L’abbraccio di Vialli e Mancini con la colonna sonora della vecchia delusione

  La buona dose di casualità che si infila dentro ogni partita di calcio e che al fischio finale viene la tentazione di spiegare, stavolta è nella sostituzione che il CT inglese Gareth Southgate si mette in testa di fare un attimo prima dei rigori. Ma è davvero un attimo prima che la vuole. Perché sa che togliendo un centrocampista e un difensore (Henderson e Walker) per buttare dentro due attaccanti (Rashford e Sancho) , due specialisti dei rigori, può togliere equilibrio alla squadra. Così ritarda ritarda ritarda. Corre finanche il rischio di non farla più. Sarebbe la sua fortuna. Non può saperlo. Riesce a far entrare i due ragazzi a una ventina di secondi dalla fine, mentre l’Italia sta battendo un calcio d’angolo e il quarto uomo chiama tre minuti di recupero. 

Rashford ha segnato 3 rigori su 3 nella stagione, 15 su 17 in carriera. Sancho ne ha fatti 10, l’unico sbagliato è di quattro anni fa ai Mondiali Under 17. Com’è andata a finire non lo cancellerà più nessuno. Due dei tre rigori li hanno sbagliati loro. Avevano toccato due palloni in tutto, Rashford con un contrasto, Sancho in un duello aereo. Due palloni e sono andati a tirare. C’entra, non c’entra? E chi lo sa. 

Tutto è cambiato in cinque minuti. Alle 23 e 49 Maguire aveva segnato il gol che metteva l’Italia con le spalle contro il muro. Alle 23 e 54 è finita in quest’altro modo. L’ultimo tiro decisivo l’ha preso Donnarumma a Bukayo Saka, 19 anni, come cinque giorni prima aveva fatto con Álvaro Morata. Così, miglior giocatore del torneo è stato eletto il portierone di Mino Raiola e finisce che ce lo troviamo in alto, molto in alto, ma proprio molto in alto nella classifica del Pallone d’oro di France Football, considerato che va là a giocare, a la France, anzi inizialmente va a fare la riserva di Keylor Navas. Anche nel 2006 i migliori furono due che giocavano dietro (Buffon e Cannavaro), e pure questa sarebbe un’altra casualità di cui discettare, tra le righe del romanzone su una Nazionale che ha invertito il segno a una cultura. 

 

  frame Le immagini della serata ➔  Da quel momento in poi è stato solo un flash dietro l’altro, e dei flash – si sa – ognuno vede il lampo che gli pare. La bandiera dell’autonomia della Sardegna in mano a Barella e Sirigu. Le stampelle di Spinazzola. Il mascelluto Bonucci mentre dice che è stato bello veder andar via 50 mila persone prima della premiazione e che gli inglesi devono mangiare la pastasciutta. Chiellini che ricorda i compagni incrociati lungo il cammino e che non sono qui. Gli inglesi che si sfilano – boh – la medaglia del secondo posto. La videochiamata che Belotti fa sedendosi sul prato. Chiesa che accosta la bocca al telefono e dice a Siri: “chiama mamma”. I tre del Pescara di Zeman (Immobile Insigne Verratti) che inseguono qualcuno per farsi fare una foto. Florenzi che cammina tenendo sulla testa un pezzo di rete tranciata da una porta. Vialli al quale finalmente hanno dato la giacca uguale a quella di Bearzot e di tutti gli altri. Mancini che sfila davanti alla Coppa senza baciarla.

E poi quella canzone, maledetti, che colpo basso quella canzone che toglie tre decenni di dosso – quella roba delle notti magiche, del cielo di un’estate italiana, tutta la melassa di cui di solito sorridere, il pezzo che né Bennato né Gianni Nannini sopportano più, e che però – cavolo – dentro Wembley fa la sua figura, scava la pancia dell’ultimo dei cinici, se pensi che per Vialli e Mancini è stata la colonna sonora di una delusione trent’anni fa, e invece guarda adesso, guarda come piangono abbracciati, guarda come il calcio si diverte a giocare con le emozioni delle persone. 

