Trent’anni senza l’Arci-Brera

|  La vecchiaia è bella

Peccato che duri poco

 

Prima di lasciare vuote le 48 pagine finali del suo ultimo taccuino con gli anelli a spirale, le righe larghe e rosse, l’uomo che da oltre cent’anni chiamiamo Gianni Brera, prese ancora un appunto, senza sapere che dopo non ci sarebbero state altre parole scritte.

Si riprometteva di parlare a Braida e Galliani di Ambrogio Pelagalli, ex calciatore pavese del Milan anni 60. Allenava l’Oltrepò ed era stato ospite suo a cena fino a pochi minuti prima dell’incidente fatale in auto, nella notte tra il 18 e il 19 dicembre del 1992. Brera mise il punto, uscì dal ristorante e andò a morire. 

 

Questo gigante del Novecento, così prolifico da rendere impossibile un’opera omnia è stato tante persone e anime in un corpo solo: un giovane giocatore di pallone, un paracadutista, un fascista e un partigiano, un socialista e un radicale, un padanista prima della Lega, un cacciatore, un amante della tavola, un polemista, un volto televisivo, un romanziere erotico, un innovatore della lingua, e prima di tutto – sommando ogni aspetto – un giornalista. Per Zavoli ha portato lo sport in una nuova dimensione. Secondo Montanelli “i suoi puntigli erano sempre riscattati dall’odore di bucato che diffondevano”. La sua prosa, scrisse Garboli in un saggio sulla rivista Paragone, era briaca: piena cioè di succhi e di umori. Beniamino Placido la chiamò rustico-barocca. 

 

Fu da San Zenone Po, paese di dazieri all’inizio del secolo scorso, che seppe trasformarsi in totem questo ragazzotto di nome Gioânn, contadino senza aver mai tenuto in mano una zappa, per dirla alla Giorgio Bocca, ma contadino “nella lingua, nei lunari e nelle fiere, nei banchetti nuziali, nei proverbi, nell’umorismo, nel rapporto con il pane, con il vino e con la donna”. Non sarebbe esistita l’accademia di Brera senza il suo mondo, senza la galleria di tipi della Bassa e questa cultura popolare che nei 55 anni di professione si portò dietro “nell’infame giornalismo di corsa” che gli frustrava ambizioni da letterato, per “tirare le povere paghe per il lesso”. Non sarebbe stato Brera senza il suo bisogno di parlare con qualcuno fino a tardi. Di notte leggeva, spesso un libro intero, poi non era in piedi prima delle dieci. In un’intervista autoironica a Tg3 Lombardia, raccontò di abitare in un appartamento di proprietà dell’istituto giornalisti, e di essere stato uno dei pochi condomini a non essersi opposto al mercato in strada, sotto le finestre, salvo maledire la decisione che lo costringeva a dormire dall’altra parte della casa.

 

Il Metodo Brera prevedeva la lettura di otto giornali ogni mattina. Scriveva a ritmi che nessun altro reggeva. Era un giornalismo senza computer, né fax, né cellulari. Quando si trovava in trasferta, un collega più giovane o l’autista sfilavano dalla macchina per scrivere la cartella con le prime 20 righe e correvano a dettarle. Quel rito era chiamato il volo del trombettiere. Il suo mondo entrava nei pezzi, specialmente nell’Arcimatto, la rubrica per il Guerin Sportivo in cui poteva scrivere della pesca dello storione; di una battuta di caccia con l’imprenditore Vittorio Necchi che sognava di prestare i soldi per il tram a Filippo di Edimburgo; di una visita dal radiologo dopo una gomitata al fegato. Quanto alla rubrica delle lettere, erano quasi tutte fasulle. Scritte su misura per lui dalla redazione.

“Non ho il callo degli scrittori perché non uso mai la penna. Ho il menisco dei dattilografi; la seconda articolazione dell’indice destro mi duole a cominciare dalla decima cartella”.

Allo stadio impugnava pennarelli per certi appunti enormi, così da poterli dettare spesso a braccio. Nel borsello di pelle di ippopotamo, aveva una cartoleria ambulante, le pipe, il tabacco, le medicine. Si descriveva stremato da questa vita già nell’agosto del 1961 “per aver battuto infiniti fogli” e non era neppure a metà carriera. Poco dopo la guerra si era sottoposto a una perizia grafologica. L’esito: “Natura intellettuale equilibrata. Realista. Deciso. Sicuro di sé. Difficilmente influenzabile. Testardo. Socievole, ma stringe difficilmente amicizia. Ama l’ordine ma non metodico. Idee originali, abilità pratica; non teorico. Crede il Dio, ma non religioso. Senso di giudizio: normale. Resistenza spirituale: forte. Vita sessuale: intenso. Intelligenza letteraria, ma guidata da una coscienza morale superiore. Ottimista”. 

 

Negli ultimi 20 anni Brera tenne un diario quotidiano su comuni agende da tavolo. Brera segnava gli anticipi delle case editrici per i libri, le mance lasciate al ristorante, i prestiti. Si preoccupava dei conti temendo una morte improvvisa. A volte sono pagine ricostruite in ritardo. Quando ne lascia una bianca, annota: no recuerdo. Dalla penna gli scappano brandelli di spagnolo, francese, latino, inglese, forse per essere meno esplicito. Come il 1 gennaio 1972: “I did divorce with R. at first days of December 1971”. Il 25 luglio scrive che sta girando un carosello per la Facis (si trova su YouTube): “Pericolo di  risultare troppo ridicolo nelle riprese filmate”.

I diari registrano le progressioni di amicizie e antipatie. Il 24 giugno Umberto Eco gli tende la mano dopo anni di polemiche e gli manda una copia de Il superuomo di massa con una dedica tratta da Marlowe: “Hai fornicato. Ma fu in un altro paese. E inoltre la ragazza è morta. A Gianni Brera, con cordialità (e la citazione si riferisce sia a me che a lui)”. 

L’11 ottobre 1977 Brera scrive: “La Stampa pubblica lettera aperta a Gianni Brera di Arpino piena di bischerate, invidia e stronzaggine da terrone travestito. Non rispondo”.

Era successo che Arpino gli rimproverasse con sarcasmo [“come devo cominciare questa lettera? In dialetti gallo-liguri? Con un’invettiva celtica? Imprecando in basso-lombardo?”] un certo protagonismo televisivo in dissenso con le scelte filotorinesi del c.t. Bearzot. I rapporti erano gelidi da tempo. Il Fondo Brera conserva la lettera con cui Arpino aveva rotto (18 novembre 1970) dopo giudizi poco graditi: “Per nascita mi è difficile porgere l’altra guancia. Quando è uscito un tuo romanzo, io ho interpretato vita et amicizia in modo diverso. Non decadere come Falstaff. Non è il secolo”.

 

I rapporti di Brera con Bearzot erano migliorati dopo una giornata di cui si trova traccia il 9 giugno 1977: “Mi si rivela hombre serio e non privo di ideali [quindi onesto fissato e un poco fesso]. Facciamo spuntino chez moi; bevucchia vino furlan e parla molto (non male)”.

Brera annota le cene ad Arcore con Berlusconi, un giudizio sul romanzo Il Ladrone di Festa Campanile [“agile e leggero”] e sul film Sabrina [“ennesima versione di Cinderella”]. Il 17 ottobre sogna di avere una figlia foca e di prenderla in braccio per aiutarla ad attraversare la strada. Riflette sulla morte, il cui pensiero si fa vivo sotto Natale e ai compleanni. “Non pensavo di vivere così tanto” scriverà l’8 settembre del ‘91. Mancano 15 mesi alla morte. 

Il diario 1982 è quello in cui registra il suo passaggio dal Giornale a Repubblica. Il 25 febbraio annota la telefonata con cui dà la notizia delle dimissioni a Montanelli: “Mi sento leggero. Cambio cavallo per dignità. Era ora”. Guglielmo Zucconi gli offre di tornare al Giorno: “Sei un Pavarotti, devi cantare nel tuo teatro”. Willy Molco fa da intermediario per Barbiellini Amidei al Corriere della sera. Il 3 marzo Cucci lo vuole al Guerino e Confalonieri prova a trattenerlo al Giornale. 

