Quel Max-calzone di Verstappen e le pole position che Leclerc getta via

  Max Verstappen ha vinto in Messico il 51esimo GP della sua carriera raggiungendo così Alain Prost nella classifica di tutti i tempi. Ha avuto bisogno di due partenze, una più chirurgica dell’altra, in una corsa divisa a metà per la sospensione imposta dalla riparazione delle barriere danneggiate dalla violenta uscita di scena di Kevin Magnussen, per fortuna incolume. Leclerc partiva dalla pole e ha subito danni alla macchina alla prima curva, in contatto con Sergio Pérez. Secondo Lewis Hamilton, davanti alle due Ferrari.

 

   PUZZLE Che cosa si dice in giro

È un altro lunedì di smarrimento per la pole di Leclerc che prometteva un epilogo più luminoso. Fulvio Solms sul Corriere dello Sport-Stadio ha scritto che la prima fila tutta rossa a Città del Messico è stata un rapido colpo di pennello, nello stile degli anni Cinquanta quando dalle

tribune le macchine erano un lampo colorato, e il resto andava immaginato. Dello stesso umore, Stefano Mancini su la Stampa parla di una prima fila della Ferrari che dura il lampo di una curva. Verstappen si infila tra le due Rosse, passa e va di fretta. Ha un appuntamento con la storia.

Umberto Zapelloni sul Giornale allarga le braccia e dice che ormai ci dobbiamo abituare. L’importante è che per Charles tutto questo non diventi un incubo. Per l’undicesima volta di fila una sua pole si trasforma in una vittoria di una Red Bull.  La frittata si è trasformata subito in tortilla quando la partenza al rallentatore delle due rosse ha distrutto la gara dell’eroe di casa facendo piangere più di un bambino in tribuna. Tutto o quasi in 800 metri, quelli che dividono la linea di partenza dalla prima staccata. Quest’anno Max non ha pietà per nessuno.

Mario Salvini sulla Gazzetta dello sport la butta su Halloween, che in Messico interpretano in modo più spirituale, sotto la definizione di Dia de Los Muertos, e forse per questo non c’è stato bisogno di scherzetti. Solo che per la Ferrari i dolcetti arrivati non sono proprio quelli che avrebbe voluto

Leo Turrini sul Resto del Carlino analizza quella che gli pare una Ferrari incompiuta e imperfetta. Il problema può essere… misurato: mediamente un Gran Premio è lungo più di trecento chilometri e invece la Ferrari esaurisce la sua geometrica potenza sul giro secco. Purtroppo è un guaio antico. Ne sento parlare, senza esagerare!, da una dozzina di anni. Un tempo si diceva che a Maranello la galleria del vento era obsoleta: venne ristrutturata e adeguata alle esigenze. Poi ci si lamentava della mancanza di un simulatore all’altezza dei gioielli utilizzati dalla Red Bull e della Mercedes: adesso all’interno del reparto corse è in funzione un impianto meravigliosamente moderno. Ciò nonostante, la Rossa continua ad usurare gli pneumatici troppo in fretta. E poiché non è lecito dubitare della preparazione degli ingegneri del Cavallino, è evidente che siamo di fronte ad un deficit organizzativo e culturale.

 

Tutta la gloria finisce dunque di nuovo a quel Max-calzone di Verstappen. Alessandra Retico su Repubblica lo chiama l’alpinista, perché scala la griglia dovunque lo metti, sale in vetta nell’aria rarefatta del Messico e della Formula 1. Diego De Ponti su Tuttosport sottolinea come abbia sparigliato le strategie quando ha scelto di fare il pit stop al 20esimo giro, mandando all’aria tutti i discorsi dei giorni scorsi. Il gruppo puntava ad un solo pit stop. Il primo della classe fa di testa sua. La Red Bull di oggi si può permettere queste variazioni sul tema, vista la superiorità delle sue prestazioni. La superiorità di Verstappen, sia chiaro, perché Sergio Pérez ha fatto alzare gli occhi al cielo anche nel GP di casa sua. Ne scrive Daniele Sparisci sul Corriere della seraL’eccesso di tensione, la presenza di Ricciardo davanti, le aspettative altissime del pubblico di casa hanno mandato in tilt Sergio Perez. L’attacco velleitario dalla quinta posizione su Leclerc, pagato con un pesantissimo zero in classifica, è la fotografia di un pilota in confusione che ha perso la fiducia in sé stesso, la dimensione nel team, e anche la direzione. Doveva essere la svolta, il segnale da mandare ai vertici (Horner, ma soprattutto Marko che lo punzecchia appena può), e invece è stato l’ennesimo capitolo di una involuzione cominciata con un altro botto a Montecarlo, proprio nel suo momento di massimo splendore

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