Il tifoso è chi conta i punti. Io mi emoziono
Carmelo Bene
Secondo Gianni Brera, questa storia comincia un secolo fa, quando la traiettoria della Juventus incrocia quella della famiglia Agnelli, ma le sue radici si incontrano nel Medioevo. Se la Juventus era nata per unire, se nel dopoguerra riesce a tenere insieme i nostalgici della monarchia con gli uomini più in vista della sinistra, non è solo perché “agli italiani piace parteggiare per chi vince”. Quello è un ottimo spunto. Ma in Storia critica del calcio italiano, Brera sostiene che la Juventus offre un motivo in più.
“Non è né lombarda né emiliana né veneta né toscana: appartiene a una regione che ha innervato l’esercito e la burocrazia nazionali: di quella regione, il capoluogo è stato anche capitale d’Italia. Nel Medio Evo non esisteva se non come povero villaggio. Nessuna città periferica aveva contratto odii nei suoi confronti, all’epoca dei Comuni. Essa batteva ormai le decadenti squadre del Quadrilatero e offriva agli altri italiani la soddisfazione di umiliare le città che nel Medio Evo avevano spadroneggiato: i romagnoli andavano in visibilio quando Bologna veniva mortificata dalla Juventus, così i lombardi di parte ghibellina come pavesi e comaschi quando le milanesi venivano battute in breccia, e ancora i lombardi che avevano squadre proprie, come bergamaschi, bresciani e cremonesi, e le vedevano puntualmente vendicate dalla Juventus”.
Il Medioevo di Napoli inizia invece nel segno dell’ascesa e dell’insidia alla supremazia di Palermo. Sotto il cielo del regno normanno di Ruggero d’Altavilla, esistono una forza che si costituisce e un’altra che contrappone diritti di primogenitura.
La Sicilia del XII secolo è terra di mare e commerci, di agricoltura fiorente, di egemonia nel Mediterraneo. Ibn Gubayr descrive Palermo come “città antica, elegante e splendida, dall’aspetto aggraziante”. Era stata precedentemente araba, sede di un emirato musulmano, con una moschea che poteva ospitare fino a 7mila persone. Palermo era capitale, Napoli una arcidiocesi, al massimo un bel porto commerciale. Ma il papa considerava la Sicilia un proprio feudo, un giorno era normanna, un altro era sveva, poi svevo-normanna, di sicuro sempre cattolica. Fino all’arrivo di Federico II, lo stupor mundi, figlio di Costanza di Altavilla e nipote di Federico Barbarossa. È lui a rivendicare la laicità dello Stato. Parla arabo, greco, provenzale, latino, favorisce la nascita della prima vera lingua volgare italiana. “Qualunque cosa gli italiani scrivano, viene chiamato siciliano…”, dirà Dante nel De Vulgari Eloquentia. Ma allo stesso tempo Federico fonda la prima università pubblica d’Italia nella città di Napoli, la seconda dopo Bologna. Palermo inizia a perdere la sua centralità culturale, Napoli inizia a lanciare la sua opa sul titolo di capitale. Sotto gli Angioini, sarebbe diventata una metropoli europea, accogliendo Boccaccio, Giotto, Petrarca. La sua supremazia nel sud viene confermata dagli Aragonesi. I Borbone portano agli occhi dei siciliani la colpa del tradimento definitivo, l’umiliazione per secoli di splendore retrocessi a provincia. La secessione sarà a un passo.
UN DERBY ► A volerla fare lunga, questi sono i passaggi storici di quello che possiamo considerare un derby: la squadra di una città-mondo che fu capitale e raccolse le antipatie dei sudditi, contro la squadra di una città invisibile, per dirla in termini calviniani, un club che è la terra promessa della rivincita. Non è affatto la Partita tra sud contro nord. Juventus e Napoli hanno due storie e psicologie simili, sono unite dal filo dell’antagonismo e della contrapposizione, in parte da un certo vittimismo nel sentirsi assediati, con tutto il resto del mondo contro. La Juventus è la collettrice dei sentimenti in fuga dai grandi poli urbani istituzionalmente costituiti, il Napoli è la forza rivendicatrice di una centralità perduta nel processo unitario. La prima è come un centro di gravità permanente. Accoglie i cuori senza casa promettendo gioia. L’altro è una forza centrifuga, sfonda al nord e va nel mondo con il popolo della diaspora. Che si porta dietro i Lari, i Penati, i friarielli e la maglia azzurra. Sono due fiumi che esondano dai loro argini, ma in modo differente. La Juventus per i suoi tanti affluenti, il Napoli per una piena arrivata altrove.
