L’Odissea di Sandro Tonali e l’Iliade di Sara Gama

E insomma. È stata alla fine una settimana di vai-e-vieni di notizie dall’Arabia, dove stanno mettendo in piedi un campionato che pone una questione: saranno i nuovi cinesi [due anni e via] o stanno costruendo la piattaforma per fare una Superlega mondiale, secondo il modello del golf? Mike McGrath sul Telegraph racconta che “nelle hall degli hotel a cinque stelle, nei beach club del Mediterraneo e nell’anello del Royal Ascot, agli agenti di calcio è stato detto che la nuova superpotenza nel mercato dei trasferimenti è arrivata per restare”. Non sarà una nuova bolla come a Pechino, dove nel 2016 presero Carlos Tevez, Ramires, Oscar, Pellé, con contratti da 250.000 sterline a settimana, perché “il paese ha un’infrastruttura differente, ha ospitato la boxe, la Formula Uno e, per usare un’analogia con il calcio, è entrato nel mondo del golf a gamba tesa”. 

Garry Cook, ex dirigente del Manchester City, è stato nominato CEO della Saudi Pro League e secondo il Telegraph nel giro di due o tre finestre di mercato i sauditi daranno l’assalto ai migliori giovani, non solo a calciatori a fine carriera. 

  | perché il Chelsea vende, e proprio in Arabia  ► Koulibaly, Kanté, chissà chi altro. Se ne vanno dal Chelsea e vanno tutti in Arabia. Che cos’è? Un caso, un virus, una coincidenza? Philippe Auclair su Eurosport l’ha spiegato qui, e un caso non è.

“Tutte le strade portano a Riyad partendo da Stamford Bridge, a quanto pare. Il ridimensionamento della rosa – spiega – era inevitabile per il Chelsea, se voleva qualche possibilità di rispettare le regole del fair play finanziario della Premier League. Il gioco di prestigio contabile che prevedeva la firma di contratti spalmati su sette o otto anni per debuttanti come Mykhailo Mudryk ed Enzo Fernandez, in modo da ammortizzare l’importo del loro acquisto sull’intera durata della loro presunta permanenza allo Stamford Bridge, poteva avere una portata relativa, considerate le colossali somme in gioco. È necessario vendere, e nel miglior modo possibile. Quasi miracolosamente, al momento giusto, è comparso sul mercato l’acquirente ideale: l’Arabia Saudita”.

E qui Eurosport France chiarisce come “i legami tra Chelsea e sauditi sembrano andare oltre una semplice alleanza di convenienza. Molti media inglesi hanno insistito, non senza ragione, sul rapporto privilegiato che il principale azionista dei Blues, Clearlake, intrattiene con i suoi interlocutori a Riyadh e Jeddah. Ciò potrebbe avere qualcosa a che fare con il fatto che Clearlake, come ha rivelato il giornalista del Daily Mail Matt Hughes nell’agosto 2022, conta il fondo sovrano saudita tra i suoi investitori. Non che Clearlake sia una controllata dal Pif; la sua quota di capitale, al massimo del 5%, potrebbe anche sembrare modesta. Tuttavia, il rapporto tra il Chelsea e il loro attuale miglior cliente era in atto prima che assistessimo alle trattative in corso oggi, ed è difficile sopprimere un certo senso di disagio per questa “coincidenza”, anche se la Premier League non ha avuto nulla da ridire, quando ha dato il via libera all’acquisizione del club di Roman Abramovich”.

Pippo Russo su Domani spiega perché il calcio in Arabia realizza un capitalismo che non capiamo. 

  | non ci scandalizziamo più  ► Di soldi mediorientali che arrivano nello sport dell’occidente si è occupata pure Candace Bruckner sul Wahington Post a proposito dell’offerta avanzata dalla Qatari Investment Authority per acquistare una partecipazione nella società madre che possiede i Washington Capitals, le Mystics e i Wizards in NBA, “seguendo – scrive l’editorialista americana – uno schema preoccupante messo in moto da LIV Golf e dalla FIFA con la Coppa del Mondo 2022”. 

È lo stesso piano, dice, e chi lo sta attuando sa che col tempo smetteremo di occuparcene.

