È stato Bahamontes

Ogni tanto qualcuno glielo diceva. Sei stato uno dei migliori scalatori della storia. Ogni tanto qualcuno glielo diceva, e Federico Bahamontes si offendeva. Replicava che no, non era proprio così, lui era stato indiscutibilmente il più grande scalatore della storia. Era l’aquila di Toldedo per tutti, era un nome leggendario che stava sulla bocca dei nostri padri, nell’età in cui il ciclismo e la boxe si ascoltavano alla radio e prendevano le prime pagine dei giornali più del calcio. Nel ritratto che la rivista Rouleur gli dedica, Bahamontes viene raccontato come un vero e proprio fenomeno sociale. Controverso e provocatorio, cercava scuse dopo le sconfitte, esaltava da sé le proprie vittorie. Quest’atteggiamento in pubblico, questa sua interpretazione del ciclismo e della vita avrebbero fatto di lui il corridore più popolare di sempre, se solo fosse nato cinquant’anni più tardi

Bahamontes era nato invece negli anni ’20, dovette sopportare la guerra civile e finì ciclista quasi come una parentesi alla sua attività di contrabbandiere nella Spagna affamata della seconda guerra mondiale. È diventato un intoccabile. Il primo del suo paese a vestire la maglia gialla, il primo a vincere un Tour de France, nell’edizione che si chiudeva il 18 luglio, la data più simbolica del regime franchista, il giorno in cui si celebrava il colpo di stato che diede il via alla guerra civile, i fascisti la chiamavano la crociata.

Tanto che la sua eccentricità è stata perdonata, così come il suo spaccone e i Nel ripercorrere quei giorni con Marcos Pereda, Rouleur dice che la sua spacconeria e la sua vanagloria sono stati perdonati. Non era questa l’immagine della Spagna che il regime voleva promuovere, ma con la Spagna a malapena riconosciuta sulla scena internazionale dell’epoca, le sue vittorie facevano comodo

Altre due volte sul podio al Tour, un secondo posto alla Vuelta, al Giro tre partecipazioni ma mai fra i primi-dieci, anzi, con due ritiri. 

Abc scrive che di Bahamontes ce n’è stato solo uno”

 ▥  il soprannome El Confidencial ricorda che il soprannome di aquila di Toldeo si dice sia stato inventato da Jacques Goddet, uno dei papà del Tour. Ma Federico rispondeva di no, era l’aquila di Toldeo già prima di andare a vincere in Francia. Se diamo per buona la storia di Goddet – dice il giornale spagnolo – allora resterebbe l’unica cosa che Bahamontes non ha deciso da sé

Non si chiamava davvero Federico ma Alejandro, solo che uno zio insisteva perché portasse il nome suo, e Federico sia. Ha avuto una storia incredibile fin dalla culla. Con lui – dic e El Confidencial – se ne va un ciclismo diverso,  un ciclismo di mascalzoni, di furfanti, di poveri che cercavano di uscire dalla miseria

Suo padre era un veterano delle guerre coloniali, di notte Federico scavalcava cancelli per acchiappare scoiattoli, topi, gatti, come racconta nella sua biografia El Águila de Toledo: La vida de Federico Martín Bahamontes, insieme con da Alisdair Fotheringham e tradotta in spagnolo da David Batrés. Trascinava carretti di verdura lungo le strade di Toledo, pedalava in fuga dalla Guardia Civil per proteggere la sua mercanzia a nero. È diventato ciclista – riassume El Confidencial – per non farsi prendere né dalla legge né dalla fame. Un giorno si rifugiò per ore sotto un ponte, con l’acqua fino al mento, prese freddo, si ammalò, gli caddero tutti i peli. Raccontano che Bahamontes andasse pure di stanza per stanza a vendere guanti e calzini che comprava in Francia e piazzava in Spagna, o viceversa. Anche il ritiro di Bahamontes è stato molto alla Bahamontes. Il giorno prima dell’ascesa sul Portet d’Aspet, era uscito di classifica, staccato sul Tourmalet e sull’Aspin. Era vecchio, stanco, gli dovevano dei soldi, era senza motivazione. Si concesso un ultimo colpo di scena. Attaccò come un matto sulla prima rampa dell’Aspet, si lasciò il gruppo alle spalle, dispersi nelle curve, poi andò a nascondersi dietro alcuni cespugli. I corridori – racconta El Confidencial – passarono pensando di inseguirlo, in realtà stavano cercando di acchiappare un’ombra, un ricordo, l’uomo che, se fosse nato oggi, sarebbe più famoso di Gesù Cristo e dei Beatles messi insieme