GLI ANNI SETTANTA ► A guardar da vicino la faccenda, la capitale morale capace di riunire e il sud e rappresentarlo non è Napoli. È la Juventus. Tre anni fa, la morte di Pietro Anastasi, riportò sui giornali la storia della meridionalizzazione della Juventus come squadra, un processo chissà quanto consapevole, ma letto come strategia per l’inclusione degli emigrati. Ne scrisse Alberto Infelise su La Stampa, raccontando del quartiere operaio in cui era cresciuto da bambino, Santa Rita, il quartiere dei centomila.
| “Eravamo tantissimi – scrisse – quasi tutti con un cognome sbagliato, che veniva da lontano. Come Pietro Anastasi. A Santa Rita, nella mia classe di scuola media di fronte alle case popolari di via Tripoli, io ero l’unico ad avere almeno un genitore completamente piemontese. Era una Torino terza città meridionale per popolazione (dopo Napoli e Palermo). Calabresi, siciliani, pugliesi, campani, lucani, molisani e ovviamente veneti (i terroni del nord, arrivati più poveri di tutti “dopo il Polesine”, così si diceva). Erano, è vero, anni di ancora grande diffidenza. Quando qualche nordista puro incontrava un sudista che gli piaceva lo descriveva agli altri con stupore dicendo: “È della bassa Italia, ma è una brava persona”. La storia famosa del “non si affitta ai meridionali” era vera, certo, ma era anche una piccola odiosa parte di un tutto che invece riempiva la città di ogni meridionale possibile, spesso con un miscuglio che funzionava piuttosto bene”.
Così, dinanzi a un certa ironia che ogni tanto si fa su questa porzione di storia del sentimento juventino, Infelise parlava in termini assai contemporanei di “torinesi e nuovi torinesi”, mescolati allo stadio a vedere la Juventus, e lo scriveva sentendo sulla pelle, dice, “quel brivido di rabbia quando qualcuno irride i tifosi perché sono meridionali. Il calcio è stato, nel mio quartiere come in tanti altri, un modo per integrarsi, per costruire una comunità”.
SOCIOLOGIA DEL TIFO ► Qualche anno fa, il saggio Juventus, storia di una passione italiana [Utet] fece ulteriore chiarezza. Un lavoro di Aldo Agosti, studioso del movimento socialista-comunista italiano e internazionale, e di Giovanni De Luna, anche lui docente di Storia contemporanea all’Università di Torino. Un libro che individua un primo snodo importante nel 1923, l’assunzione della presidenza da parte di Edoardo Agnelli, il passaggio al professionismo, la fine dell’egemonia del dilettantismo della Pro Vercelli.
“Il calcio – hanno scritto – in quel periodo diventa indicatore delle trasformazioni più profonde che avvengono nella società, imposte dall’alto di un sistema di massa che il regime fascista cerca di creare. La Juve, mai veramente allineata con il regime, allora incarna forse un certo perbenismo reazionario, ma si mostra insofferente agli sfoggi vistosi, anche volgari del fascismo, intercetta il cambiamento e getta le basi per una società solida”.
Agosti disse al Manifesto che la massiccia immigrazione dei meridionali ha sconvolto la gerarchia del tifo non solo in Italia, ma anche a Torino, facendo saltare lo stereotipo che voleva i tifosi granata di estrazione popolare e quelli della Juventus borghesi. De Luna mise in rilievo appunto “la radice antagonistica, che legittima ampiamente una collocazione a sinistra, il contado contro la città, la provincia italiana contro il capoluogo. In Romagna, nella Grafagnana, in Brianza, in Campania dove sono nato, si fa il tifo per la Juventus contro il Bologna, l’Inter, la Fiorentina, il Napoli. La Juve raccoglie anche un tifo conflittuale. Quando ho cominciato a fare il tifo per la Juventus, tutta la mia famiglia era tifosa del Napoli. Può darsi che la Juve sia la squadra del Potere, potrebbe essere vero da un punto di vista culturale, ma certamente non lo è da un punto di vista dei tifosi”.