Mario Sconcerti lo aveva già conquistato, il 15 Brera è a Roma da Scalfari. Il 19 registra che per merito suo Repubblica ha messo per la prima volta in prima pagina la foto di un calciatore. È Giancarlo Antognoni, detto l’Abatone, ultima evoluzione dell’abatino Rivera. Durante il Mundial, Brera confessa la malinconia per la pioggia di Vigo e l’insofferenza per alcune serate in compagnia di Mario Soldati. Soffre le vigilie delle partite della Nazionale. Prima di Italia-Argentina: “Si sente il rumore della storia. Dormirò poco”. Dopo Italia-Brasile 3-2 confessa che s’aspettava un 1-5. Il 10 luglio annota di aver scritto dalle 12 alle 15 sette cartelle prima della finale con la Germania: “Chiediamo la grazia a Santo Catenaccio. Estoi dudoso porque no sabemos jugar”. Il giorno dopo: “Dormo fino alle 10-10.30. Bevo cognac per alleviare comocion cardiaca dovuta alla finale”. 

 

Gli restano ancora 10 anni di vita e di giornalismo, in fondo per lui la stessa cosa. L’ultimo articolo che firma è una risposta alla lettera del signor Aurelio Pupi, di Cosenza, critico con Trapattoni. È purissimo Brera: “Mai sentito nulla di più ridicolmente presuntuoso. Mi domando a quale grado salirebbe la Sua improntitudine se invece che nella mite e lontana Cosenza fosse nato nella superba Parigi. Ella ragiona come da troppi anni usano i sorbonagri della scuola napoletana”. Sorbonagri fu l’ultimo neologismo di chi aveva inventato libero, contropiede, centrocampista e intramontabile. Fu Gioânn Brera fino all’ultimo giorno.

[articolo pubblicato in origine sul Venerdì di Repubblica del 6 settembre 2019]

 

Lo scontro ideologico con la scuola giornalistica napoletana

 

Prima che qua attorno fosse tutto storytelling, il giornalismo sportivo è stato scontro di idee e guerre di religione. Brera è universalmente conosciuto come una zecca di parole nuove, da manivolo nel 1938 a sorbonagro un paio di giorni prima di morire. Il libero si chiama così nel mondo perché la parola fu inventata da lui. Come contropiede, centrocampista, melina, l’aggettivo intramontabile. Non sarebbe stato Brera se non avesse scelto di portarsi dietro il suo mondo padano, i sapori della sua terra, gli umori, la cultura contadina. È stato al tempo stesso un modello e una gloria inimitabile, il portatore di una lingua popolare eppure d’élite. È stato soprattutto un architetto di teorie, per difendere le quali non s’è mai sottratto a una polemica. Contro calciatori e allenatori (Rivera, Bettega, Vinicio, Sacchi), scrittori giganteschi (Manzoni, Pasolini, Gadda, Eco), colleghi dell’epoca. 

Uno dei grandi rivali è stato Antonio Ghirelli, direttore del Corriere dello sport dal 1965 al 1972, gli anni in cui Brera firmava sul Guerin Sportivo la rubrica dell’Arcimatto. A dividerlo da Ghirelli e da Gino Palumbo, i capi della cosiddetta scuola napoletana, erano la lettura dello sport su scala etnografica e la visione filosofica del calcio, “la difesa accanita della propria e la conquista violenta o astuta della donna altrui”. In sostanza: Brera era l’ideologo del difensivismo contro il calcio show di Ghirelli e Palumbo. Le tante delusioni del calcio a Napoli, per Brera, erano figlie di questa illusione: il bel gioco.

 

Erano scontri in cui nessuno si sottraeva. Ghirelli lo querelò, con Palumbo finì a pugni in tribuna stampa. Ghirelli si giudicava un provocatore e non un provocato. Parlò a lungo della questione in un colloquio con Maurizio Barendson uscito per Laterza nel 1978 con il titolo Intervista sul Calcio Napoli. Disse: “Io nutrivo e nutro grande ammirazione per la sua scrittura impastata di idiotismi lombardi ed efficacissima, per la sua solida preparazione culturale, per le sue vaste cognizioni tecniche. Non intendevo, tuttavia, accettare la sua prepotente egemonia sulla corporazione dei giornalisti sportivi. Non sollecitai neppure la sua amicizia, sia perché eravamo reciprocamente allergici, per una fondamentale diversità di temperamento, sia perché le sue consuetudini gastronomiche mi avrebbero comunque impedito di dividere la sua mensa. Adoro Rabelais ma soltanto sulla pagina”.

Dalle pagine del Guerin sportivo, negli anni 70 Brera criticava la propensione all’attacco del Napoli di Vinicio [“il suo gioco è olandese quanto la mozzarella”] e “l’eretismo podistico” della Lazio di Maestrelli.

Ghirelli eccepiva: “Brera è rimasto legato visceralmente alla sua propria teoria, senza accettare compromessi e senza accorgersi che i tempi stavano mutando e con essi mutava con straordinaria rapidità la condizione socio-economica del nostro popolo, anche al Sud”.

I due condividevano simpatie per il PSI, perciò Ghirelli non si capacitava: “A me è sempre parso che il difensivismo coincidesse – senza che il suo maggiore teorico ne fosse consapevole – con certe sollecitazioni moderate, o addirittura reazionarie, di quel particolare tipo di società che il regime democristiano andava realizzando in Italia, una società fatta di furbizia, di immobilismo, di parassitismo, di tenace conservazione dei privilegi. Si gioca per lo zero a zero, come si vota Dc, per guadagnare molto lavorando poco e rischiando ancor meno”.

Il giornalismo sportivo si faceva così.

[pubblicato in origine sul Corriere dello sport-stadio l’8 settembre 2019]

 

La lettera aperta di Arpino che ruppe un’amicizia

 

Caro Giuan Brera, Arrigo Levi m’invita a «dir la mia» sul Brera che domenicalmente ha «detto la sua» in televisione. Ci sto, ma scelgo questa logoratissima forma epistolare per una diagnosi alla buona, senza fronzoli: del resto, a Berlino, abitavamo in due alberghi diversi e non abbiamo neppur potuto discutere-bere-sacramentare secondo il nostro costume abituale. Tu sai come la penso: che ha ragione Alberto Sordi, il quale ha codificato il «jeu de massacre» televisivo. Chi appare sul video come personaggio è destinato à figurar nelle vesti del capro/espiatorio, del parafulmine, e avrà l’olocausto finale del pirlotto. Tu stai rischiando, per giusta ambizione e «dineros» (che non ti servono ma ti fanno gola come sostieni col tuo retroterra cultural-populistico). Stai rischiando trent’anni e passa di professione imperniata sulla parola scritta, che è poi l’unica parola nobile. E non è un rischio che ci imponga «giù il cappello». In cinque domeniche ne hai dette di troppe: consigliando Pruzzo a giocar mezzala, invitando il Trap a considerare già chiuso il campionato, subendo un Bobby Bettega che giustamente ti aspettava all’angolo avendolo tu definito per anni una «Mimì». Poi c’è la Nazionale, e qui spari. Scusami tanto (ti abbraccerò alla fine della missiva, ma non prima) lo sfogo: con il Club Italia, con il Club Bearzot non ne imbrocchi una giusta. Hai anche «fintato» una stretta di mano «ad honorem» di Bearzot. Ma a me è sembrata la stretta di mano di chi infila l’anello e nel contempo sottrae l’orologio all’amico. Per carità, è una metafora. Dici: tutti in difesa. Ma noi non abbiamo più i Burgnich, e tu che vuoi essere lo «storico» del calcio italiano dovresti saperlo: oggi nascono i Novellino, non i Facchetti, e uno storico dovrebbe tener conto della realtà, non delle ipotesi o dei desideri. E poi: tu avresti levato Bettega a Berlino, mentre la spiegazione tattica del «vecio» Enzo è ottima: Bobby era l’unico a poter fare da «torre» di fronte ai giganteschi difensori tedeschi.

