Come l’attentato al World Trade Center ha cambiato la vita degli atleti musulmani d’America: le storie di Hakeem Olajuwon, Ibtihaj Muhammad e Bilqis Abdul-Qaadir. Con una riflessione di Abdul Kareem-Jabbar
Hakeem Olajuwon era passato da poco ai Raptors. Per la prima volta in oltre vent’anni si trovava lontano da Houston, con un mondo di relazioni tutto da costruire. Un mese dopo il suo arrivo, vennero attaccate le torri gemelle. A Lagos, dove era cresciuto, l’Islam era la sua cultura, prima ancora che la sua religione. Ascoltava un imam alla radio, digiunava al Ramadan, frequentava la moschea ogni venerdì con suo padre. Ma da quando era emigrato negli Stati Uniti, aveva smesso. Non sapeva neppure di averne una lì, vicino casa. Finché non sentì la chiamata alla preghiera. Scoppiò a piangere. Era arrivato il 12 settembre.
Shaker Samman su Sports Illustrated ha dedicato un lungo servizio alla maniera in cui è cambiata la vita degli atleti musulmani in America dopo l’attentato al World Trade Center. È la sua stessa comunità d’appartenenza e racconta come da quel giorno “i musulmani sono diventati una classe inferiore di cittadini in un paese timoroso e pieno di odio nei loro confronti. Ero uno di loro – scrive – avevo 5 anni, uno studente musulmano di prima elementare che viveva nelle zone rurali del Michigan, circondato da persone la cui idea sugli arabi e sui musulmani era stata plasmata dalle serie tv, da NCIS o da 24. Non ricordo la caduta delle torri ma ricordo l’11 settembre. Tornando a casa da scuola trovai mia madre, in preda al panico, scossa, a metà delle scale della mia camera da letto. Ti hanno detto a scuola cosa è successo oggi, chiese. Non l’avevano fatto. Me lo spiegò con semplicità e cautela: certa gente aveva attaccato gli Stati Uniti. Gente di un posto vicino alla Siria, dove sono nati i miei genitori molto prima che emigrassero nel 1990. Poi, in un momento di chiaroveggenza, ha sospirato e mi ha guardato dritto negli occhi: «Ora le cose saranno diverse». Gli ultimi 20 anni di politica degli Stati Uniti, in patria e all’estero – continua Samman – hanno confermato questa verità. Il mondo è cambiato a un macrolivello e per me a livello personale. Le guerre hanno lasciato il posto a un assalto di islamofobia, attaccando chiunque praticasse la fede o anche lontanamente assomigliasse a coloro che la praticavano. Le parole Medio Oriente, arabo e musulmano sono diventate sinonimo di terrorista. Non importava che i miei genitori fossero brave persone nei loro campi. La storia perduta dell’11 settembre è la storia del 12 settembre, il giorno in cui i musulmani in America si sono svegliati davanti a una nuova realtà. Una realtà che continua ogni mattina da allora”.
Samman racconta come. Lo fa attraverso la ricostruzione delle vite di alcuni campioni americani. Ibtihaj Muhammad, per esempio. La futura schermitrice medaglia olimpica per gli USA era una delle poche musulmane nella sua zona – forse una o due famiglie in tutto – l’unica che a scuola indossava un hijab. Frequentava il secondo anno alla Columbia High di Maplewood, 20 miglia da Manhattan, un posto di pendolari. Oggi ha 35 anni. Muhammad era a lezione di inglese quando avvertirono il professore e accesero la tv. Chiamarono tutti gli studenti musulmani e li misero in una sola stanza, separati dagli altri. Dissero che era per la loro sicurezza.
Bilqis Abdul-Qaadir è una ex cestista trentenne di Springfield, Massachusetts. È stata quattro anni con l’Università di Memphis e l’ultimo a Indiana State. Al liceo aveva iniziato a giocare con il capo, le braccia e le gambe coperte. Non conosceva molti altri musulmani in città e non sapeva a chi chiedere consigli su come adattare l’abbigliamento alla sua attività sportiva.
“Portava un abito goffo – racconta Sports Illustrated – fatto di pantaloni della tuta o magliette, avvolti come un turbante. Non poteva usare spilli o aghi per fissarli, sarebbe stato pericoloso in campo. E il mondo era ancora lontano anni dalla produzione del Dri-Fit. Segnava una media di oltre 40 punti a notte ma era bersaglio di insulti dai tifosi avversari delle scuole cattoliche”.