| Stamattina De Luna riprende in parte questi temi in un intervento sulla Stampa, quando scrive che stasera “non si tratta di un confronto tra due città. Non ha mai avuto fondamento il nesso che si vuole leggere tra le fortune calcistiche di una squadra e le sorti della sua città di riferimento. Per intenderci, la Napoli di Maradona era la Napoli “sgarrupata” dalle conseguenze del terremoto del 1980 e con una classe dirigente incapace di gestire efficacemente i flussi di denaro che quella catastrofe aveva indirizzato verso la città. E la Juventus trionfante di Lippi e Vialli prescindeva completamente dal destino di Torino che, proprio negli anni ’90, conobbe un declino che, alla lunga, avrebbe travolto le tradizionali immagini cittadine, affollate da grandi fabbriche, operai combattivi e consapevoli, imprenditori coraggiosi. E non sarà neanche uno scontro tra gli stereotipi suggeriti dalle due maschere cittadine, Pulcinella e Gianduja. In realtà, come le altre che si ritrovano nella commedia dell’arte, entrambe mettono in scena le caratteristiche salienti di qualsiasi “tipo” italiano, al Nord e al Sud, nutrite da un buon senso popolare ispirato al “tirare a campare”, al compromesso, alla rassegnazione”.
TRADIMENTI ► Al fenomeno della presa sentimentale del sud e del tifo per la Juventus fuori di Torino, qualche anno fa dedicò un trattato Vittorio Zambardino sul Napolista, scrivendo che “sono convinto che non ci sia niente di “non serio” dentro la scelta di una maglia e di una bandiera. Siamo sempre noi, a sette come a settant’anni, e quelle cose “frivole” parlano di noi quanto le scelte più profonde e più serie della vita. Niente di più serio del pallone”.
In una lunga analisi del fenomeno, tra politica e biografia personale, rivolgendosi a quella che individuava come una controparte scriveva: “La tua è l’ombra lunga del mio malessere, del mio spaesamento esistenziale. È la tua proiezione sugli altri che ti sono intorno della responsabilità per esser nati qui. Che come sai non è di nessuno. Succede a tutti noi in forme diverse: io me ne sono andato da Napoli perché cercavo di più nel lavoro, come tanti, come migliaia, ma portandomi Napoli come una scheggia di vetro nel cuore. Tu hai pensato di risparmiare sui viaggi e ti sei fatto bianconero. Tu, certo, adesso sei un signore. Anzi, tifare per il calcio vincente ti ha sottratto all’attaccaticcio della provincia. Tu sei il nuovo globalista, tifi per il meglio ovunque si trovi. Così te la racconti”.
LE IDENTITÀ ► È il derby di uno strano radicamento fluido, il Napoli al nord e ovunque fuor di Napoli, la Juventus al sud e ovunque fuor di Torino. Una è la squadra del tifo detto identitario, l’altra è la squadra del tifo detto apolide, a sentire il filologo Libertino Alaimo, che se n’è occupato tempo fa per Ultimo Uomo, chiedendosi che ruolo abbia il tifo nelle nostre vite, cosa scegliamo di essere quando ci leghiamo a un club e decidiamo di seguirne le sorti, perché una squadra anziché un’altra.
“Il calcio si è legato alle città che lo ospitavano e si fonde con l’identità stessa di quei luoghi e di quelle comunità, ne condivide i valori e ne perpetua la storia, andando a sostituire i vecchi simboli. Nell’Italia di fine Ottocento, la squadra cittadina subentra in modo pacifico alle vecchie milizie, mentre le statue dei condottieri prendono le fattezze di vigorosi atleti. Il calcio dei pionieri accoglie questa dialettica, e si fa promotore dell’orgoglio civile di una città: non solo mero contenitore di uno stadio, ma parte attiva e vitale di un processo. Ma cosa succede quando, in un preciso momento storico, il tifoso perde quel legame territoriale e si fa apolide, scegliendo di sostenere una squadra lontana anche migliaia di chilometri?”.