 

  |  la partita  The Shaw Must Go On. Preso il gol dopo tre minuti, la partita dell’Italia è stata un lungo ritrovarsi. Maurizio Crosetti su Repubblica racconta che è stato un estenuante gioco delle parti, con l’Inghilterra a presidiare lo spazio come un’Italia del passato e con l’Italia a cercarsi il futuro, un guizzo, il viaggio di ritorno verso sé stessa. Mai visto Mancini più arrabbiato. Ha gridato sempre, ha mimato distanze da accorciare e ha sofferto il colpo preso da Jorginho presto e da Chiesa, purtroppo, nel momento in cui lo juventino sembrava tra i nostri il più inarginabile L’Italia non si è impadronita come al solito del centrocampo dov’ è mancato soprattutto Barella, richiamato fuori dal cittì. Dovevamo essere i proprietari della palla, l’abbiamo invece consegnata troppo spesso ai bianchi che sono, bisogna dirlo, una squadra magnifica. Il calcio è più semplice di come a volte lo raccontiamo: chi ha miglior qualità, vince. Non sempre ma abbastanza spesso.

La forza di questa Italia – ha scritto Paolo Brusorio per la Stampa – e forse non solo di questa, è riuscire a puntellare la casa mentre sta crollando. Il centrocampo inglese che sembrava doverci sbranare viene lentamente irretito dal nostro palleggio. Sterling, il ragazzo cresciuto all’ombra dell’Arco, sembra smarrirsi dentro tanta trama. È una sofferenza questa partita perché da un certo punto si capisce che l’Italia ha più qualità, più intelligenza da applicare sul campo, ma serve una scintilla per capitalizzare la superiorità.

  Per Mario Sconcerti sul Corriere della sera ci siamo incastrati in una confusione suggestiva che ha portato molti fuori ruolo. L’Inghilterra non ha fatto di più, ha giocato all’italiana, aspettando e ripartendo pochissimo. Lentamente l’Italia è tornata in partita nel senso del possesso palla, non in quello del tiro in porta. Il gol di Bonucci è nato faticoso ma spontaneo, una conseguenza dovuta alla crescita del gioco italiano. È stato in quel momento che si è capito che era passata un’epoca, con l’Inghilterra nella sua cattedrale non poteva fare nient’altro che difendersi. E noi a stringerla d’istinto fino in fondo alla sua area. Southgate si è reso conto dell’involuzione, ha messo Saka, è tornato sulla vecchia strada, ma l’Inghilterra non è cambiata, ha continuato a difendersi. Fino ai rigori, dove non era più possibile difendersi.

Luigi Garlando riprende il tema sulla Gazzetta dello sport, considera l’atteggiamento della squadra di Southgate e dice: Chiamateli pure i Leoni di Wembley, se volete. Ma precisate: leoni dalle zampe di cachemire. Perché questa non è stata la vittoria del cuore, come tante in passato, ma del gioco. Abbiamo sempre fatto la partita e l’Inghilterra ha pensato solo a difendersi come gli italiani di una volta. Quando mai una squadra italiana è venuta a Wembley a tenere palla per il 65% del tempo? Quando mai ha vinto una grande finale così dominata? Questo è il nostro grande orgoglio: non abbiamo vinto l’Europeo perché siamo stati più tosti e più furbi, ma perché siamo stati più bravi a giocare a calcio

Secondo Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta dello sport, l’Italia ha fatto molto meglio, alimentando la convinzione che in uno stadio neutro non ci sarebbe stato match e non si sarebbe arrivati nemmeno ai supplementari. Addirittura considera che questa Inghilterra senza l’additivo di Wembley non vale né il Belgio, né la Francia. Questa Italia è capace di batterla tutti i giorni della settimana e due volte la domenica.

 

titoli | La Stampa. “Donnarumma una parata da dodici miliardi. L’Europeo spingerà made in Italy e turismo” | Corriere della sera: “Southgate è ancora vittima dell’incubo dei calci di rigore” | la Gazzetta dello sport: “La federazione vince anche 28 milioni. Ai giocatori 250 mila euro di premio”

 

  il CT  Elogio di un visionario | È lui l‘Artefice con la A maiuscola, scrive Gabriele Romagnoli su Repubblica, l’uomo che ha intuito il tunnel dove gli altri avevano visto soltanto la frana. Ha scavato senza mani, inseguendo una visione. Ha fatto una pura scommessa, come è la fede secondo qualche filosofo possibilista. Più che una tattica ha diffuso una concezione, abolito le diseguaglianze, creato un’orchestra di tutti primi violini e ultimi pianisti, incurante dell’anagrafe e dei titoli. Neanche avesse studiato Bauman, in finale ha proposto una formazione liquida che continuava a variare schema cercando, invece del perno, il movimento. Ha insegnato molto a tutti, in trenta giorni. Ha ridotto la matematica a gioco scrivendo due soli numeri fissi: il 21 e l’8, Donnarumma e Jorginho, quelli che hanno deciso all’ultimo tocco le due partite decisive, finale e semifinale.

