1990 | I Mondiali mentre cambiava la storia: la Coppa alla Germania senza il Muro

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     ▻ Il Mondiale di calcio mentre la Storia stava cambiando: la Germania campione senza il Muro, la Jugoslavia eliminata ai rigori mentre si stava dissolvendo | Come si giocava a calcio nel 1990: la noia che portò a cambiare i regolamenti | Che cosa successe durante i Mondiali: La febbre delle Notti magiche – La satira di Cuore | Storie formidabili di portieri: I rigori parati da Goycochea alle sorelle – La leggenda del San Paolo schierato con Maradona | I protagonisti: Roger Milla, Roberto Baggio, Totò Schillaci | Testimonianze: Uno strazio di finale – Un arbitraggio catastrofico – Le scuse a Maradona per il linciaggio e i fischi all’inno | 

 

ITALIA 1990

Un Mondiale vinto senza il Muro

 

  Quando mancava un quarto d’ora alle otto della sera, l’arbitro Peter Weise fischiò la fine della partita, senza sapere che il giorno dopo avrebbero fischiato la fine della Storia. Otto novembre 1989, Dynamo contro Stahl Eisenhüttenstadt 0-0. L’ultima partita a Berlino prima che cadesse il Muro.

Il giorno dopo non c’era più, altri 11 mesi e la Germania era unita. Unita e campione del mondo di calcio con una squadra sola. L’unificazione non fu meno lenta. All’est i club erano legati all’apparato statale. Lo sport serviva a provare la grandezza della nazione. Una faccenda antica. Gli ori nel nuoto e nell’atletica a quello servivano, come a quello serviva il doping di Stato. Tutti i calciatori erano assunti dagli enti che governavano le squadre, tecnicamente dilettanti, alla Dynamo Dresda poliziotti, al Vorwärts Berlino militari. La Dynamo aveva alle spalle il ministero per la Sicurezza del Paese. La terribile Stasi, controllata direttamente da Erich Mielke. In realtà, ai calciatori venivano pagati dei ricchi bonus in totale segretezza: automobili, appartamenti, incentivi per accettare un trasferimento da un club all’altro. Tutto decideva lo Stato, anche che se Thomas Doll doveva passare dall’Hansa Rostock alla Dynamo. Quando per esempio Lutz Lindemann si era trasferito dal Rot-Weiß Erfurt al Carl Zeiss Jena, era il 1977, aveva ricevuto una Trabant e una casa in collina.

 

Thomas Doll, lo avremmo visto alla Lazio e al Bari. C’era in campo pure lui, a Berlino, ventiquattr’ore prima che cadesse il Muro. Al Friedrich Ludwig Jahn Sportpark, duemila spettatori, decima giornata del campionato della DDR. Il resto della Germania era in agitazione. Proteste ovunque. Mezzo milione di persone in strada a Lipsia, per esigere quel che avevano reclamato i cecoslovacchi e gli ungheresi. La libertà. Il Magdeburgo giocava a Dresda per conservare il suo punto di vantaggio in testa alla classifica. Tornò a casa battuto per 3-1, doppietta di Torsten Gutschow e gol di Matthias Sammer, futuro interista. Il giorno dopo, dire la parola casa avrebbe implicato un concetto nuovo.

 

La sera del 9 novembre 1989 Günter Scharbowski, funzionario del Partito di Unità socialista di Germania (Sed), dichiarò che le norme per i viaggi all’estero erano state revocate. Il giornalista dell’Ansa in conferenza stampa gli chiese da quando. «Ab sofort», scappò detto a quello. «Con effetto immediato». Un equivoco. Il piano prevedeva che le nuove regole scattassero il giorno dopo. Forse Scharbowski non capì, forse si imbrogliò, forse forzò la mano. La frontiera con l’ovest cadde sull’istante, la folla si presentò con i picconi per vedere cosa fosse questa libertà di cui avevano sentito tanto parlare. Il calcio del capitalismo aveva un altro territorio ad aggiungere al risiko. Il 15 novembre, solo una settimana dopo, la nazionale della DDR avrebbe dovuto giocare in Austria una partita di qualificazione a Italia 90. 

