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DI MARCO CIRIELLO

Il carbonio, racconta Primo Levi, ne Il sistema periodico, è l’elemento chiave della sostanza vivente: ma il suo ingresso nel mondo vivo, non è agevole: deve seguire un cammino intrigato. Nel suo racconto, Carbonio, racconta questo cammino: liberato da una roccia entra nel sangue di un falco poi si scioglie in mare e dopo in una foglia e infine nel latte dell’autore e da lì nel suo cervello dove detta la chiusura del racconto. Così giocando (a calcio) il Cristo di Caravaggio (dipinto a Napoli) si ritrova in una foto che riproduce un calciatore georgiano (che gioca nel Napoli). Una storia di trapassi, come d’atomi di Carbonio. Intenzionalità minima, risultato massimo.
Rappresentare vuol dire letteralmente portare alla presenza, quindi è come se si annullasse la distanza tra il Cristo flagellato di Caravaggio e il Kvaratskhelia fotografato da Giuseppe Bellini per Getty. È come se nella natura del dipinto ci fosse una anticipazione dell’evento. Una progenie. Perché la foto è la risposta data dal mondo al dipinto. Una re-incarnazione. Ci sono una serie di traversie o fortune che portano Caravaggio a Napoli e non a Mantova o a Milano o altrove come ci sono una serie di traversie che portano Kvara a Napoli e non a Torino o a Londra (almeno non ancora); in questi percorsi da carbonio si incontrano due Cristi (uno più povero dell’altro) e un calciatore georgiano (ex povero) finito sul New York Times. Il resto è una coincidenza emozionale, con un taglio di luce, che si ripete. La barba dostoevskijana di Kvara aiuta molto, come il sorreggere e non fustigar dei massaggiatori e altri calciatori napoletani intorno alla sua figura che specularmente sembra ripetere il gesto del Cristo caravaggesco: allontana; due stanchezze e due compiti diversi, una posa comune. La foto ha uno zoom più acceso sulle facce, il dipinto uno sguardo di distanza maggiore sui visi. Cristo soffre perché torturato, Kvara soffre di gioia e con lui l’intero stadio.
Da una parte il dolore e dall’altra la stanchezza, in mezzo il sacrificio. Ma mentre Gesù – «sotto le bbraccia / de quelli manigordi senza fede» – diviene «una spesce d’un pezzo de carnaccia» come scrive Gioachino Belli in Cristo a la Colonna, Kvara trova sostegno e chi gli canta – con Edoardo Bennato – «Non farti cadere le braccia / Corri forte, va più forte che puoi / Non devi voltare la faccia / Non arrenderti né ora né mai». I due corpi si appoggiano agli altri uomini, con accezioni diverse, perdendosi e ritrovandosi, il divino e l’umano, si incontrano nella ripetizione d’un gesto. Nei quadri di Caravaggio la figura sembra quasi farsi corpo – essere –, ma nonostante la grandezza dei dettagli, la minuziosa riproduzione delle forme, c’è una maestosità del fallimento: manca la vita, che è solo rappresentata. Mancano dio, la natura, appunto l’essere, che arriva quando senza volerlo, senza saperlo, nella pura indifferenza della storia quella figura trova un corpo, dei gesti e una casa oltre il tempo (quattrocento e fischia anni dopo). E la scena originaria – dedotta dai Vangeli – si ripete spezzando il percorso di immaginazione, rivelando una materialità che ricongiunge due Cristi e uno Kvara. È il corpo totale che ritrovandosi annulla la distanza tra arte-tempo-vita. E la tragicità del dipinto diventa nostalgia inconsapevole, attenuandosi in gioia, dopo una partita destinata a rimanere nella memoria della città.
Sembra che Kvaratskhelia e Napoli dovessero incontrarsi per forza, e quindi non stupisce che la sala dove cominciano i quadri di Caravaggio al Museo di Capodimonte sia la 77, stesso numero di maglia dell’attaccante georgiano – Nel Vangelo secondo Luca sono le generazioni che dividono Adamo da Gesù, quindi l’uomo dal divino – arrivando alla 106 (chissà: gol, presenze, valutazione o che altro vorrà dire quel numero).
Un gioco nel gioco, una somiglianza nella somiglianza. Un trapasso di carbonio in un quadro. Forse la pittura nasce per aiutarci o come dice Emilio Tadini: «la figura dipinta fa la stessa cosa che fa il nome. Continua a chiamare, nella Distanza, il corpo scomparso».