E ancora: tu vorresti ridisegnare un «modulo azzurro» indipendentemente da quanto c’è in cucina e secondo teorie che prescindono dalle «torinesi». Se avessi detto o scritto io queste cose mi avresti mandato a scopare il mare. Stamattina ho parlato con il rauco Bearzot e con il ponderato Giacinto Magno al telefono. Giacinto mi racconta che per la prima volta in vita sua gli emigrati italiani in Germania non hanno «provato vergogna» per una nostra partita. Durante il «transito» all’aeroporto di Francoforte, gli Azzurri sono stati persino ringraziati per la dimostrazione di gioco. Da parte sua, Enzo Bearzot ha difeso la formazione, il centrocampo, l’impegno dei singoli, ripetendo, con una certa amarezza: è demagogico che mi si venga a dire «come» devo piazzare Tardelli, quando l’unico che conosce l’avversario di Tardelli sono io, che ho studiato il calcio estero uomo dopo uomo; certe «mosse» strategiche sanno di partita a scacchi per corrispondenza negli intenti di alcuni critici che vivono seduti e ignorano caratteristiche e disposizione dell’avversario; io rispetto ogni opinione dì base, vada dal difensivismo alla manovra aperta, ma pretendo anche un rispetto identico per il mio lavoro. 

 

Alle parole del «Vecio» non aggiungo sillaba. Lascio ora perdere la partita di Berlino come «test». Il fatto che resta è il tuo viscerale moto negativo verso le «torinesi». Secondo te dovevano morire durante il campionato scorso. Secondo te — non essendo morte — stanno estinguendosi adesso per la somma delle arcaiche fatiche. Non torno qui sulla tua prima previsione: che il campionato fosse già deciso alla seconda giornata. Tu ribatti: io faccio pronostici, quindi posso sbagliare. Permetti una correzione: tu fai pronostici? Imbroccane uno, anche se «una tantum». Oppure di qualunquismo — termine a te caro — potrai nutrire intere famiglie. È evidente che sto dando in pasto al volgo dei discorsi difficili. L’Italia è popolata da critici e commissari tecnici. Il mio figlio Tom — che è breriano, cioè «chez Giuan» anche per motivi di tifo milanista — mi assicura che il tuo e il mio nome sono commentati nei caffè piemontesi con insulti di ogni tinta. Forse l’unico che sa di calcio, è ancora quel Meazza che, come ci ricordi sovente tu, a qualsiasi interlocutore ripeteva e ripete: lei non sa un c… di fòlber. Io ritengo che il tuo ironico livore bassaiolo verso le Torinesi (le scrivo in ti maiuscolo apposta) ti stia giocando un tiro barbino. Abbiamo parlato bene di Cagliari e Lazio quando lo meritavano, no? Ma tu, vincano scudetti e Coppe a medie strabilianti, le Torinesi non le vuoi vedere. Semmai parli dei Trap e dei Radix come di prigionieri di Zenda da rinfacciare a quella Milano, da te definita «barca de cafoni». Sarebbe ora che tornassi ad amare qualcuno, caro il mio vecchio fratello, e non l’unico fantasma del Giggirriva. E amare significa conoscere. Significa rinnovare gli albori antichi secondo, nuovi accordi umani. La Nazionale torinese è un fatto. Un altro fatto da contrapporle non esiste. Lustrarsi gli unghioni polemici sulla corteccia del Club Italia e di Bearzot è esercizio deleterio e masochistico. Sta’ allegro, Giuan. Se scappi dal video guadagnerai in salute e renderai onore alla scrittura, come ti compete. Certe «guerinate» da Anni Cinquanta contribuiscono solo all’analfabetismo collettivo (e Dio mi scampi da un certo scribacchino che m’accusa di invidiarti: piuttosto di metter piede in una rubrica televisiva fuggo nella Legione Straniera). Chiudo e mi bevo un whisky alla tua salute (quello che non ho accettato a Berlino all’aeroporto; ma erano le undici del mattino, e ognuno ha il suo fegato). Mi spìace che nella stessa Berlino non abbia potuto fornirti — a richiesta — il solito consiglio di severità e prudenza. Tu m’avresti ascoltato per poi rintuzzare con rabbia garibaldina. Rispetta questa Nazionale, Giuan. Lavora anche per te, e vive al di là di vocabolari improvvisati. E non dirmi niente. Semmai dillo a Tito Stagno. Ciao, neh?

Giovanni Arpino

 

Testimonianze

 

voci Mario Sconcerti

 

 ➣  Che cosa è stato Gianni Brera?

«Qualcosa di enorme e di irrisolto, credo. Perché la differenza tra lui e gli altri era molto forte. Credo però che gli altri abbiano, per un lungo periodo, cercato di stargli in scia, e poi ci hanno rinunciato. Brera è stato quasi isolato nella sua differenza. Non faceva più notizia il fatto che fosse nettamente più bravo degli altri, si erano tutti rassegnati, lasciandolo in qualche modo solo»

 ➣  Qual era l’idea di calcio di Brera?

«Lui aveva le sue teorie, le aveva studiate molto. Bisogna ricordarsi che viene dall’atletica, il suo sport di base. La sua amicizia con Missoni nasce proprio perché era un grande atleta arrivato a una finale olimpica. Si ritrovò nel dopoguerra un popolo italiano smagrito, sfinito, credo pensasse che quella sfinitezza era il risultato della sconfitta della storia. In realtà, su questo rifletté nei trent’anni successivi, anche perché successero cose che lo smentirono. Nel senso che – come lui aveva previsto – una volta che arrivarono le bistecche per tutti, una buona alimentazione per tutti, la nostra gioventù crebbe in fretta, ed è diventata la seconda, la terza più alta d’Europa. Le teorie iniziali in cui contava la povertà della razza fondamentalmente erano diventate rivedibili in modo ampio».

 ➣  Qual è stata la sua grandezza?

«Io credo che Gianni avesse essenzialmente un grande pregio: scriveva benissimo, benissimo, scriveva come non oltre tre-quattro italiani hanno saputo fare nel Novecento. Uno di questi era Gadda, a cui è stato spesso avvicinato. Ci sono delle pagine giovanili di Brera magnifiche. Ne ricordo una sulla cattura del pesce siluro a San Zenone, il suo paese sul Po. Stare sul Po, vivere sul Po in quell’epoca, era qualcosa di intenso, perché le piene erano continue, perché vivevi sotto il rumore del fiume, e vivevi con i suoi protagonisti. Quella pagina è forse fra le più belle scritte da Brera. Nelle sue cose giovanili ancora non c’era la costruzione personalizzatissima del mondo, soprattutto non c’era lo sport, una pagina da scrittore autentico che metteva i brividi. Il pesce siluro si rivelava una femmina incinta, ma descritta come da un chirurgo, aveva una scrittura asciuttissima. Io credo che la sua vera grande differenza fosse la scrittura, dopodiché il suo senso amaro dell’ironia, perché è uno che ha fatto la guerra, ha sentito la povertà, se l’è portata addosso, ha sentito la propria differenza con gli altri e l’ha voluta far pesare. Dopo, lui si è divertito a usarla, questa scrittura, ma la sua vera spinta era questo tipo di arte. Era veramente un’arte».

 ➣  Come vi siete conosciuti?

«Fu una delle cose eccezionali che potevano accadere solo in quel tipo di giornale. Intanto, calcola, era febbraio dell’82, io avevo 33 anni, ero caposervizio di un servizio che a Repubblica quasi non esisteva. Eravamo in quattro. Era l’anno che portava ai Mondiali, e però ci portava lentamente, non sapevamo di essere una grande squadra. Andavamo a giocare in casa di una grande squadra, la Francia, e sul charter della nazionale venni casualmente messo accanto a Brera, il quale mi guardò con… – insomma ero un ragazzino – lui aveva 63-64 anni, che 40 anni fa erano un’età diversa da oggi».

«La prima cosa che mi chiese, prima ancora che si partisse, era di dove fossi. Se ero laureato e di dove fossi. Questa storia della laurea era una sua fissazione. Io gli dissi che ero fiorentino, e lui mi rispose: di Firenze non mi vergogno. Al che, essendo io un fiorentino acceso, soprattutto allora, gli dico: ma scusi lei è di San Zenone del Po, come gli verrebbe in testa di vergognarsi di Firenze, a uno di San Zenone del Po?»