“Possiamo pensare allo sportswashing come a un regime che prende un’idropulitrice e cancella la propria reputazione, ripulendola in modo che le masse non conoscano mai la faccia precedente. Ma non funziona così. È una cosa più simile a una flebo costante che a un spruzzata rapida. Sia i regni sovrani ricchi di petrolio che pompano miliardi, sia le leghe e le franchigie sportive professionistiche occidentali desiderose di accoglierli conoscono questa verità. Sanno che è una questione di pazienza. Lo sportswashing è un gioco lento, un’erosione dell’etica che impiega il suo tempo per assorbire i colpi, resistere al respingimento e attendere che le urla di disgusto finiscano, finché non diventano sempre più silenziose. Quando tutto ciò che rimane è un piagnucolio e forse anche un’alzata di spalle, allora quei paesi avranno vinto. E stanno vincendo ora, perché stiamo perdendo la nostra capacità di indignazione”.

 

Il caso Tonali

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Sono soldi arabi anche quelli che stanno portando via Sandro Tonali al MIlan e la reazione intorno alla notizia è come al solito farcita da molti signora mia. Sembra lo sketch di Troisi con Minà dopo il primo scudetto del Napoli. L’hanno già detto che la serie A è un campionato di transizione, che non regge il passo della Premier League? L’hanno già detto che non ci sono più le bandiere di una volta? In genere lo sentiamo ripetere ai dirigenti di un calciatore che vuole andar via, quando magari rifiuta il rinnovo, quando si libera a parametro zero. Tendono invece a restare in silenzio se le belle bandiere di una volta, sono loro a cederle per 60-70 milioni. In questo caso, un dolore da tifosi induce a pensare che però, diamine, Tonali in fondo poteva pure rifiutare. Siamo specialisti nel restare nei nostri panni, senza mai immedesimarci. Gli editorialisti passano da giornali piccoli a giornali più grandi, gli scrittori passano da case editrici più povere ad altre più ricche, Tonali doveva rifiutare i milioni del Newcastle e restare al Milan. Secondo: sai com’erano contenti al Milan, se Tonali avesse rifiutato. Quanti calciatori sono stati messi ai margini della rosa, per aver rifiutato un trasferimento? D’accordo, non ci sono più le bandiere di una volta. Siamo sicuri che sia sempre colpa delle bandiere?

Un paio di giorni fa, Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio scriveva: “Il calcio è fatto di promesse, molte delle quali difficili, se non impossibili, da mantenere perché con il passare del tempo e i risultati si presenta sempre qualcosa o qualcuno più attraente.  Non me la sento di criticare Sandro anche se, dopo tante leccatine al cuore del tifoso, fa le valigie e esce di casa per mettersi insieme a un altro club: gli ha quadruplicato i milioni, mica lupini. Money’s to tight (to mention…).  Talvolta è anche colpa di chi scrive: dai calciatori pretendiamo le solite frasi a effetto in grado di solleticare i fan, adesioni che sul momento sono perfino sincere, ma che alla lunga finiscono per risultare imbarazzanti”.  

  | L’Italia e Milano  ► C’è una questione italiana e una milanese. L’errore è ritenere che il calcio italiano sia meno ricco di un tempo. Il punto è l’Italia, non il suo calcio. Un paese che ha venduto all’estero buona parte delle sue aziende di pregio, un paese che ha chiuso ospedali nei borghi dove non poteva più permettersi di tenerli aperti, accettando che esistano posto dove non si nascerà mai più, un paese che ha accorpato scuole per lo stesso motivo. Perché il calcio dovrebbe essere ancora quello dei giorni di Maradona e Platini, di Socrates e Falcao?

Milano sta reagendo esattamente come nel caso di Donnarumma. Dopo aver escluso per mesi e mesi che Tonali potesse andarsene, ora siamo nella fase dello stupore. Oddio, com’è possibile? Lasci Milàn? Aldo Cazzullo stamattina sul Corriere della sera: “Appena nel nostro campionato emerge un talento, arrivano società incomparabilmente più ricche delle nostre — il Real Madrid, il Bayern Monaco, e almeno cinque o sei della Premier — a offrirgli uno stipendio quadruplo. E se il calciatore esita, provvede il suo procuratore a convincerlo. Poi non è sempre un affare per chi se ne va: si pensi alle difficoltà di Gigio Donnarumma, mentre il Milan si è ritrovato in porta un fenomeno come Mike Maignan. A volte è meglio restare nella propria dimensione, nella città che ti ha adottato — a maggior ragione una città splendida come Milano —, piuttosto che emigrare nelle brume inglesi, in un club ricchissimo come il Newcastle che però già spense altri talenti, tra cui quello formidabile di Tino Asprilla. Sandro Tonali è un ottimo calciatore, l’esperienza all’estero lo farà crescere anche nell’ottica della Nazionale; ma le società della serie A devono attrezzarsi diversamente, anche aprendosi agli investimenti dei fondi, se vogliono restare competitive e non trafiggere ogni volta il cuore dei tifosi facendo crescere una bandiera e vedendosela strappare via, tipo il tricolore sottratto dai borbonici ai garibaldini a Calatafimi (che poi però vinsero la battaglia)”. Oh, per carità, va bene tutto: ma non c’è stato proprio un fondo, dietro il Milan?