È la parte del lungo intervento in cui si occupa dell’emigrazione dal Mezzogiorno verso i poli industriali del nord, 425mila persone tra il 1928 e il 1942.
“Il tifo per la squadra della città ospitante fu lo sbocco ideale del percorso di accettazione che questi nuovi cittadini dovettero intraprendere per integrarsi. Se questo poteva avvenire più lentamente con i rapporti umani, il calcio garantiva ai migranti una facile affiliazione con i nuovi luoghi”.
Negli anni Sessanta gli emigrati furono circa 800.000 ogni anno.
“Le gloriose vittorie dei club del Nord fecero da cuscino psicologico di autostima, e resero meno amaro lo sradicamento e la dispersione, creando un fortissimo collante sociale che nessun altro fenomeno, tranne forse la televisione, è riuscito a eguagliare”.
Così, quando ha dovuto cercarsi uno stadio alternativo a Torino per la finale di Supercoppa 96 contro il PSG, è stato naturale vedere la Juventus a Palermo. Tutto esaurito. “Una fotografia – ha scritto Alaimo – che sembra possibile solo nel micromondo culturale italiano: quanto sarebbe stato strano vedere un Upton Park, storico nido del West Ham, riempito di tifosi londinesi del Manchester United?”.
IL SUD RIGETTA NAPOLI ► La Serie A nel XXI Secolo: evoluzione dell’interesse, del tifo e dei ritorni per gli sponsor era il titolo di un dossier della società StageUp/Ipsos. Risale a quattro anni fa. Analizzava il tifo italiano dal 2001 al 2019. Si dichiarava juventino un italiano su tre (8,7 milioni di persone, il 38%) e la ricerca sottolineava un arretramento del legame territoriale nel tifo delle nuove generazioni. Un atteggiamento trasversale agli altri paesi europei. Stage Up faceva notare certi buchi sulla mappa – oltre il Napoli – e “parlando del Meridione – diceva – non c’è mai stata una vera e propria “squadra del Sud” che potesse, in modo continuativo, creare una tradizione vincente capace di attirare le simpatie di quella parte del Paese. In mancanza di una società degna di rappresentare l’identità culturale e territoriale, si è preferito seguire tradizioni familiari rassicuranti, e club che sapessero dare un senso di competizione a livello nazionale”.
La Juventus. Al massimo il Milan e l’Inter. Dipende spesso da papà, in un certo periodo da Kakà.
Il Napoli non ha sfondato nelle terre su cui governò da capitale, vai a capire se certe freddezze verso la corte e verso la corona restano dentro il dna delle popolazioni.
Il filosofo e saggista Isaia Sales ha scritto qualche anno fa su Limes che “la capitale del Mezzogiorno è stata diffamata e abbandonata dai poteri italiani”. Ha parlato di “burrone geopolitico e culturale” che taglia in due la penisola, con un divario economico tornato ai livelli del 1965. Nel leggere dentro le relazioni tra Napoli e il resto del paese, sottolineava “un potere locale senza proiezione e influenza nazionale. Un potere dimezzato. Si può essere separati senza ratifica giuridica, vivere nello stesso paese ed essere estranei. La cultura politica ed economica del paese è senza dubbi e senza imbarazzi pienamente antimeridionale”. Il grande paradosso, faceva notare Sales, è che “nell’immaginario globale questa città incarna l’italianità”.
Ma senza presa. Nemmeno al sud. Se il calcio accoglie echi e riflessi presenti nella società, il coro che rivendica Noi non siamo napoletani dice parecchio del sentimento di una buona porzione del non-nord del paese. Palermo, Avellino, Salerno. La testata Anteprima 24 replicò con Francesco D’Ambrosio a una polemica calcistica del giallista Maurizio De Giovanni scrivendo: “I salernitani non sono napoletani. De Giovanni se ne faccia una ragione”. Certe volte il calcio guida, altre volte guida il contesto, spesso le due facce si mescolano. A Cagliari sono risentiti perché il San Paolo tifò Piacenza in uno spareggio per non retrocedere, ma pure perché qualcuno propose di mandare con le navi in Sardegna i rifiuti della Campania, nei giorni dell’emergenza. Nel dicembre del 1989 a Bari apparve lo striscione: “Terroni sì, napoletani no”.