 ▥  il franchismo Federico contro tutti, Federico sopra tutti, dice Carlos Arribas su El Pais. Era una forza della natura, come i torrenti, come i vulcani, come i fulmini e i tuoni. Tutti invidiavano le sue gambe, i suoi quadricipiti, erano come un lingotto d’acciaio, duro, sporgente sotto i calzoncini, tutti volevano i suoi muscoli, ma non la sua testa, capricciosa. Non c’era nessuno che potesse convincere quel testardo, un figlio della fame e del picaresco, degli affari veloci, del mercato nero, della necessità di mangiare un gatto e credere che fosse una lepre

Coppi lo spronò a non acconentarsi, a svegliare la sua ambizione, a non accontentarsi di essere solo il re della montagna, lo spinse a vincere il Tour, a duellare con Charly Gaul. Quando gli chiedevano di vincere per Franco, lui rispondeva che voleva vincere per Fermina, la sua vita. 

Prima di parlare con uno sconosciuto, Bahamontes gli stringeva la mano – racconta Arribas – non tanto per salutarlo educatamente quanto per misurarla. La mano, spiegava stringendola con la sua, enorme, è lo specchio dell’anima, le mani parlano, per essere un ciclista bisogna avere le mani grandi, come pure per essere qualcosa nella vita, per avere successo con le donne. Diceva che il sesso durante una corsa a tappe era micidiale, raccontava di esserci cucito la patta del pigiama per sfuggire alle tentazioni solitarie nelle notti del Tour. Bahamontes – scrive Arribas – ha introdotto nella lingua quotidiana della Spagna parole che non lo hanno mai più abbandonato: epopea, impresa solitaria, insondabile. Molti anni dopo, ha aperto gli occhi a tanti sulla vera storia della Spagna, quando ha iniziato a sciogliere la lingua e a raccontare la sua fame, i suoi anni a Madrid durante la guerra civile, la cattura di suo padre. 

 ▥  le discese e il gelato Alessandra Giardini sulla Gazzetta dello sport dice che le storie su Federico Bahamontes erano così eccessive da sembrare inventate. Ma in un paese che si è immaginato Don Chisciotte e le donne di Almodovar, non era fuori posto neanche Bahamontes.  Raccontava di essere salito su una bicicletta nuova soltanto una volta dopo la fine della sua carriera, al funerale di Luis Ocaña, che si era ucciso nel 1994. Pensiamo tutti che il problema siano le salite, ma da lassù bisogna anche scendere. E Bahamontes è sempre stato un pessimo discesista. Eppure era quello di cui aveva bisogno la Spagna per ricostruirsi un’immagine di successo dopo la guerra. Quel paese grigio, vinto, impaurito, aveva però Bahamontes

In discesa perdeva spesso il vantaggio che aveva accumulato in salita, la sua carriera è stata accompagnata da pià di una leggenda. Il gelato, per esempio. Le cronache riferiscono che Bahamontes era così superiore ai rivali, che quando scollinava in cima a una montagna, andava a comprarsi un gelato, sedeva sul ciglio della strada e aspettava gli altri, per evitare di farsi la discesa tutto da solo. In realtà è successo solo una volta, al Tour de France del 1954, la sua prima volta in Francia, al Col de Romeyère. Successe perché una delle macchine al seguito della corsa, sollevò una pietra da terra, mandò a colpire la ruota posteriore della bici di Bahamontes e ne ruppe diversi raggi. Con la ruota in quello stato, era impossibile andare giù per la discesa in modo sicuro. Bahamontes non aveva altra scelta, sedette sul bordo della strada e aspettò che arrivasse l’auto col meccanico, per cambiare la ruota. A pochi metri da lui c’era un carrettino dei gelati, se ne fece mettere un po’ dentro un barattolo e attese. Così cominciò la sua leggenda di campione sfacciato, estremo. 

Ghislaine Mouline su L’Équipe giura che non molto tempo fa, gli organizzatori del Tour erano ancora alle prese con le sue scappatelle. Nel 2009, quando aveva già 81 anni, fu invitato alla corsa e chiese se poteva venire accompagnato. 

Giovanni Battistuzzi sul Foglio ha scritto che Federico Bahamontes era secco e coriaceo come certi pinnacoli dolomitici e faceva uno strano effetto vederlo pedalare. Sembrava che in sella non ci sapesse stare. Seduto a spingere sui pedali teneva le ginocchia larghe e i gomiti ancor più all’infuori quasi a voler tenere lontani gli altri corridori del gruppo. Non era fatto per stare in gruppo Federico Bahamontes, troppe biciclette attorno lo innervosivano. Per questo aspettava l’occasione giusta per rimanere solo e l’occasione giusta era sempre la salita. Non scattava quasi mai Bahamontes, saliva e accelerava il ritmo e uno a uno li staccava tutti

 

Bahmontes raccontato da sé stesso

«I miei coltivavano verdura, zucchine soprattutto, e le rivendevano al mercato. Mio padre era comunista e lo è stato fino alla fine, antifranchista convinto, ma un giorno rischiò di prendersi una schioppettata da un compagno che gli chiedeva di regalargli una cassa di frutta.

