona sull’impatto dell’incidente nella coscienza dell’America.
Jerry Brewer ha scritto che per una volta almeno la NFL si è fermata. Forse malvolentieri, ma non era possibile non farlo, dinanzi all’orrore di un arresto cardiaco al Monday Night Football, una delle grandi tradizioni dello sport USA, sul palcoscenico televisivo più esposto, durante l’unica partita della serata, nell’ultimo lunedì della stagione. Il Post lo chiama “un promemoria sull’incessante brutalità di questo sport che ha costretto tutti noi ad affrontare la dura realtà di questo gioco. Il football – ha scritto Brewer – non è solo uno sport violento. È uno sport vizioso che molti spettatori ritengono brutale. La maggior parte delle persone non è che accettano le continue collisioni, adorano il football per quelle”.
È sorprendente – dice il giornale americano – che nel corso della sua storia il football non abbia vissuto molte scene spaventose come quella di lunedì. La natura dello sport è l’aggressività e il pubblico si è abituato ai giocatori che vengono portati fuori dal campo, curati sotto una tenda medica blu, qualche volta trasferiti in ospedale durante una partita. È raro che l’azione si fermi a lungo.
“Schiantarsi, ripulirsi, schiantarsi di nuovo, ripulirsi, schiantarsi ancora. La dipendenza da questo ritmo è così forte che nessun singolo momento, nemmeno uno così traumatico, spaventerà la folla. La conclusione non dovrebbe essere odiare il football o sentirsi in colpa per amarlo. Ma questo episodio è un avvertimento per bilanciare la nostra ossessione con un’adeguata preoccupazione per i rischi”.
Mentre i medici circondavano Hamlin in campo, il cornerback dei Buffalo Siran Neal si è allontanato per alcuni metri, piangeva, ansimava, tirando la maglia e le spalline. Ha abbassato la testa e si è messo in ginocchio, finché un compagno di squadra, Nyheim Hines, si è chiamato su di lui per consolarlo. Sono rimasti così, sul prato, stretti in un abbraccio, preoccupati per Hamlin e indifferenti al football. “Fino a nuovo avviso – dice allora il Washington Post – il football deve rimettersi a questa angoscia”.