«Mi chiamavano la nipote di Osama Bin Laden – dice al giornale – e ogni volta che mettevo piede in campo, la folla mi indicava e rideva. Le persone si avvicinavano dopo la partita e chiedevano perché fossi vestita così. Non avevano mai incontrato un musulmano, dicevano».
Un paio di volte è stata interrotta la partita e una sera a Memphis, in una partita contro Houston, una manata involontaria le scoprì il capo.
“Bilqis cadde a terra – racconta Sports Illustrated – in preda al panico mentre le sue compagne di squadra si stringevano intorno a lei, proteggendola dalla folla, mentre lei si trascinava per riattaccare il copricapo e le telecamere ingrandivano l’immagine in modo invasivo, cercando di riprenderla. Abdul-Qaadir aveva in programma di giocare da professionista in Europa ma la FIBA ha vietato alle atlete di indossare l’hijab. Doveva fare una scelta: il suo sport o la sua fede. Aveva considerato l’idea di rinunciare a coprirsi e si sentiva in imbarazzo al pensiero. Non lo disse in famiglia, solo a un caro amico. Quella scelta ha posto fine alla sua carriera”.
Senza giocare un solo minuto da professionista, Abdul-Qaadir ha spinto però la FIBA a cambiare le regole, dopo una controversia durata tre anni, ed è con l’hijab che Ibtihaj Muhammad ha scalato le gerarchie della scherma fino a Rio. Inizialmente adattando un modello per bambini legato sulla schiena e fissato davanti con una spilla da balia, poi con un modello sviluppato da Nike, traspirante.
Anche Olajuwon dice a Sports Illustrated che l’Islam era stato guardato sotto una luce positiva fino all’11 settembre, poi è iniziata tutta questa negatività. È stato allora che si è riavvicinato alla religione e spiega che era come sentisse di voler convincere la gente. Coglierò l’opportunità, si diceva, per rimodellare la percezione di ciò che l’Islam è veramente.
E hanno storie simili di pregiudizi affrontati pure Husain e Hamza Abdullah, due fratelli nati a Los Angeles, ex difensori in NFL, cresciuti in una piccola comunità musulmana composta da immigrati provenienti da tutto il Medio Oriente. Giocavano a Washington e osservavano il Ramadan di nascosto, timorosi di perdere il posto se si fosse saputo ma anche se il loro rendimento fosse calato senza un motivo. Per andare in pellegrinaggio alla Mecca, nel 2012 interruppero la loro stagione. A Husain costò un anno di stop, per Hamza – racconta Sports Illustrated – il prezzo è stato più alto. Il suo agente non si è più fatto vivo e da allora non ha più trovato una squadra.
controcanto Così parlò Kareem
“Gli americani avevano bisogno di un nemico visibile, facile da distinguere tra la folla dal loro vestito o dal colore della loro pelle”. Queste sono parole di Kareem Abdul-Jabbar, il newyorkese che ha vinto a Los Angeles con il gancio cielo, la testa che ha partorito i libri Brothers in Arms, On the Shoulders of Giants, Coach Wooden and me. “Avevano già un aspetto diverso, mangiavano in modo diverso, pregavano in modo diverso, quindi nessuna grande perdita per l’America”. Kareem ne ha scritto sulla newsletter distribuita attraverso la piattaforma Substack. A chi si iscrive, chiede di indicare in un commento quale film ritiene che rifletta lo spirito americano.
Ricorda le bugie della politica sulla guerra in Vietnam e sull’intervento in Iraq, poi scrive: “Lo sport normalizza la vita. Quando il mondo è nel caos – dice – la sua routine familiare e prevedibile calma l’anima devastata. Lo sport cerca di essere corretto quando sembra che nient’altro lo sia. È ordinato con regole, ricompense e sanzioni che insegnano come prosperare all’interno di vincoli. È come scrivere delle poesie in rima. Nei primi mesi della pandemia, la cancellazione degli sport è stata sentita per molti come il crollo della civiltà. Lo sport è come un termometro che misura non solo la salute della comunità, ma anche la sua speranza”.