Come sanno gli abbonati alla vecchia newsletter, qui ogni tanto ripetiamo i nostri ritornelli, le nostre vecchie cosine e i nostri cari girotondi. Succede negli editoriali che quando i calciatori non se ne vanno, sono bamboccioni, non hanno avuto il coraggio di lasciare la loro dimensione [i colti la chiamano comfort zone]. In genere vale per i non milanesi. Il milanocentrismo nel racconto del paese schiaccia spesso la logica. Di non esser mai partito rimproverano Berardi, lui sì, lui poteva partire, Sassuolo che sarà mai. Ancor più clamorosamente viene rimproverato finanche a Totti, lo ricorderete, eppure giocava a Roma e when we were kings, negli anni in cui con la serie A eravamo re. La dimensione romana, per Totti, può diventare un rimprovero. Se invece i nostri vanno all’estero, in un torneo superiore, allora no, allora era meglio restare. Nessuno chiederebbe a Donnarumma perché per sacrosanta ambizione ha lasciato Castellammare. Forse andrebbe recuperata la lezione di Luciano De Crescenzo, secondo il quale siamo tutti meridionali di qualcuno. Esiste sempre una bruma che ti porta via al tuo sole. Qualche volta è Milano vista da Castellammare, altre volte è Newcastle vista da Milano.

Anche Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport non se ne capacita. Inserisce la parabola di Tonali dentro le tracce della maturità, fa riferimento a quella sull’attesa nell’era del whatsapp e scrive: “Ha sbagliato il Milan a venderlo? Ha sbagliato Tonali a farsi vendere? Ognuno dia la sua risposta. Di sicuro, al ragazzo hanno negato (si è negato) il piacere dell’attesa e dei tempi lunghi. Sandro è arrivato al Milan, ha steccato, si è affermato, ha vinto, ha detto: «Il mio sogno è diventare la bandiera del Milan», è ripartito. Tutto in un lampo, alla velocità frenetica delle vecchie comiche in bianco e nero. Emozioni compresse, come barrette energetiche. E invece avrebbe potuto godersi i tempi lunghi dell’amore. La sua maglietta è stata la più acquistata dai tifosi, più di Ibra, più di Leao. Aveva un popolo che lo amava, di cui sarebbe stato capitano per anni. Magari non per sempre. È giovane, 23 anni. All’estero avrebbe potuto andarci più tardi”.

Magari i tempi lunghi dell’amore li sognavano anche a Brescia, quando salutò per il Milan. Magari pensavano: c’è tempo, dai, al Milan prima o poi tornerai, resta ancora con noi. “I 50 milioni del Newcastle li avrebbe guadagnati comunque – continua Garlando – prima o poi. Ma intanto si sarebbe messo nel cuore 6-7 anni di affetto, da leader della squadra amata da bambino; un deposito di emozioni che non avrebbe mai più dimenticato, che lo avrebbe segnato come uomo e che vale molto più di 50 milioni. Una chiacchierata con Gigi Riva gli avrebbe fatto bene. E invece gli è mancato il coraggio dell’attesa, non ne ha intuito l’importanza. Tonali ha raggiunto il sogno di una vita, ma ne ha fatto una stazione di transito. La felicità non è piantare la bandiera in vetta, è godersi il panorama; non è una pastiglia da ingoiare, va ruminata lentamente, come insegnano le mucche che sono maestre di vita. A noi sembrano ottuse perché restano ad osservare i treni che passano. Probabilmente sono più ottusi quelli che sfrecciano sui treni senza sosta, perdendosi il piacere dei paesaggi, delle attese, delle appartenenze e della felicità”.

Come amava scrivere Mario Sconcerti, chi fa il tifo per squadre più piccole, abituate a vedersi portar via i calciatori migliori ogni estate, allora cosa dovrebbe dire?