«Allora cominciò tutta la trafila sui longobardi. Solo che sulla storia cascava anche nel mio territorio e gli dissi, proprio con piccola cattiveria, guardi che i longobardi vengono dalla Slesia. La Slesia è un gruppo di montagna dove se nasci da una parte, da un crinale, sei prussiano, se nasci dall’altro sei polacco, una cosa che lui non amava sentire: discendere da un popolo di slavi. Allora lui mi guardò. Si accorse di me e disse: cosa fai stasera? Eravamo in volo per Parigi, dissi: che vuole che faccia, arriviamo a ora di cena, mi sciacquo la faccia e vado a cena. Disse: ti piacerebbe venire a cena con me? E mi portò da un ostricaro, mi portò a mangiare ostriche, a me non piacevano, lui le adorava, e parlando capii che si trovava male. Lui lavorava al Giornale, allora era il Giornale di Montanelli, senza dirmi, senza farmi i nomi, capii che non si trovava  bene». 

«Ci fu la partita, io tornai a Roma, entrai da Scalfari e gli dissi: guarda che secondo me Brera è pronto per venire da noi. Con quelle cose che avvenivano un tempo, c’era l’interfono sulla scrivania, lui disse: Rolando – che era Montesperelli, il segretario di redazione leggendario di Repubblica. Rolando arrivò e Scalfari disse: chiamatemi Brera, ditegli che lo sto aspettando, vorrei un appuntamento. E il giorno dopo, perché anche Brera era svelto su queste cose, Brera venne lì, Scalfari lo accompagnò dall’amministratore e Brera firmò. E io improvvisamente mi trovai a essere caposervizio di Brera, mansione che eseguii portandogli le valigie in tutti i viaggi con grande orgoglio».

 ➣  Come erano questi tuoi viaggi con Brera?

«Brera era complesso. Perché aveva il doppio dei miei anni, quindi io avevo la metà delle sue esigenze ma alcune le avevo forti. Lui raccontava – ne aveva bisogno. Lui cominciava sempre da Mutter Lombardei, e la ripeteva al taxista, e la ripeteva al cameriere, in qualunque ristorante, e tu la sentivi per la sessantesima, la settantesima volta. A volte glielo dicevo, a volte non ci stavo, e a lui gli piaceva questa schermaglia, gli dicevo: tu devi avere una sofferenza enorme nei confronti di Roma, cioè, non puoi mettere Mutter Lombardei a confronto con tutto quello che ha rappresentato Roma nella storia. Roma te l’ha messo in tasca perché prima ha avuto l’Impero, poi ha avuto la Chiesa, ti ha schiacciato. Lui da: tu non conosci l’Editto di Rotari, il diritto longobardo era nettamente superiore a quello romano. Dico: Ho letto un po’ dell’Editto di Rotari, non mi sembrava superiore, e comunque non se n’è accorto nessuno. Continuavamo così per delle serate. Io credo, se mi permetti di allargare – quando l’ho conosciuto io – credo che fosse una persona profondamente sola. Perché era talmente migliore degli altri che gli altri lo avvertivano, non ci volevano discutere, non ci volevano stare insieme».

«Lui era un rimorchiatore di umani, proprio perché voleva arrivare alle 3, alle 4 di mattina insieme a qualcuno, per sconfiggere la solitudine. E rimorchiava un collega, e un altro, erano naturalmente appuntamenti intellettuali, e io li vedevo entrare, avevo la camera accanto, li vedevo entrare nella sua camera, a volte stavo anch’io con loro». 

Allora Brera aveva una sua fase crudele. Stappavano Laphroaig, che era il whisky di Brera, rigorosamente Laphroaig. Nella tradizione scozzese, il whisky lo bevi con un po’ di acqua. Lui faceva così, quindi in realtà beveva la metà dei suoi convitati, i quali non riuscivano a prendere la porta quando se ne andavano, mentre lui li guardava con piccolo evidente disprezzo. Io non ho mai visto Brera ubriaco una sola volta, ma ho visto uscire ubriachi tutti quelli che erano ospiti di Brera». 

 ➣  Si racconta che l’esenzione dalle serate con lui, fosse concessa da Brera solo a chi avesse un appuntamento galante. È così?

«A volte non basta nemmeno. In Spagna avevo 33 anni, mia moglie era sotto i 30, non ci vedevamo da 25/30 giorni  quando mi raggiunse a Barcellona, ai primi di luglio, una settimana prima delle finali. Non si sapeva mai quando saremmo tornati a casa. La sera in cui ci ritrovammo, arrivarono dall’Italia anche altre persone. Quella che doveva essere la cena di una giovane coppia che si ritrovava, diventò una cerimonia. Eravamo in 15-16 a tavola. E con le regole della cerimonia, mia moglie andò a capotavola dall’altra parte, accanto a Brera, io da quest’altra parte, e cominciò una lunga discussione tra gente che si rivedeva. A un certo punto dissi: signori, noi vi salutiamo, mia moglie è stanca, ha fatto un lungo viaggio, eccetera. Non ti permettere, Navarro, disse Brera. Navarro ero io. Non ti permettere, Navarro, di togliermi Cerere. Così chiamava Rosalba, mia moglie. Dovremmo rimanere lì, a finire la serata come sempre, nonostante fossimo chiaramente degli amanti frettolosi».

 ➣  Trovi che Brera sia stato prigioniero del suo personaggio?

«Secondo me no. Forse prima. Pilade del Buono, che aveva lavorato con lui al Giorno, mi diceva: tu non lo hai mai visto fare redazione. A me è sempre sembrato molto distaccato dai problemi di redazione, non c’era, quindi non se ne occupava. Pilade mi disse invece: guarda che era pignolissimo, era veramente una rottura di scatole averlo come capo, perché ti veniva a cercare: tu hai scritto questo, hai fatto questa ripetizione alla tale riga. Nella fase in cui l’ho conosciuto io, nei 15 anni in cui siamo stati insieme, no. A lui piaceva tantissimo scrivere non di sport. La sua vera condanna, anche a Repubblica, era che nessuno gli chiedeva un pezzo fuori dallo sport e la Cultura mai niente. Scalfari non gli chiedeva mai niente. Queste erano ferite grosse per lui. Pensa che una volta ero capo della redazione di Milano, e per Sant’Ambrogio – sapendo che lui conosceva bene la storia, avevamo parlato molte volte di Sant’Ambrogio, con l’imperatore d’Oriente eccetera – gli chiesi di scrivermi quello che oggi si chiamerebbe un podcast. Mi fece tre paginoni su Sant’Ambrogio che io pubblicai nel fine settimana. Gli dissi: non ti posso dare più di 300 mila lire perché non era per un’edizione nazionale, quello era il budget. E lui mi disse: vaffanculo, te e il budget, al mio Navarro lo scrivo gratis. E scrisse gratis. Fu peraltro un grosso successo, avemmo in tutti e tre i giorni il 4% di vendite in più». 

 ➣  Brera è stato leghista prima della Lega?

«È sempre stato un socialista. Era la sua idea di Italia in quel momento. Quando si vive a lungo, le idee si incrociano. Sta capitando anche a me. Non puoi rimanere fedele a qualcosa che cambia ogni giorno per più di 50 anni, altrimenti vuol dire che che i tuoi sono pregiudizi, non sono idee. Io credo però che lui volesse veramente un paese confederato, dove la confederazione premiasse i meriti di una regione. Lui era orgogliosissimo che il Pil della Lombardia fosse superiore a quello del Belgio e praticamente lo stesso della Germania, rompeva le scatole su questo punto, perché era convinto di provenire da un popolo diverso, e allora ti spiegava le costruzioni di questo popolo che non era Milano, che non era solo Milano, ti parlava di Mantova, ti parlava di Brescia, ti parlava dei vescovi che si erano succeduti e che erano stati dei manager, degli imprenditori eccezionali, e avevano costruito nei secoli la differenza di Madre Lombardia».

 ➣  È vero che le sue citazioni erano inventate?

«Sì, credo sia un vezzo di molti scrittori. Una volta attribuì a Guicciardini una sua convinzione, mi sembra fosse: se tu confiderai negli italiani, avrai sempre delusioni. Il Guicciardini naturalmente non disse niente e nessun altro aveva il coraggio di dire se Guicciardini avesse mai detto o no quella frase. La cosa naturalmente passò come ne passavano altre, e come continuano a passarne tutt’oggi. Credo che fosse anche la sua voglia di far capire agli altri la differenza che c’era tra lui e loro».

