Nei suoi due decenni da ciclista professionista, Matthew Hayman ha sempre pensato che ci volesse un carattere speciale per fare il suo lavoro. Salire in bici, pedalare fino all’orlo dell’esaurimento delle forze e vincere forse una volta ogni morte di papa. È dopo il ritiro che Hayman ha preso in considerazione l’ipotesi che esista qualcosa di più folle che correre al Tour de France: fare il direttore sportivo al Tour de France.
Ne scrive dall’America il Wall Street Journal raccontando cosa sia questa “vera prova di resistenza, riflessi, concentrazione e sanità mentale”, che fa parte del mestiere: guidare l’auto di una squadra in un convoglio in fila indiana, pronti a “fornire cibo, acqua, tattiche, ruote di scorta e incoraggiamenti volgari, tutto facendo del proprio meglio per non urtarsi a vicenda”.
Un caos organizzato, così lo definisce Hayman, e secondo Joshua Robinson del WSJ la faccenda è resa più complicata dal fatto che le macchine sono tutte guidate da ex ciclisti, “una popolazione senza un normale rapporto umano con la velocità o con la paura. Si muovono in spazi ristretti mentre le moto si infilano tra loro, e trattano le regole della strada come semplici suggerimenti. Suonano il clacson liberamente. Al Tour de France, ogni autista diventa un po’ francese”.
I SIGNORI DEL CAOS
Stig Kristiansen del team norvegese Uno-X ha quasi visto le sue due macchine scontrarsi martedì all’uscita da una rotonda. Gli specchietti che saltano in aria non si contano. Mentre guidano, i direttori sportivi del ciclismo contemporaneo sono costretti a guardare “una serie di telefoni e tablet che mostrano la trasmissione televisiva, un sistema di mappatura, i social media e il live-tracking su un sito web, oltre che badare alla frequenza radio ufficiale del Tour e alla radio bidirezionale per i ciclisti. È l’equivalente di un coordinatore offensivo della NFL chiuso in una lavanderia con un iPad e il canale RedZone. Solo che in questo caso lo stadio è un passo alpino o una strada stretta della Francia rurale”.
Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, oppure si sta con una mano sul volante, l’altra sul ricevitore radio e un paio di borracce in equilibrio tra le ginocchia. Multitasking, si dice così. In fondo era lo stesso pure qualche decennio fa, solo che adesso lo vediamo, perché sui social le squadre condividono i post, le storie, i reel, tutta questa roba qui, e noi possiamo “sbirciare dentro queste bolle mobili”,
Cominciano a nascere figure deputate all’analisi della corsa alle quali viene risparmiato il viaggio all’inferno. Il team americano EF Education-Easypost ha del personale che si sveglia all’alba negli Stati Uniti per seguire la copertura della corsa alla ricerca di informazioni vitali sulla tappa del Tour de France da trasmettere a quelli che stanno alla tappa del Tour de France.
La Visma-Lease a Bike ha introdotto un Command Center mobile, spiega il Wall Street Journal, che agisce come l’Apollo Mission Control durante le tappe del Tour. Esiste insomma “un brain trust”, dice il WSJ, che si mette a controllare dati, meteo e immagini della corsa in diretta tenendosi lontano dal caos dell’auto, conservando una testa più fredda per prendere decisioni strategiche. Crrr, crrr, Vingegaard abbiamo un problema. Solo che il Center non si trova a Houston, ma dentro un furgone nero e giallo parcheggiato ai cordi della strada con una ricetramisttente a bordo. Ecco, quando la Visma è arrivata a questo punto, gli organizzatori del Tour lo hanno considerato un vantaggio illegale e lo hanno vietato.
Matthew Hayman guida un’auto anziché una bici da cinque anni, ma è diventato così nervoso che si è iscritto a un corso di guida. Devono accadere davvero cose indicibili, dentro quella fila, dentro quel mucchio, se a Vincent Lavenu del Team Decathlon-AG2R La Mondiale, alla fine della corsa, quando torna a casa e va in vacanza con la famiglia, in macchina si sente dire dalla moglie: «‘Calmati. Non sei più al Tour».