 

Nei paraggi della questione si muove stamattina anche lo scrittore Gabriele Romagnoli, nella sua rubrica domenicale su Repubblica. Scrive di Lukaku: “Ha bisogno d’affetto. Il gigante agogna una carezza. Solo così “l’uomo che ha sbagliato un gol da 3 metri” (disse Guardiola) diventa infallibile. Guardatelo con la maglia del Belgio. Il nuovo ct, Domenico Tedesco, gli ha dato la fascia da capitano, a scapito dell’infido Courtois. Risultato: 6 reti in 4 partite … Ha uno strano destino, Lukaku. Non trova casa, né pace. Non impara dai propri errori. È di nuovo in mezzo al mercato, ma gli ambulanti che urlano il suo nome stanno perdendo la voce, abbassando il prezzo, e lui ha la tentazione dell’ennesimo sbaglio. … Gli arrivano solo proposte che non si possono rifiutare: l’altra parte della città o del mondo, l’Arabia Saudita dove potrebbe giocare, ma non vivere. È una cosa a cui nessuno pensa mai, la felicità dell’uomo che si veste da calciatore. Ingaggi, ambizioni, schemi: questo viene considerato, e in quest’ordine. Di conseguenza pure lui pensa sia quella la sua scala di valori e desideri. È così che spesso finisce a ciabattare in una terrazza lontana”

 

Corriere della sera: “Viaggi, poco riposo, il rischio di 90 partite in una stagione: così carriere a rischio” –  Simone Golia scrive: “Terminata una delle stagioni più congestionate di sempre, ma il futuro sarà anche peggio con i nuovi format per Champions e Mondiale per club. Varane: «Oltre ogni limite»”

Corriere della sera: “Più partite e anche più rigori: ma perché oggi dal dischetto si sbaglia così tanto?” – di Paolo Tomaselli [qui]

 

L’esclusione di Sara Gama dalla Nazionale

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Finalmente anche nel calcio femminile si comincia a ragionare in termini di tecnica e non di marketing. Questo è successo. Sara Gama è stata esclusa dall’elenco delle convocate per i Mondiali di quest’estate. Lei se n’è dispiaciuta sui social ed è comprensibile. Ma l’ultimo Europeo era stato oggettivamente un disastro. Per la squadra e per lei in particolare. Se la Ct Milena Bertolini era stata confermata, qualcosa per forza doveva cambiare dentro la squadra. Salta Gama.

Matteo Pinci racconta su Repubblica: “«Sai Sara, puntiamo sulla costruzione dal basso…», le ha detto, quasi a convincerla che il motivo fosse tattico, che il suo gioco fosse superato. Nonostante un finale di stagione di altissimo livello con la Juventus, anche da terzina, chiuso con la vittoria della Coppa Italia, nonostante Gama avesse detto di volerci essere anche senza avere la certezza di giocare.

Gama sta al calcio delle donne come Cannavaro a quello degli uomini: 132 presenze azzurre lei, 136 il Pallone d’oro 2006. Ora il dubbio è: che effetti genererà l’esclusione di Sara Gama nel gruppo azzurro?”.

Giulia Zonca su la Stampa considera che la Ct “sembra quasi essersi tolta il problema della gestione di una capitana ingombrante che a 34 anni non è più fissa nel suo progetto e che sarebbe forse stata un fastidioso confronto quotidiano. Gama ha avuto una stagione complicata, con diversi infortuni, però ha chiuso con una brillantezza che le mancava da diversi mesi, una forma fisica addirittura in crescendo e persino un cambio di posizione, da centrale a terzina, come ai tempi del Brescia. Spostamento che l’ha fatta ringiovanire. Se il fisico c’era, ed è innegabile, probabilmente mancava l’intesa. La sintonia che ha portato a tanti successi è venuta meno. Gama, in passato, è stata chiamata dall’Italia quando non era al massimo, fatta giocare quando era sofferente e ora che ha superato i guai si ritrova a casa. Da front woman di tante battaglie a tifosa, forse non proprio per caso”.

Alessandra Bocci sulla Gazzetta ha scritto: “Ci sono tanti modi per dirsi addio, o arrivederci, e individuare il migliore non è sempre facile. Diciamo che quello scelto per salutare Sara Gama, ormai ex capitana della Nazionale guidata da Milena Bertolini, non rientra nella categoria dei best of”. 

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