Era una squadra composta da molti Under 20, una squadra arrivata terza al Mondiale l’anno prima, incluso Sammer. Era ancora in corsa per la qualificazione. Le sarebbe bastato un pareggio a Vienna per farcela. Problema. Se l’Est non esiste più, che si fa con la squadra che Sparwasser aveva reso famosa sulla scena nel 74? Si gioca, risposero UEFA e FIFA. La solita risposta. Ma appena arrivati in hotel, i tedeschi che erano stati orientali trovarono manager, procuratori, agenti della Bundesliga. Tutti a caccia di indirizzi, numeri di telefono, contatti. Cinquemila tedeschi dell’est avevano viaggiato per la prima volta all’estero al seguito della Nazionale. Finì male. Polster fece tre gol, vinse l’Austria. Sammer aveva le mani tra i capelli, se ne stava seduto in panchina, disperato, quando si voltò e trovò accanto a sé un uomo che non aveva mai visto prima, un tizio che gli chiedeva se fosse disposto a trasferirsi a Leverkusen, che dici, passo in hotel più tardi e ne parliamo?

Il 1° dicembre le agenzie batterono la notizia del primo calciatore passato dall’est all’ovest. Thom lasciò la Dynamo Berlino per quasi 3 milioni di marchi. Pure lui era stato in campo poche settimane prima nell’ultima partita prima della caduta del Muro. Ai Mondiali si presentò di fatto l’ultima nazionale della Germania con l’appendice ovest nel nome, ma nessuno la chiamava più così. Era la Germania e basta, e tornò campione del mondo. Aveva Franz Beckenbauer in panchina, come quattro anni prima in Messico, quando certe sue scelte conservative in finale avevano aiutato gli argentini a prendersi la Coppa. Gli era venuto in mente a un certo punto di far entrare addirittura Dieter Hoeness, il fratello di Uli, non si sa mai, meglio mettersi al riparo dalle critiche dei potenti. 

Una Germania già di tutti, il clima era cambiato in fretta. Fece festa pure un pezzo dell’est, quelli di Sparwasser. Dove le squadre non si riconoscevano più, dai nomi. La Dynamo diventò la Fc Berlin, per ripulirsi dal suo passato controverso, fatto di molti titoli, dieci consecutivi [1978-1988)] e parecchi chiacchierati. Per fischiare un rigore contro la squadra della Stasi, serviva un atto di coraggio, non tutti gli arbitri sentivano di volerlo vivere. Dopo la caduta del Muro, ci fu ancora un torneo in DDR, prima che fossero riunificati pure i campionati. Le prime due dell’Est andarono in Bundesliga, altre cinque in serie B, il resto disciolto nelle categorie inferiori. Solo un anno fa l’Est è riuscito a vincere il primo titolo dentro il nuovo ordinamento, la Coppa di Germania con il Lipsia contro il Friburgo. In un trentennio sono stati costruiti nuovi stadi a Dresda, Magdeburgo, Rostock, ma per vincere sono stati necessari i capitali della Red Bull. Un calcio dimenticato sulla scena internazionale. Eppure il Magdeburgo aveva vinto una Coppa delle Coppe nel 1974 [Milan battuto in finale], il Carl Zeiss Jena si era spinto in finale nel 1981 [eliminata la Roma con uno storico 4-0 al ritorno dopo lo 0-3 dell’andata]. Il primo club è nella medio-bassa classifica della B, l’altro in serie D. Quando 24 anni dopo il rigore di Brehme all’Olimpico, la Germania a tutti gli effetti unita alzò di nuovo la Coppa al Maracanã, dentro la maglia con il numero 18 stava un ragazzo nato a Greifswald, una città universitaria nel vecchio Oriente, sul Baltico, un posto che il governo comunista neppure aveva ricostruito del tutto dopo i bombardamenti della guerra.