Per Paolo Brusorio su la Stampa diventa campione d’Europa un uomo, Roberto Mancini, che alle parole ha sempre preferito i fatti. Che ha sempre creduto nella rinascita. Si è caricato lui il peso della ripartenza, utopia dopo utopia il suo credo è diventato realtà. Peggio non si poteva fare dopo un fallimento come quello di Ventura, serviva però un visionario per immaginarsi un cammino simile. Un visionario. O una visione. Quella che ha sempre avuto Mancini.  Ci ha messo la faccia, ovunque, Mancini e ridato un senso alla Nazionale. Ha superato Vittorio Pozzo, un signore che ha vinto due Mondiali, nelle gare di fila senza sconfitte, era l’unico sicuro di arrivare nelle prime quattro a questi Europei. Appunto, visione e visionario insieme. Da bambino la mamma, su suggerimento della maestra che vedeva sempre un po’ troppo agitato, lo obbligava a bere camomilla prima di andare a scuola. Non per niente, la calma è la virtù dei forti.

Paolo Di Stefano sul Corriere della sera mette a confronto la costruzione di due gruppi: la Nazionale 1982 di Bearzot e questa. Scrive allora che Mancini ha ereditato atomi” e che il suo ruolo è stato davvero maieutico, se con «maieuta» si indica in termini etimologici il ruolo propiziatorio e quasi magico dell’ostetrica che aiuta a partorire un’idea, un’idea comune. Insomma, la prima differenza è che l’amicizia questa volta è cresciuta con pazienza e fiducia nel patchwork di una squadra composta non di blocchi ma di singoli individui diventati gruppo solidale, vero collettivo”. Mai fu più vera una frase di Cicerone, dice Di Stefano, quella per cui «l’amicizia migliora la felicità e abbatte l’infelicità».

E insomma, eccolo, l’uomo elegantissimo in camicia bianca” (Andrea Elefante sulla Gazzetta dello sport), l’uomo nel pantheon azzurro con Pozzo, Bearzot, Lippi e Valcareggi (Sebastiano Vernazza, la Gazzetta dello sport), l’uomo che la coerenza, il coraggio, l’idea. Dallo Zero al Trionfo – dice Carlo Pizzigoni, autore di Locos por el futbol – L’Europeo lo ha vinto Roberto Mancini. Che il Calcio italiano, da domani, dimostri di meritarselo, un uomo così.

Maurizio Milani, l’Innamorato Fisso del Foglio, ha scritto una pagina nel suo stile sul Mancio in cima al mondo, lui ‘eroe di questo campionato. Da Putin a Wall Street – sintetizza il Foglio – le grandi potenze lo cercano per assegnargli incarichi di prestigio, non solo sportivi. Ma alla fine del pezzo Draghi gli regala un telefono che può ricevere solo telefonate da Palazzo Chigi. “Così sei più concentrato sul tuo primo e unico lavoro: ct azzurro”

Il suo lavoro sul gruppo viene valorizzato da Francesco Saverio Intorcia su Repubblica quando parla di una Nazionale nella quale quasi tutti avevano un buco nero nel proprio passato, uno schiaffo ricevuto sul più bello, una porta sbattuta sul muso, e sono dovuti ripartire altrove, a convincere se stessi e gli altri che fossero da grande squadra. Ettore Intorcia sul Corriere dello sport-stadio aggiunge che quei dualismi che avrebbero infiammato un giorno sì e l’altro pure gli spogliatoi di mezzo campionato – assist al bacio per la narrazione dominante – in azzurro sono stati metabolizzati come una risorsa da sfruttare e mai percepiti come una minaccia. Solo chi suona da band può tenere testa ai virtuosismi dei solisti di mezza Europa

Dall’Inghilterra, Nicky Bandini sul Guardian scrive che Mancini ha restituito gioia all’Italia. 

 

  ora problema di #mattarella e #mancini è che su aereo #donnarumma e #chiesa vuole fare sfida di playstation invece che scopone

@ VujaBoskov (account parodia di Vujadin Boskov) 

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