Non bisogna neppure allontanarsi più di tanto. Alcuni Comuni del Cilento hanno lanciato qualche anno fa una campagna per uscire dalla Campania e unirsi alla Basilicata. A Ischia e a Capri non si dicono per certo napoletani, il pendolarismo straccione non contribuisce all’economia dell’isola né alla simpatia per chi viene col traghetto dalla città.
Quando sia successo tutto questo, si fa fatica a dire. Aldo Cazzullo sul Corriere della sera di qualche settimana fa diceva: con Maradona. Il demone anti-italiano.
testimoni Riccardo Muti
➣ Come mai nacque a Napoli, se abitavate a Molfetta?
«Mia madre volle dare alla luce i cinque figli, tutti maschi, nella propria città. Al termine di ogni gravidanza ci andava in treno sfidando pericoli e fatiche – nel mio caso il viaggio avvenne durante la guerra – per partorire a casa di sua madre. Da adulti i miei fratelli e io l’abbiamo interrogata su questa scelta. Se un giorno finirete, che so, in America, replicò, quando vi chiederanno dove siete nati e direte a Napoli vi rispetteranno, se invece risponderete a Molfetta ci vorrà un’ora per spiegare dov’è».
➣ Le inculcò l’idea della grande capitale?
«Napoli era per lei il regno da cui tutto s’irradia. La comprendo: ogni volta che ci vado mi coinvolge profondamente lo spettacolo della città, meravigliosa e ferita. Dal punto di vista musicale, inoltre, Napoli ha avuto un’importanza enorme e non abbastanza valutata. Spesso è stata al centro del mio lavoro, come quando curai un progetto sul Settecento napoletano per il Festival di Salisburgo. L’iniziativa ha presentato in Austria fino al 2011 capolavori sconosciuti, facendo capire quanto compositori quali Cimarosa, Paisiello, Porpora e Mercadante abbiano nutrito il genio di Mozart». – intervista di leonetta bentivoglio, la Repubblica
opinioni | I meridionali hanno un grande complesso di inferiorità. Ci piace vivere di una mitologia inventata. Lo capisco, Napoli da ex capitale vive una ferita narcisistica. Ma in fondo siamo più famosi così, più interessanti» | Marcella Marmo – docente di storia contemporanea, al Venerdì, settembre 2017
PARENTESI ► Non più tardi di sei-sette mesi fa, a un colloquio di selezione per un lavoro – come dire – intellettuale, un caro amico si trovò dentro qualche chiacchiera sulla sua provenienza, come spesso accade, un macro-argomento che trova posto e forma in molteplici rivoli. In quel caso il filo era il film di Sorrentino, È stata la mano di Dio. Chi gestiva la selezione – un lui che faceva da spalla a una lei – ne disse male, insieme al fenomeno che chiamava di tifo ius soli, il tifo per il Napoli di chi nasce a Napoli, l’idea che l’identità si possa-si debba-si esprima attraverso la passione per la squadra di calcio della propria città.
Gli pareva un’ossessione solo napoletana e romanista, una patologia, usò la parola violenza. L’amico rispose che il film di Sorrentino gli pareva un capolavoro come i precedenti, e che era certo lo sarebbero stati anche il prossimo e l’altro ancora. Sulla storia del tifo sorrise. Se la cavò con l’esempio americano dell’attaccamento sportivo verso tutto ciò che appartiene alla propria biografia, la squadra dell’high school, la vita del college. Immaginò di fare un figurone sostenendo che in fondo l’attrazione per il crest ha ispirato un social global come Facebook. Accennò a cosa crede di aver capito che significhi nascere a Napoli, con un paio di inserti comici affinati nel tempo, una rete di pensieri che spazia in un vasto range, dalla banalità al pippone. Nacque un confronto su Masaniello, i Borbone e Maradona, alla fine il punto chiave diventò cosa sapesse di Milinkovic-Savic, se restava alla Lazio o no. A quella percezione chiusa in tre parole – ossessione, patologia, violenza – il mio amico dice che non ha più smesso di pensare.