il bersaglio Urbano Cairo
“La svolta Petrachi”, titola la Gazzetta per il ritorno al Torino del d.s. “che in granata ha vissuto un decennio importante, dal 2009 al 2019, contribuendo in maniera significativa – si legge con voce stentorea – alla costruzione di una società forte capace di raggiungere in quel periodo ottimi risultati sportivi”.
Tuttosport la vede in un altro modo. “L’unico che davvero se ne dovrebbe andare dal Torino Fc, ridefinendo i valori e i confini entro i quali si potrebbe tornare a parlare di Toro tout court, è il suo presidente, proprietario e fondatore. Perché l’unica costante, mai variabile, di questo ventennio di desertificazione, di aridità granata, è Cairo e soltanto Cairo”.
Andrea Pavan accoglie così Petrachi, mettendo in fila un po’ di acquisti fatti in suo nome nel passato [Cerci, Immobile, Belotti, Ljajic, Bremer, Darmian, Maksimovic] e dice che insomma “alcuni bravi lui li trovava. E poi Cairo li vendeva”. Ma sono punti di vista, ecco.
strano ma vero La partita alle otto della sera
Qualche settimana fa dalla Lega Calcio era partita l’ideona di anticipare alle 20 la partita delle 20.45. Per attrarre i giovani. Sul serio. Il motivo era quello. Attrarre i giovani. Chi lo sa, dovevano avere qualche studio. In genere i settantenni sono pieni di studi e dossier dai quali credono di sapere cosa vogliono i giovani, settore nel quale in realtà spiccano per conoscenze dal poco al nulla.
“La motivazione? Il timore di perdere spettatori, come suggerito da alcune analisi di mercato e in alternativa di scontentare gli investitori pubblicitari” spiega invece oggi il Corriere della sera.
I giovani, dunque, non c’entravano ma la cosa si spense là per là.
Ora l’ideona ritorna con una nuova spiegazione: si potrebbe anticipare la partita dalle 20.45 alle 20 per dare prima gli azzurri a Gattuso. Diamine, in effetti. Se partono la sera stessa, possono arrivare perfino con tre quarti d’ora d’anticipo a Coverciano. In effetti sarebbe in linea con tutte le altre iniziative sensibili mostrate dalla Lega calcio in questi anni verso la Nazionale.
«Faremo il possibile per stare vicino agli azzurri» dice il presidente Simonelli e il Corriere della sera dice che “dare al ct giocatori più riposati può essere il primo step”.
Si potrebbe anche spegnere l’acqua calda in tutti gli stadi, così non possono fare la doccia e si guadagnano altri venti minuti. Pensiamoci.
Carnet
Le Coppe del giovedì
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L’elettricità argentina per Gasperini
Glasgow ha due anime, e la Roma ci entra passando dall’una all’altra. Un mese fa erano i Rangers, adesso tocca al Celtic, che non è più gigante ma fa ancora un certo rumore con il suo nome scritto nell’albo d’oro della Coppa dei Campioni. La Roma ci arriva con i vestiti ancora umidi per le sconfitte di Napoli e Cagliari, due partite in cui non ha trovato nemmeno la porta. Così Gasperini rimette in campo Dybala, l’interruttore generale, quello che in genere rimette la corrente dove c’è il buio. “Formula fantasia”la chiama la Gazzetta stamattina, perché di fianco c’è Soulé, l’altro filo elettrico testardo e luminoso. Se riesci ad accenderli insieme, qualcosa deve succedere.
Il vero problema non è un centravanti che non segna. È che nessuno gli apre la porta. La Roma dribbla tanto e va a sbattere [appena 9 dribbling hanno portato a un tiro – fa notare la Gazzetta – in Serie A nessuno ha fatto peggio]. Senza un guizzo tra le linee, sembra una macchina potente che non cambia marcia. Il vero Dybala riempie quel vuoto. Il Celtic non è tranquillo. Ha un nuovo allenatore che sta provando a ricomporre un puzzle che non conosce ancora, con una difesa di soli mancini.
L’incubo di Bologna davanti agli occhi di Radu
Oddio è lui. Radu. Quello di Bologna contro il Bologna. Il Sarti del Duemila. Il portiere che ridiede vita ai fantasmi nerazzurri nel testa a testa con il Milan per lo scudetto del 2022. Gioca nel Celta di Vigo, l’avversario di stasera. Radu è arrivato in una città che si affaccia sull’Atlantico come se aspettasse qualcosa e ha trovato finalmente un posto dove il rumore degli errori non rimbomba più nella testa. La serata al Bernabéu e la vittoria per 2-0 sul Real gli hanno restituito un nome, una sera di parate che hanno ribaltato la logica e rimesso in fila i pensieri. Un respiro dopo un’apatia lunga tre anni.
Quel pallone lisciato a Bologna sembrava un episodio e invece gli si è incollato addosso come una condanna. Da allora ha girovagato tra città, panchine, retrocessioni e prestiti senza un riparo, sempre con quel replay che bussava nella testa nei momenti peggiori. Adesso che il Bologna ritorna sul suo cammino, non c’è vendetta da consumare né passato da cancellare, solo il gusto di sapere che un errore non decide una storia.
che cosa ci siamo persi Montolivo vs Jakovenko
Pavlo Jakovenko è stato alla Dinamo Kiev fra 1982 e 1993, Riccardo Montolivo alla Fiorentina fra 2005 e 2012. È il duello che non abbiamo mai avuto e che avrebbe spiegato una differenza culturale, prima ancora che calcistica: il talento che organizza il caos contro il centrocampista che esegue l’ordine perfetto. Montolivo è stato un metronomo anomalo, era elegante, lineare, più vicino all’idea di un lettore di gioco che di dominatore. Quel modo di prendersi il tempo – all’italiana, con pazienza – faceva di lui un regista moderno. Jakovenko, mezzala di quella Dinamo Kiev che correva come una squadra del Duemila già nel 1982, rappresentava l’altra metà del mondo: l’intensità, la pressione, il sincronismo. Lobanovskiy chiedeva ai suoi centrocampisti di essere macchine perfette. Jakovenko era un algoritmo con le scarpette. Chi vince tra chi controlla il ritmo e chi lo moltiplica? Montolivo avrebbe rallentato e fatto cambiare lato alla palla. Jakovenko avrebbe aggredito e corso, avrebbe ripetuto il suo gesto corretto cento volte. Il primo cercava la scelta giusta, il secondo la scelta utile. Ci siamo persi un duello che avrebbe spiegato perché l’Italia continua a credere nel regista come punto d’equilibrio, mentre l’Est già vedeva quarant’anni fa il centrocampista come un ingranaggio totale.