 ➣  È stato una figura irripetibile o un maestro?

«È stato certamente un maestro. Primo perché era una grande persona, generosissima. Mia figlia è diventata ricca grazie a lui. Era una bambina, ogni volta che vedeva mia figlia le dava 100 mila lire e Brera non era ricco, Brera doveva lavorare molto per essere quello che si definisce un benestante. Per dirti, ai Mondiali del 90 io ero – diciamo – il capo della spedizione, ero il capo di Milano e venni a fare i Mondiali a Roma. Lui alloggiava in un albergo in via Veneto, prima di Villa Borghese. Chiesi di lui, mi dissero stanza 504, salii ed era una singola con un lettino a una piazza, schiacciato contro il muro. Dovevamo rimanerci un mese, forse 40 giorni in quella stanza. Lui l’aveva presa, ci stava già da due giorni e non aveva detto niente. Gli dissi: Gianni, per favore, adesso tu fai la tua valigia e io ti faccio prendere un’altra stanza. Ecco, lui si abbandonava a queste… era veramente chiuso in un mondo suo, dove lo mettevi, stava. Poi brontolava come una pentola che bolle, ma aveva un’umiltà di base che cercava, e amava sottolineare».

 ➣  Come avrebbe retto la sua ideologia difensivista all’egemonia culturale del tika-taka?

«Me lo son chiesto molte volte, cosa avrebbe scritto, quale sarebbe stato il suo rapporto con Guardiola. Io ti posso dire una cosa: una volta, forse fu la partita più bella di Sacchi, il Milan andò a vincere a Madrid, 5-0 o 5-1. Eravamo insieme. Il giorno dopo lui scrisse un commento. Il pezzo che mi arriva in redazione è un pezzo – come se non ci fosse stata quella partita. Era il pezzo di uno che comunque continuava a stroncare quel tipo di gioco, come se non fosse successo niente né la sera prima né negli ultimi anni. Io lo chiamai: insomma, è vero che è Brera ma anche io devo fare il mestiere mio. Lo chiamai e gli dissi: Giovanni – lui si fidava moltissimo di me, avevamo veramente un bel rapporto – gli dissi: Giovanni ma che ti costa dire… spiazzeresti tutti, se dicessi: cavolo, il Milan ha fatto una bella partita e Sacchi ha avuto un’idea. Si parlerebbe di questo per i prossimi tre giorni. Lui credo che lo capì, rimase un attimo in silenzio, mi disse: Navarro, ti voglio bene, ciao. Non cambiò niente. Non ho mai capito se quel Navarro ti voglio bene significava ti voglio bene quindi non ti mando a quel paese, o se aveva davvero capito, ma non aveva la forza per fare quello che gli chiedevo».

 ➣  Quando vi siete visti per l’ultima volta?

«Mi sembra che lui venne a Genova, io ero diventato direttore del Secolo XIX. Aveva dei parenti a Genova. Questo non l’ho mai detto a nessuno. Mi chiese, quasi con vergogna, per via della sua famosa umiltà, perché era rimasto un operaio dentro, un artigiano, cioè un artista più che un artigiano – aveva la sua bottega, non usciva dalla sua bottega, doveva essere il mondo a entrare nella sua bottega – insomma mi venne a chiedere un aiuto per una persona che voleva fare il giornalista. Non mi ricordo più il nome. È stata l’ultima volta, sì, perché avevamo cambiato città, io non facevo più giornalismo sportivo. Sono stato al funerale e mi venne l’idea di studiare la sua vita, cercando di scrivere un libro, ma c’erano ancora troppe persone vive. Scrivere la storia di Brera una quindicina di anni fa, significava battere ancora in tante cose calde che mi fecero cambiare idea». 

 

voci  Gianni Mura

 

 ➣  Qual è stata la grandezza di Brera?

«La grandezza di Brera secondo me consiste nel fatto di essere stato il primo a tracciare una pista. L’ho paragonato a uno che disbosca a colpi di Machete quello che era il linguaggio povero del giornalismo sportivo ai suoi tempi. La rivoluzione breriana si colloca a metà degli anni 50, direi. Brera era già Brera nel 49 con il direttore della Gazzetta, ma è Il Giorno che gli dà la possibilità di scrivere costantemente di calcio, perché non era una delle discipline di cui si occupava in Gazzetta. Un’operazione di rinnovamento del linguaggio e di approccio molto più profondo allo sport, studiandolo anche come meccanica, come attività umana, non solo come oppio dei popoli, ma specchio di caratteristiche a seconda del luogo di nascita, per esempio, o delle disponibilità di fare sport. Era un allargamento della prospettiva. Direi che Brera ha spalancato una porta su ciò di cui, prima, lo sport non si occupava». 

 ➣  Com’è nato lo stile di Brera?

«Credo che molte spiegazioni sullo stile di Brera si trovino nella vita di Brera. Finita la guerra, ha due possibilità, due offerte di lavoro: una dalla redazione sportiva dell’Unità, l’altra per entrare nella redazione della Gazzetta dello sport, e sceglie questa. Però con sommo dispiacere iniziale, non gli vengono affidati né il calcio né il pugilato, i due sport che lui sentiva più di padroneggiare, o comunque più vicini, per averli praticati – ma l’atletica leggera, di cui non sapeva quasi nulla. E si mette a studiare l’atletica leggera come si poteva studiare la fisica a scuola. I sacri testi, poi anche la conoscenza diretta di personaggi come Sandro Calvesi, Gabre Gabric, Claudio Missoni, lo introducono come tanti Virgilio al mondo dell’atletica. Questa applicazione, quasi da studente, la dice lunga anche sull’umiltà di partenza di Brera. Altri avrebbero detto: guarda, io non sono tagliato per fare l’atletica, mettimi al calcio. Invece l’atletica giornalisticamente è stata la sua fase di lancio. Come diceva lui: ti serve qualunque sport tu faccia». 

 ➣  L’amicizia con il discobolo Consolini nacque così?

«Sì, con Consolini aveva legato molto alle Olimpiadi del 52. Di Coppi invece era praticamente un compaesano, anche se tra Pavia e Alessandria c’è qualche decina di chilometri, lui rivedeva in Coppi in parte sé stesso, il figlio di una famiglia povera che arriva a conquistare grandi risultati e fa carriera. Lo sentiva, non dico come un fratello, sicuramente come un parente – e poi erano accomunati da alcune passioni come la caccia. Spesso si trovavano per andarci insieme. Il Coppi interpretato da Brera è quasi più uomo che campione, ha dei tratti crepuscolari. Tanto è vero che la tesi di Brera in Coppe e il Diavolo non è che Coppi sia morto di malasanità, di malaria trascurata, ma che si sia lasciato morire per stanchezza»

 ➣  Questa che hai a casa è una delle macchine da scrivere di Brera?

«Sì, me l’ha regalata Rina, la vedova. Io non ci ho mai battuto un tasto, peraltro, so che potrei usarla, sono orgoglioso di averla, ma tutto finisce lì. Ho imparato molto vedendolo lavorare, anche quando eravamo in testate diverse, mi colpiva molto il suo ritmo, la sua velocità, ed è per questo che ho fatto un paragone qualità/tempo, dicendo che Gianni sfornava dei piatti da alta ristorazione a un ritmo da pizzeria. Lo dico per i più giovani, sto parlando di un giornalismo senza telefonini, senza fax, senza niente di quanto è venuto dopo. Brera andava una velocità tale che era in voga allora il volo del trombettiere. Il trombettiere era un collega più giovane o l’autista dell’auto che seguiva le corse. Man mano che finiva una cartella, gliela sfilava e correva a dettarla. Erano ritmi pazzeschi in rapporto alla produzione. Abbiamo calcolato con alcuni colleghi che la domenica notte non facesse meno di 18 cartelle da 60 battute. È per questo che quando alcuni mi chiedono cosa farebbe oggi Brera se fosse vivo, io rispondo che sarebbe disoccupato, perché non ci sono più gli spazi a cui era abituato. Oppure scriverebbe libri». 

 ➣  Perché è stato snobbato dalla cultura ufficiale italiana?