Regalare è un verbo che non esiste, quando hai sei figli da sfamare. Alla prima corsa andai con un limone in tasca, ero un ragazzino e vinsi, mi sentivo Coppi. Alla mia epoca correvano Coppi, Bobet, Anglade, Riviere, Massignan, Koblet, Kübler, Anquetil, Baldini, Gaul, Nencini, eravamo tutti amici ma sulle strade era una guerra. Una guerra tra amici. Questo era il nostro ciclismo. Uno sport terribilmente duro, violento, pieno di carognate, quello di oggi fa ridere, è una passeggiata col fiore in bocca in confronto».  – intervista di cosimo cito, la Repubblica, 3 luglio 2018

 

L’oro di Ganna a freddo

 

Ripensando all’oro mondiale di Ganna nell’inseguimento individuale, Repubblica ieri mattina parlava di un ciclista senza limiti e in base ai tempi lo ha incoronato il più veloce di tutti, il più grande passista, il più grande cronoman della storia. Maurizio Crosetti ha scritto: Cosa potrà mai vincere, adesso? Oltre alle collezioni di arcobaleni contro il tempo e alle medaglie olimpiche su pista, saprà conquistare una grande classica? Forse un mondiale, su un percorso duro ma senza troppa salita? Magari una Sanremo, usando il Poggio, e soprattutto la discesa verso il mare, come una molla e “spianando” l’ultimo balzo con la potenza dei suoi watt? Oppure si prenderà la Roubaix, sfida monumentale che ha già vinto da dilettante? Ogni ipotesi, al momento, è come lui: smisurata.

 

|   Che cosa dice lui

 ➣  Lei durante le interviste ha la faccia di uno sulla poltrona del dentista. Timidezza o allergia ai giornalisti?

«Odio le domande tutte uguali, odio la pesantezza. Non sono timido, se la questione è interessante rispondo volentieri».

 ➣  La sua tattica, vincente e rischiosa, è spingere un rapporto mostruosamente lungo (62×14 o 66×15 denti) che le permette di sviluppare velocità altissime nell’ultima parte ma che rende la bici lentissima in partenza.

«Dietro quella scelta ci sono ragionamenti complicati e un lavoro duro: scegliere il rapporto immaginando la prestazione che si vuole ottenere e la forma del momento, allenare la forza sollevando bilancieri in palestra e consumando la pista per poterlo spingere senza spezzarsi le gambe. E poi una super bici e meccanici bravissimi a eliminare ogni forma di attrito».

 ➣  È vero che se si prova a far girare i pedali con le mani non si muovono?

«No, non è vero, hanno una scorrevolezza pazzesca: se venite a trovarmi vi faccio vedere. Ma farli girare pedalando in uscita dai blocchi, quella è un’altra storia. Lì è meglio se non ci provate proprio». – intervista di marco bonarrigo, Corriere della sera

 

|   Che cosa dice il ct Marco Villa

 ➣  Ma un difetto Filippo ce l’ha?

«No! È perfetto. Scherzo. Mi faccia pensare…Ecco. Solo questo. Secondo me si isola troppo. Io lo vorrei più aperto anche con i tifosi, invece si nasconde. A mio avviso dovrebbe fare la stella. Certo, anch’io nei suoi panni sceglierei il profilo basso. Ma Filippo invece deve fare la star. Perché è un fuoriclasse».

 ➣  Lei come è riuscito a mantenere nervi saldi nella finale da brivido di domenica?

«Avevo analizzato i dati in qualifica e controllavo Bigham. Ma ad un certo punto ho iniziato a preoccuparmi perché l’inglese viaggiava veloce, troppo. Stava scappando e ho avvisato Filippo».

 ➣  Se lei potesse chiedere alla Federazione di ciclismo un regalo per il suo compleanno, cosa vorrebbe? 

«Arrivare pronti alle Olimpiadi di Parigi del 2024. Il mio chiodo fisso. Mi piace questo lavoro, ci metto passione, voglia e dedizione. Dobbiamo trovare il modo e il tempo per allenarci bene. I danesi si sono presentati ai Mondiali dopo aver fatto un raduno tutti insieme a Livigno. Li ho visti. Noi invece abbiamo racimolato qualche giorno a Montichiari. Ma una cosa è positiva, tutti noi vogliamo arrivare all’obiettivo e incastriamo gli impegni. Lo dico chiaro: un passaggio in pista non toglie nulla alla strada». – intervista di daniela cotto, la Stampa

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