La causa tra Michael Jordan e la NASCAR

Le corse americane hanno una loro idea di immensità, ovali che sembrano piste d’aeroporto, pick-up che trainano mondi, icone che diventano industrie. Michael Jordan ci sta dentro da cinque anni come proprietario di una squadra NASCAR e intorno al vecchio dio della pallacanestro ruota adesso il più grande processo antitrust nella storia dello stock car racing. La sua presenza non è folklore, ma il detonatore di una causa che può ridisegnare la mappa del potere nelle corse americane.

La storia è diventata enorme, perché Jordan è il proprietario di maggioranza di 23XI Racing, e perché — come raccontano Jeff Gluck e Jordan Bianchi su The Athletic — il modo in cui si è arrivati fin qui sembra una collisione inevitabile tra soldi, ego e un sistema che non vuole cedere nulla.

Riassunto. 23XI e Front Row Motorsports accusano la lega di aver usato il suo dominio in modi «monopolistici, con  acquisizioni di circuiti che impedivano ad altre serie di correre, divieti per le squadre di utilizzare le proprie vetture in competizioni esterne, il controllo di categorie potenzialmente concorrenti. Un contenzioso che nasce dal cuore dell’attuale modello economico, il charter system, la struttura che garantisce introiti e un posto fisso sulla griglia a determinate franchigie. Il giudice Kenneth D. Bell ha già stabilito che la NASCAR ha un monopolio di fatto sul mercato della premier stock car racing: ora una giuria dovrà decidere se quel monopolio sia stato usato in modo illegale.

In ballo c’è la sopravvivenza stessa dei team: senza charter, secondo i documenti presentati, 23XI perderebbe 24 milioni di dollari di ricavi. E se invece a perdere fosse la NASCAR, le conseguenze potrebbero essere radicali: la vendita di circuiti, lo smantellamento del sistema charter, persino l’uscita della famiglia France dal controllo dello sport. La lega sostiene che siano solo affari, che i team stiano trasformando una negoziazione difficile in un caso antitrust, ma il processo ha già scoperchiato anni di tensioni sotterranee.

Il percorso verso il tribunale è cominciato tre anni fa, quando le discussioni per rinnovare i charter si sono incagliate. Tra i proprietari più duri, spiegano Gluck e Bianchi, c’era Curtis Polk di 23XI, convinto che fosse il momento di ottenere charter permanenti. Da lì, minacce di causa sempre più esplicite, una stagione di messaggi privati filtrati, recriminazioni, accuse di tradimento tra team e dirigenza. Le trattative si sono interrotte, rianimate, interrotte di nuovo. Un arbitrato ordinato dal tribunale non ha prodotto nulla. Persino un ultimo tentativo di conferenza di conciliazione, a ottobre, è andato a vuoto.

E intanto, nel materiale ottenuto durante l’indagine, sono comparsi messaggi che fotografano lo stato d’animo dei dirigenti NASCAR: in uno, Steve Phelps dice che il proprietario Richard Childress andrebbe «portato fuori e frustato», e lo definisce «uno stupido redneck che deve tutta la sua fortuna alla NASCAR». In un altro, Phelps e Steve O’Donnell commentano l’SRX — la serie alternativa dove voleva correre Denny Hamlin — come «una serie di spazzatura in cui bisogna mettere un coltello». Sono frasi che, riporta ancora The Athletic, hanno un peso politico enorme dentro il processo.

Non solo: dai messaggi dei team emerge un risentimento altrettanto forte. Hamlin parla di un «disprezzo che affonda in profondità» verso la famiglia France. Il presidente di 23XI Steve Lauletta scrive che la morte di Jim France «è probabilmente la risposta» al conflitto tra lega e squadre..

Sul piano economico, i documenti depositati mostrano una forbice difficile da ignorare: NASCAR ha prodotto 102,6 milioni di profitti su 1,7 miliardi di ricavi, con 107 milioni distribuiti alla France Family Trust solo nel 2024. I team, nello stesso periodo, hanno perso denaro in media: 2,5 milioni per vettura nel 2024. 23XI aveva chiuso in utile tra il 2021 e il 2023, poi ha registrato una perdita di 2,1 milioni l’anno scorso. La richiesta delle squadre era semplice: ricavi sufficienti a coprire 20 milioni per auto; la nuova quota prevista dai charter arriva a circa 12 milioni.

Il processo è iniziato a Charlotte con una giuria di sei persone. E qualunque cosa accada, sarà ricordata come una delle vicende più dirompenti nella storia della NASCAR. Quando lunedì mattina Denny Hamlin è stato chiamato come primo testimone, The Athletic dice che ha preso corpo l’assurdità epocale di ciò che sta accadendo: un tre volte vincitore della Daytona 500 che testimonia contro la NASCAR e la famiglia che l’ha creata. Attorno a lui, uno scenario surreale: da un lato Michael Jordan in prima fila, dall’altro Mike Helton, un duello che qualche anno fa sarebbe stato inimmaginabile.

Il clima in aula – si legge – è cambiato quando la giuria ha scoperto chi ha intentato la causa. Jordan era già seduto quando i potenziali giurati sono entrati, ma quasi nessuno l’aveva riconosciuto. Poi il giudice ne ha pronunciato il nome ed è sembrato che la vibrazione cambiasse. Due potenziali giurati sono stati esclusi perché incapaci di restare imparziali: uno ha salutato Jordan con un «I like Mike» prima di fare un pugno nell’aria verso di lui. Jordan è diventato una figura immobile e silenziosa, eppure al centro di ogni sguardo: gente che sbircia, che strizza l’occhio, che si volta mentre lui si alza lentamente perché la giuria possa “vederlo in piedi”. È un processo che insomma nasce insieme a una percezione: la grandezza di Jordan come leva culturale sta di fronte alla rigidità storica della NASCAR. Buon divertimento, America.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.