«È noto il giudizio di Umberto Eco su Brera, cioè un Gadda spiegato ai poveri. Anziché lusingarsi di questo parere – Gadda per molti è uno dei migliori autori del Novecento italiano – Brera si arrabbiò moltissimo. Scrisse che avrebbe voluto vedere Gadda alle prese con una partita notturna, a dettare 4 o 5 cartelle su tamburo, mentre lui un romanzo lo faceva in 2-3 settimane quando era in vacanza in agosto. Era consapevole di essere sempre contro il tempo, il mestiere era quello. Eco non rispose mai, ma Brera nelle polemiche andava giù pesante. Scrisse: “Anche se  Umberto Eco non dà credito di una grande cultura ai giornalisti sportivi, si merita una sola risposta: pirla. E siccome è così colto, capirà il dialetto”». 

 ➣  Qual è la tua idea sulla rottura dell’amicizia con Arpino?

«Cosa sia successo tra Brera e Arpino, in verità non lo sa nessuno. Esiste una versione, quella che gira. In un’intervista a L’Europeo, in risposta a una domanda su Arpino giornalista sportivo, Brera pare abbia detto: – come scrittore di romanzi era e resta il mio Nobel privato, quando si occupa di sport non va oltre un Maletto qualsiasi. Maletto al tempo era un giornalista sportivo del Corriere, e ovviamente se ne ebbe a male pure Maletto, ma ancor di più Arpino. Si tolsero il saluto e cominciarono gli insulti, non ci fu rappacificazione. Quando Arpino morì, Brera disse che se avesse saputo che stava così male, sarebbe andato a trovarlo, a far pace, perché queste sono cose da vecchi bizzosi, e non è giusto. Per lunghi anni sono stati amicissimi, Arpino era ospite fisso al Club del giovedì, quello della cena degli amici di Brera, poi non so se sia stata questa la molla oppure altro. Certamente, quando Arpino scrive il romanzo sui Mondiali del 74, Brera è ancora il Gran Giuann. Alcuni libri – per esempio Randagio è l’eroe – sono scritti in uno stile che si può definire breriano, cioè molto ricco di parole lombarde dialettali. Comunque era un grande periodo per il giornalismo sportivo, che litigassero o no. Se ripenso al Mondiale dell’82, penso a Pertini che festeggia il 3-1 alla Germania in finale, ma penso pure che bisogna rivedere l’elenco delle prime firme: Brera era a Repubblica da pochi mesi, il colpo dell’anno sul mercato giornalistico, al Corriere della Sera c’era Mario Soldati, Giovanni Arpino al Giornale di Montanelli, alla Stampa c’era Oreste del Buono. Una sfilata di prime firme che non c’era stata prima e né ci sarebbe stata dopo. Brera era frustrato, quando diceva che la Musa lo non visitava nei periodi buoni, ma magari all’intervallo di una partita. Teneva molto ai romanzi che scriveva, più di quanto volesse ammettere, però accettava il fatto di doversi guadagnare bene da vivere scrivendo di calcio e di sport. Credo che gli sarebbe piaciuto scrivere qualcosa in più dei tre romanzi che ha pubblicato. I libri scritti da Brera sono almeno una cinquantina. Come esempio di lavoro pesante, credo che Brera non abbia niente da invidiare a qualunque giornalista sportivo».

 ➣  Secondo te, Brera recitava il personaggio di Brera?

«Non so quanto sia riuscito a costruire un personaggio, bisognerebbe averlo conosciuto nei primissimi anni di carriera. La testimonianza diretta non ce l’ho. Da quando l’ho conosciuto io, cioè dal 65, era già Brera. Non è cambiato né è sceso a patti. Aveva un grande senso di indipendenza nei confronti del potere, credo sia stato uno dei tratti migliori del suo carattere come giornalista, per il resto è chiaro che sapeva di essere Brera, di essere un personaggio per cui c’era la classica carrellata sotto la tribuna stampa di San Siro, gente che lo insultava e lui regolarmente si toglieva il cappello e salutava. Altri urlavano: – Gianni sei unico, e avanti così. Credo che alla fine persona e personaggio coincidessero abbastanza, senza bisogno di ulteriori costruzioni».

 ➣  Tra i soprannomi che ha dato, qual è il tuo preferito?

«Per me è Rombo di tuono riferito a Gigi Riva, perché si adatta perfettamente al giocatore che era in campo. Ricordo che su San Siro, quando c’erano le punizioni dal limite e le tirava Riva, scendeva un silenzio incredibile. Un silenzio di attesa del Rombo di tuono – che spesso la metteva anche dentro. Una volta sul 3-1 per il Cagliari, Mazzola è andato da Riva a dirgli: va bene, è andata, non esagerate, pietà, non infierite. Quello di cui andava più fiero Brera, era un aggettivo, non un soprannome, l’aggettivo intramontabile – da lui inventato in riferimento a un mezzofondista fiorentino di nome Lippi, che otteneva risultati a un’età avanzata. Ne era fiero perché diceva che si trattava del primo concessivo di un verbo intransitivo apparso nella lingua corrente. Almeno così mi disse: io invento un neologismo e dopo due settimane lo usano tutti. Ha inventato libero e centrocampista, oggi sono cose talmente ovvie che sembra non abbiano neanche un padre, mentre in Stradivialli e in Rombo di tuono vedi la mano di Brera. Gli altri li chiamava strumenti di lavoro: intramontabile, libero, melina, incornare».

 ➣  Il calcio di Brera è il calcio di Rocco?

«Rocco sicuramente è stato l’allenatore più vicino alle sue idee sul calcio. Per questo andavano molto d’accordo, anche se di mezzo c’era Rivera. Rocco in apparenza era un catenacciaro, ma rispetto ad alcuni allenatori di oggi era un audace. Anche a Padova giocava con due punte e una mezza punta, Mariani-Brighenti, con Rosa dietro. Nel Milan che vinceva scudetti, aveva Hamrin, Sormani, Prati: un centravanti, due ali e Rivera. Era un catenacciaro agli occhi dell’Italia non milanista, sì, gli tiravano le monetine. Ma le idee di Brera hanno avuto ragione nel calcio, direi fino all’Ajax, giudicando gli olandesi più cicale che formiche, destinati a perdere le finali, come accadde alla Nazionale. È anche vero che le finali erano in casa del paese organizzatore, prima la Germania e poi l’Argentina. Secondo me, amare Brera significa anche non farne un’icona  infallibile. Le due smentite maggiori alle teorie di Brera, non son venute dal calcio. La prima: Pietro Mennea, giudicato incapace di battersi contro gli armadioni degli Stati Uniti per carenza di bistecche. La seconda: Eddy Merckx – al quale sarebbero mancati i carboidrati come a tutti i belgi nella dieta quotidiana, giudicato quindi bravissimo nelle corse in linea, ma non in grado di vincere una a tappe. Qualche sbaglio l’ha fatto anche lui».

  ➣  Te la senti di dire che Brera fu leghista prima della Lega?

«Intanto Brera era colto. Aveva letto molti libri, cosa che non credo accada in seno alla Lega.  Posso dire – me l’ha riferito suo figlio – che cosa pensava Brera della Lega. Padania l’aveva usato prima lui, come termine. Non gli era assolutamente simpatico Bossi, diceva che avesse una faccia da tenutaria di casino, per essere precisi. Si è anche parlato di razzismo di Brera. Secondo me Brera aveva una certa antipatia, non per tutto il sud, ma per Napoli. Non so se questo dipendesse dalle polemiche con i giornalisti napoletani o da altro. A capo della Cultura di Repubblica c’era Rosellina Balbi, napoletana,  per la quale Brera era un perfetto esempio di razzista del Nord. Quindi non gli avrebbe mai aperto le sue pagine. Per il resto, amava citare Ariberto da Intimiano vescovo, tra l’altro un bel carognone perché gli ultimi catari li ha bruciati lui in Corso Monforte. Ma a parte questo Ariberto d’Intimiano, diceva che chiunque venga a Milano e sappia lavorare, è un uomo libero. Aveva questo orgoglio lombardo-liberale che poteva confinare in campanilismo, questo sì, ma razzista non ce lo vedo proprio».

  ➣  Secondo te, quali erano i suoi modelli letterari?