E fu così, dice Kareem, pure venti anni fa. Quando il Super Bowl ricordò i nomi delle vittime uccise negli attacchi facendoli scorrere su uno schermo gigante.
“Prima dell’11 settembre – scrive Kareem – gli atleti erano sentinelle silenziose in appoggio all’eccezionalità americana, come statue dalla schiena rigida fuori da un museo. Non hanno mai criticato la politica o il sistema sociale americano. Rappresentavano la nostra tranquilla e indiscussa accettazione di essere un luogo splendente su una collina che trattava tutti allo stesso modo. Ma dopo l’11 settembre, gli atleti hanno iniziato a stare al passo con i tempi. Hanno espresso il nostro malcontento. Sono diventati il coro greco che ci avverte del nostro percorso autodistruttivo e ci incoraggia verso un cammino più sano”.
È molto toccante il passaggio più personale ma non meno politico. L’effetto che ebbe l’11 settembre su di lui. “Ho capito la rabbia dell’America. Anch’io ero arrabbiato. La distruzione delle Torri Gemelle ha eretto altre invisibili Torri Gemelle nel mio cuore. Una ardeva di ira per ciò che era stato fatto al mio paese. L’altra era la paura straziante per ciò che il mio paese avrebbe fatto in patria e all’estero a musulmani innocenti, perfetti da incolpare. Da quando ho annunciato la mia conversione nel 1971, insieme a Muhammad Ali sono diventato il volto più importante dell’Islam per i bianchi e i neri americani. All’inizio ero più che altro una curiosità, una specie esotica, non una minaccia. Ma man mano che la paura dell’alterità degli americani aumentava, cresceva anche la loro ostilità contro i musulmani. Quando l’Iran prese ostaggi americani nel 1979, avevamo un chiaro nemico su cui concentrarci e contro cui schierarci. Le parole terrorista e musulmano divennero intercambiabili nella coscienza americana. Erano i nuovi comunisti e nazisti”.
“Siamo entrati in guerra con l’Iraq – continua l’analisi dell’ex centro dei Lakers – nel tentativo maldestro di punire gli aggressori. Avevamo bisogno di colpire e dimostrare al mondo che eravamo ancora i più duri. Il problema è che nessuno dei terroristi che hanno ucciso 2.977 persone l’11 settembre proveniva dall’Iraq. Quindici dei 19 dirottatori provenivano dall’Arabia Saudita, un paese con cui facciamo enormi affari in petrolio e armi e non volevamo offenderlo. Non più di quanto abbiamo fatto quando i sauditi hanno smembrato un giornalista americano, Jamal Khashoggi, nel 2018. Finché erano musulmani, nessuno avrebbe notato la differenza geografica. La nostra islamofobia non è stata riservata ai paesi stranieri, abbiamo trovato difficile resistere alla comodità di odiare i musulmani di qui, a casa nostra. Secondo le statistiche dell’FBI, il numero di crimini d’odio contro i musulmani denunciati è passato dai 28 del 2000 ai 481 del 2001. Ho passato una vita a cercare di promuovere gli atleti come leader della comunità nel tentativo di educare la popolazione contro i pregiudizi. Quando sono diventato musulmano, ho ricevuto sostegno dai miei compagni di squadra e da altri atleti. Ma con l’aumentare dell’ostilità nel paese, specialmente dopo l’11 settembre, sono stato costretto a spiegare che l’Islam non era terrorismo. Dal 2015, gli estremisti bianchi di destra sono responsabili di 267 complotti o attacchi che hanno provocato 91 morti, molto più di qualsiasi altro gruppo. L’America vive ancora all’ombra delle Torri scomparse. Sentiamo ancora la loro presenza come un arto che ci manca. È stato particolarmente gratificante per me vedere negli ultimi 20 anni gli atleti americani crescere nel ruolo di portavoce del sogno americano. Non solo il sogno di una ricchezza personale ma anche di una giustizia sociale e di più opportunità per tutti. Ci sono atleti hanno rischiato la carriera e la vita parlando pubblicamente di razzismo, xenofobia, misoginia, leggi anti-LQBTQ+ e altre ingiustizie. Hanno cambiato le cose in meglio per tutti questi gruppi. Lo sport non è più solo intrattenimento, è un’incarnazione vivente degli ideali del nostro Paese”.