L’età dell’oro del Barça ha perduto il suo ultimo simbolo. Così dice il quotidiano Abc a proposito dell’addio al calcio annunciato da Sergio Busquets, dopo 718 partite con questa maglia, 19 gol segnati, alla vigilia del prossimo derby contro l’Espanyol, quando potrebbe arrivare il titolo di campioni di Spagna, il 32esimo personale per lui. Per numero di presenze, nella storia del mes que un club gli stanno davanti i soli Messi [778] e Xavi [767].
Salvador Sostres su Abc lo definisce “cristallino, campione e sempre”. Scrive che ha saputo guadagnarsi fin da giovanissimo il rispetto dei suoi compagni di squadra, che non ha mai deluso, né dentro il campo né fuori.
“Suo padre era l’eccentrico portiere di Cruyff. Giocava con i pantaloni lunghi e con i piedi meglio di Zubizarreta, fedele all’idea del genio olandese che un portiere dovesse essere sia il primo difensore sia il primo attaccante. Busquets è il giocatore che Vicente del Bosque ha detto di aver apprezzato di più. È stato amato al Barça e in tutta la Spagna. Non ha mai creato problemi, non ha mai rivendicato la sua notorietà. È uno dei pochi giocatori a non essersi rovinato con i suoi investimenti, a non aver sperperato i tanti soldi guadagnati. Non è uno spendaccione e il suo stile di vita è rimasto sempre in linea con le sue origini”.
El Pais saluta “un calciatore unico”. Rafa Cabeleira ricorda di quando Guardiola decise di lanciarlo da titolare. “La migliore squadra della storia è nata da una superba anomalia. Un neo-allenatore che dà spazio a un esordiente cresciuto nella filiale in serie C. Il fatto che Joan Laporta non abbia avuto un infarto in quel preciso momento, ci racconta di quanto forte sia il suo cuore”.
Ramon Besa, ancora su El Pais, lo definisce “la sintesi del centrocampista centrale. La figura creata da Cruyff con Milla si è evoluta fino alla sua pienezza con il capitano del Barça. Busquets ha insegnato che la velocità è segnata dalla palla e non dalle gambe. Il guaio di Busquets è quello di essere stato un antieroe in un momento in cui l’anonimato penalizza, i giocatori tentano di fare notizia e di apparire nelle votazioni dei migliori d’Europa. Non c’è mai stato posto per lui, perché le vittorie sono state associate a Messi, a Xavi, a Iniesta, a Puyol e persino a Víctor Valdés, mentre Busquets è stato individuato nella sconfitta, semplicemente perché da capitano si presentava ad analizzare cadute inspiegabili come ad Anfield oppure a Roma. Nessun giocatore ha avuto il senso della squadra e del club che ha Busquets. È stata una fortuna per i suoi compagni di squadra”.
Joan Josep Pallàs sul catalano La Vanguardia lo celebra con ancora più solennità.
“Aveva un cognome noto ma non illustre, un fisico allampanato, un debutto alla Masia in ritardo rispetto alla media. Lanciarlo da titolare alla seconda giornata di campionato è stata una delle scelte più coraggiose nella carriera di Guardiola. Busquets è stato diverso dentro e fuori dal campo. Ha deciso di fare del suo lavoro una missione, un servizio pubblico alla genialità altrui. Con lui il classico numero 4 si è evoluto in un 4 per 4, versatile, lucido nell’uscita palla al piede come i suoi predecessori Milla e lo stesso Guardiola, ma con una capacità di recupero senza precedenti, una capacità nell’anticipare le giocate prima che accadessero, immaginando dove sarebbe finito un rimbalzo o una ribattuta, intuendo quale direzione avrebbe preso un tiro degli avversari per far partire il contropiede. Arrivava sul pallone sempre prima degli altri, ecco perché su di lui hanno commesso un mucchio di falli. Si è concentrato così tanto su ciò che andava fatto per la squadra, da trascurare gli aspetti che avrebbero giovato a lui personalmente, a farlo spiccare come giocatore, per esempio il tiro da fuori e il colpo di testa. Non sapremo mai perché l’ha fatto”.