«Si parlava spesso con Brera di letteratura, soprattutto a ora tarda, finite le partite. È curioso – a proposito della domanda di prima sulla Padania – che lui odiava visceralmente Manzoni, lombardo, milanese. Lo giudicava un falso milanese, mentre amava profondamente il siciliano Giovanni Verga, i Malavoglia e tutto quello che aveva scritto. Credo che si possa parlare per lui di verismo. Certi pezzi di Brera sono veristi con altri influssi di alcuni minori, penso a Tombari, altri statunitensi di quel periodo e di cui non sappiamo abbastanza. Brera aveva passato un anno come free-lance negli Stati Uniti. Quando tornò, ci fu quasi subito l’offerta de Il Giorno e lì partì ad alta velocità. In questo periodo da free-lance scrisse soprattutto di pugilato, allora molto in voga, tutto in mano a manager e coach italo-americani, o anche alla mafia». 

  ➣  Sconcerti mi ha detto che Brera era un uomo molto solo. Sei d’accordo?

«Brera tendeva a fare gruppo, credo fosse una sua esigenza che si prova spesso nelle lunghe trasferte e coincide con l’angoscia di restare soli. Un piccolo gruppo, non dico codazzo, ma un gruppetto di amici-ammiratori ce l’aveva sempre. Era difficile vederlo da solo, era impossibile pagare una cena se c’era lui. Provvedeva a tutto. Gli piaceva stare in compagnia e sentire tutti, anche se a parlare di più era lui. Valeva pure per le cene al Club del giovedì, che riuniva le persone più varie. Io ci sono andato alcune volte, ero anche il più giovane, ci trovavi Ottavio Missoni, il maestro Valtellini che suonava il piano, un sarto di Pavia, un famoso scultore, un chirurgo estetico di nome Galimi, Mario Fossati, Arpino quando c’era. A volte sembrava un Maurizio Costanzo Show. Hanno cercato di tenerlo in piedi dopo la morte di Brera, ma non c’era più il collante. Che era lui. Ma aveva davvero il bisogno di parlare con qualcuno».

  ➣  Come vi siete conosciuti?

«Credo fosse il febbraio del 65, io ero in Gazzetta da 4-5 mesi, avevo scritto dei pezzettini, al massimo un’intervista a Germano, mi interessava sapere il cammino che aveva fatto per diventare Brera, ma anche quello quotidiano sul linguaggio, sulle notizie, quindi gli telefonai e lui fu molto gentile. Gli dissi: – guardi se ha 20 minuti di tempo. E lui: ma cosa 20 minuti e 20 minuti, vieni a mangiare a casa mia sul lago. Io, colpito, ci andai. Buongiorno dottor Brera, faccio, ma che buongiorno, dammi del tu che siamo colleghi. Già questo mi aveva chiarito alcune cose, non ero neanche praticante. All’inizio fu molto buffo, disse: dopo beviamo e mangiamo, ma adesso mi aiuti a tirar su le uova nel pollaio. 

«Io ero in giacca, cravatta, mocassini lucidati, con la pioggia della notte il pollaio era una palude. Mi sono sporcato di fango fino alle caviglie, ho raccolto le uova, Brera mi ha detto: attento a De Gaulle. Io ho detto: chi è De Gaulle? È quell’oca lì, è molto cattiva. Ho pensato fosse un altro neologismo, poi ho guardato l’oca, e di profilo effettivamente assomigliava al generale. Dopodiché ha affettato un salame, ha aperto una bottiglia di moscato perché ci teneva molto al contrasto dolce-salato, abbiamo mangiato e parlato fino alle cinque. Fa parte della generosità di Brera, che era molto molto alta con i colleghi giovani e sconosciuti». 

  ➣  Esiste un menù breriano?

«Una cosa che non può mancare è il vino rosso – che può essere o dell’Oltrepò oppure un barbaresco, la sua grande passione. Per il resto un salame, naturalmente, possibilmente dell’Oltrepo. Ma non era un grande mangiatore, spesso la sera si faceva una pastina in brodo, una frittata, una volta alla settimana dei bolliti, gli piaceva anche la selvaggina, l’oca. L’ultima cena di Brera è stata un ragò d’oca vicino a Lodi. Ragò è una parola pavese, una specie di cassola con l’oca al posto del maiale. Era abbastanza frugale. Aveva girato il mondo e a me interessava questo suo lato, aveva scritto un bel libro con Luigi Veronelli, La Pacciada, sul mangiare e bere in Lombardia. Gli chiesi: secondo te dove si mangia meglio nel mondo? E lui mi ha risposto: in Danimarca. Una cosa che mi ha profondamente spiazzato, io non avrei mai pensato alla Danimarca, mi aspettavo: Francia, Spagna. C’è la carne migliore del mondo, disse, se c’è la carne, c’è tutto. Non l’ho ancora capito, neanche adesso. In Danimarca non ho mai mangiato niente di memorabile. L’ho visto mangiare di tutto, anche cose pesanti in Germania, in  ristoranti jugoslavi, piatti cosparsi di cipolla cruda, gulash con aggiunta di paprika, gli piaceva tutto, finché non ha avuto l’ulcera»

  ➣  Quando vi siete incontrati l’ultima volta?

«Penso sia stato 7-8 giorni prima della sua morte, verso metà dicembre, dovevamo parlare di un problema, l’offerta del Corriere, sia a lui sia a me. Erano molto allettanti, a lui Mieli proponeva quell’ingresso in Cultura che a Repubblica non aveva mai avuto. Mieli gli disse: noi teniamo molto alla tua firma, puoi fare la vita di Sant’Ambrogio,  quello che ti piace. Se poi ti va di fare qualcosa di sport, lo dici tu e va bene tutto. Un po’ era tentato, lui che aveva sempre fatto la guerra al  Corriere. Doveva dare una risposta dopo le ferie di Natale, non l’ha mai data, però aveva già deciso. Mi aveva detto che sarebbe restato a Repubblica, dove secondo lui – tutto sommato – era sempre stato trattato bene». 

  ➣  Quando è morto, tu eri all’estero.

«Sì, ero a Malta per una partita della Nazionale, mi ha avvertito mia moglie verso le 6 del mattino, alle 7 ha chiamato Scalfari per definire: tu fai questo, Bocca fa questo, Fossati quest’altro. Io non farò più nella mia vita un pezzo così, ne sono sicuro, perché ho avuto decine di interruzioni tra colleghi, televisioni, ricordi. Il pullman partiva per lo stadio alle 11.30, quindi dovevo aver finito prima e il pezzo era molto lungo. Ma io avevo la sensazione di scrivere quasi sotto dettatura – questa è la verità – anche se suona un po’ romanzesca. Non ho neanche avuto bisogno di impegnarmi. Mi sembrava, confusamente, di cominciare a pagare un debito e verso la fine mi sono accorto che stavo piangendo. È stata una mattina molto strana». 

 

Il pezzo d’addio di Mura per Brera

 

TI SIA lieve la terra, Giovanni. Comincio come avresti concluso tu se fossi morto io, come hai concluso tante volte i coccodrilli.

Sono pezzi che toccano ai più vecchi, o a quelli che hanno più memoria, e del calcio di Repubblica il più vecchio adesso sono io. E comincio a capire il peso che hanno i coccodrilli, e mi viene in mente di quando tu mi hai raccontato della morte di Consolini, il discobolo. L’avevi saputo che stavi in America, e ti eri messo a piangere e a imprecare, da solo, nel parcheggio di un motel di Dallas, o forse era Chicago.

Adesso qui a Malta è quasi uguale, solo che c’è il mare oltre il parcheggio, e molto vento, Giovanni. Ti chiamo così perché l’ultima volta che ci siamo visti, la settimana scorsa, hai scherzato sui nostri nomi, sul Gianni piccolo-borghese imposto da zie, sorelle o madri. Mi hai anche regalato due pacchetti di Super col filtro, la solita generosità, in un momento di astinenza forzata. Qui ti piangono e ti rimpiangono, li conosci tutti e tutti ti conoscevano. E molti dicono la cosa più ovvia, che se venivi qui non eri su quella strada tra Codogno e Casalpusterlengo.

Dove finisce il territorio dei gallo-liguri e inizia quello dei celti, Giovanni? Qui sappiamo così poco e ognuno si taglia coi suoi ricordi. Io ne ho tanti. Per cominciare, ti devo la scelta del lavoro, se tu non avessi scritto come scrivevi, sul “Giorno“, oggi sarei un insegnante di lettere o di francese, in qualche scuola lombarda. E scrivevi come vivevi, da persona piena di umori e di amori, con una cultura larga e profonda che andava dalla pesca degli storioni all’uso del verso alessandrino. E le invenzioni, Giovanni, i neologismi. Ne hai inventate di parole.

Ti avevo chiesto un appuntamento nel ‘ 65, in “Gazzetta” ero il ragazzo di bottega, per capire qualcosa di questo mestiere, degli strumenti da usare. E venendo da te sentivo di non tradire Gualtiero Zanetti, il mio direttore: eravate amici, sulla stessa linea ideologica, vi univa Nereo Rocco. “Venga sul lago verso le 11, poi parliamo”. Mi aveva colpito l’uso del lei. E, poi, il fatto che appena arrivato tu mi chiedesti di aiutarti a raccogliere le uova, facendo attenzione a un’oca feroce ribattezzata De Gaulle.

Questo Brera inventa anche sulle oche, pensavo, e in verità l’oca somigliava molto al generale, e intanto stavo attento a non scivolare sul pesticciato del pollaio. E per un pomeriggio ero stato ad ascoltarti spiegare tutto, anche cose non richieste, anche la tua nascita settembrina col fatto che nella Bassa pavese le donne non potevano uscire a lavarsi, d’inverno, per il freddo, post coitum. E la laurea in scienze politiche (figlio di un sarto povero, ma tutti i figli mandati all’università, perché il pezzo di carta avrebbe dato pezzi di pane), e i paracadutisti, e la Resistenza senza sparare un colpo, e il pallone preso a calci con la maglia dei Boys a Milano, con Cina Bonizzoni allenatore.

Certo sapevo che eri stato direttore della Gazzetta, a trent’anni, e te ne eri andato sbattendo la porta per una bega amministrativa. Non sapevo, me lo avresti detto tu, che lo sport aveva due tipi di cantori: quelli che definivi i professori, gli epigoni del Vate Gabriele, digiuni di tecnica ma ben provvisti di parole alate, e gli scribi, i cronisti, quelli che seguivano lo sport da vicino, con qualche nozione ma senza lingua, senza le parole adeguate. E tu con coscienza e scrupolo artigianale (ma io non dimentico tutti i libri che hai in casa) avevi inventato una lingua viva, piena di venature, di rimandi, come uno che aveva letto Runyon ma anche Folengo.

Eri nato con l’atletica e il ciclismo, sapevi raccontare gli uomini e le strade. È sempre più dura, Giovanni, con questo pezzo spezzato dalle telefonate e dai colleghi che mi chiedono un ricordo di te. Uno della Rai mi ha presentato come tuo erede e so che ne era convinto, ma io non voglio. Mi è venuto in mente e mi sono commosso, ma con un microfono sotto il naso non si può piangere, di quando tu hai detto a tua moglie Rina, guardandomi: ma hai visto il profilo del naso di Giovannino, la barba? Potrebbe essere nostro figlio, sputato. Sì, aveva detto la Rina, che ha occhi di un azzurro incredibile.

E adesso io vorrei essere vicino a lei, non qui. Mentre sta suonando una banda. Io non sarò il tuo erede, Giovanni. Siamo onesti, come te non c’è stato nessuno e non ci sarà più nessuno. Mica solo per lo sport. Se c’è un libro di gastronomia da salvare, è La pacciada, che hai scritto tu con Luigi Veronelli. Che adesso starà bevendo in memoria tua. Se si vuol capire qualcosa di ciclismo, degli anni eroici del ciclismo, bisogna leggere “Addio bicicletta“, l’hai scritto tu un sacco di anni fa. E pochi letterati da Strega e da Campiello avrebbero descritto il paese di Coppi come hai fatto tu. Io non sarò il tuo erede, ma continuerò a portarti in giro, Giovanni. Lo facevo già prima, lo farò ancora. Lo facevamo in tanti. Anche venerdì sera, a tavola con gli altri di Repubblica, ci siamo chiesti se quel Cabernet Sauvignon maltese a te sarebbe piaciuto. No, ho deciso io, non ti sarebbe piaciuto.

È strano, ma negli ultimi tempi ci si vedeva poco, proprio adesso che lavoravamo nello stesso giornale. Ma era normale, se tu stavi a San Siro io andavo a Torino, se tu eri a Roma io a Parma, se io ero a Malta, tu fra Codogno e Casalpusterlengo. E adesso che sta partendo il pullman per lo stadio, in un sole assurdo. Non sappiamo nemmeno se c’era nebbia lì, a quell’ora, ma non importa. Ricordo di quanto avessi paura, in macchina, tu, e come strillavi appena si passavano i 120 in autostrada. Conosco anche quelli che sono morti con te, ci abbiamo mangiato assieme e giocato a carte, da Giuliano. Sei morto come avresti sperato, ammesso che si possa sperare di morire, il come se non il quando. Tu che giravi pieno di pilloline contro tutto, nel tuo leggendario borsello di pelle d’ippopotamo, hai evitato l’orrida vecchiezza, dicevi tu, l’infermità, il bussare insistente della signora dai denti verdi.

Sei morto come auguravi ai tuoi eroi sportivi, assunti in cielo su un carro di fuoco. Non sei morto di cuore né di fegato né di polmone, Giovanni, tu che fumavi cento sigarette al giorno e non parliamo di quello che hai bevuto, oppure parliamone, e parliamo del culo che ti sei fatto sgobbando fra le stanghe della Olivetti (il computer mai, avevi ragione tu, non fa rumore, ti cambia le parole già in testa) più di cinquant’anni. Sei morto con gli amici, come avevi vissuto. Non è il maestro di giornalismo che ci manca, né il suscitatore di polemiche sempre affrontate a testa alta. Ci manca il compagno di strada e d’avventure, anche avventure intorno a un tavolo che era la rampa di lancio per sentirti raccontare delle storie, poteva essere Alarico o Girardengo, eri tu che le raccontavi, e chi ti poteva contestare la data della dieta di Worms? O la vera ricetta della zuppa alla pavese? Solo una volta ti ho beccato, su un vino di Giacomo Bologna, morto anche lui, fegato. Anche lui ricco d’avventure e di umanità. Passa il tempo e si fa la conta e i debiti coi morti sono i più difficili da pagare. Ne ho tanti, da oggi uno in più. Per esempio, se hai bisogno chiamami, non te lo sentirò più dire. Se mi ammalo farò come il cinghiale solengo, che si apparta e non vuole vedere più nessuno, dicevi. Ti è andata bene, è forse l’unica consolazione, amico, maestro, pezzo di cuore che se ne va. Sei morto nella Bassa, vicino a dove sei nato. Non avrei mai voluto scriverne.

Dicevi che non si deve scrivere barocco, anche se un po’ è inevitabile, nello sport: il muscolo si gonfia come il lessico. Come il cuore, Giovanni, come il cuore. Anche la morte può aprire autostrade di retorica. Ma questo oggi ti devo: la coscienza che non si può essere avari, nella vita e nel mestiere, che bisogna spendersi, meglio dieci righe in più che dieci in meno, semmai qualcuno le taglierà. Meglio un’ora in più con gli amici che un’ora in meno. Meglio il fiotto che la goccia. Meglio il rosso che il bianco. Meglio la sincerità, anche quando può far male, che la reticenza o la bugia. E adesso basta, tiremm innanz, come ha detto uno della tua sponda. Quel po’ di strada che c’è ancora da fare la faremo insieme, tu non ti stancherai, neanche al Tour. E io se sentirò un peso al petto o un bruciore agli occhi darò la colpa alle sigarette, al vino, ai chilometri. Sto dettando dallo stadio Tà Qali, gioanbrerafucarlo, siamo già partiti.

Le interviste a Gianni Mura e Mario Sconcerti sono state realizzate per la lavorazione del documentario C’era una volta Gioânn – Cento anni di Gianni Brera, per la regia di Malina De Carlo, trasmesso nel 2019 da Sky Arte. Qui sono trascritte nella loro versione integrale, compresi i passaggi inediti tagliati al montaggio. Slalom rigrazia Didi Gnocchi, produttrice con la società 3D, per aver reso disponibile la trascrizione. 

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A cura di Angelo Carotenuto.

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