Toni era il suo nome. Toni Kroos. Anno di nascita: 1990. 

 

Illustrazione di Aczel, tratta da Passione Mondiali, Storia illustrata dei Mondiali

Un altro pezzo di Storia: la Jugoslavia stava per sfaldarsi

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Il 30 giugno 1990 la Jugoslavia perse ai calci di rigore contro l’Argentina i quarti di finale, in un contesto politico di tensione nel paese.  Presto sarebbe diventato drammatico. La storia di quella giornata e dei suoi protagonisti – premesse, contesto e conseguenze – è stata raccontata da Gigi Riva nel libro L’ultimo rigore di Faruk [Sellerio], premiato in Francia come miglior libro straniero del 2016 e in Italia con il premio CONI.  Chiusa sullo 0-0, la partita finì 3-2 per l’Argentina ai rigori. Il Faruk del titolo è Faruk Hadžibegić, l’uomo che calciò il quinto e ultimo tiro per la Jugoslavia che si avviava a farsi la guerra. 

 

Due giorni prima del rigore di Faruk

di eros bicic, Corriere della sera, 28 giugno 1990

“In Jugoslavia la vita economica è praticamente bloccata mentre nelle imprese e anche fra i cittadini cresce la tensione con l’avvicinarsi del 29 giugno già denominata “La giornata della verità”, data in cui il primo ministro federale Ante Markovic riferirà al Parlamento di Belgrado sui risultati della radicale riforma economica avviata dal governo sei mesi fa. Le misure principali adottate in dicembre sono state: il congelamento degli stipendi e la contemporanea libera formazione dei prezzi, via libera all’iniziativa privata e agli investimenti stranieri in tutti i campi e soprattutto l’introduzione del dinaro convertibile, ovvero del dinaro pesante legato al marco tedesco con cui ha mantenuto in questi sei mesi il rapporto fisso di sette dinari per un marco. A chi aveva sorriso nell’apprendere questa novità, ed erano in molti, Markovic ha offerto una prova tangibile: tutti i cittadini jugoslavi possono cambiare nelle banche senza limiti dinari per valuta pregiata, secondo il corso ufficiale. Difatti lo fanno quasi regolarmente anche con gli stipendi mensili che vengono convertiti in marchi, dollari o franchi svizzeri”. 

➔  CONTINUA QUI  Il rigore più famoso della storia

Slalom 28 giugno 2020

 

Come si giocava a calcio nel 1990

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La noia che portò a cambiare i regolamenti

di jonathan wilson, La Piramide Rovesciata

 

“Gli elementi difensivi dell’innovazione attecchirono più alla svelta di quelli offensivi. Centrocampi a cinque per coprire tutti gli spazi divennero una consuetudine con la muscolarità che sembrava essere più importante dell’eleganza. L’estetica si inchinava davanti alla pragmatica. Al successo tutt’altro che entusiasmante della Germania Ovest nel Mondiale del 1990 fece seguito agli Europei la vittoria di una Danimarca assolutamente  pratica. … Altre nazioni reagirono alla negatività dimostrando una volontà maggiore di correre rischi, schierando formazioni che comprendevano tre fantasisti. La FIFA, giustamente, si prese tutti i meriti per i cambiamenti regolamentari che vennero istituiti dopo la conclusione del Mondiale del 1990 – abolendo il passaggio all’indietro al portiere e vietando i falli da dietro – ma non fu poi così semplice come potrebbe sembrare, considerato che questi artisti non erano eguali a quelli del passato. Come Adolfo Pedernera aveva fatto notare all’inizio dell’epoca del pressing e del predominio del sistema, in un’epoca così non c’è assolutamente spazio per gli artisti del pallone. In ogni caso, però, c’è chiaramente posto per l’abilità artistica. Non può ridursi tutto esclusivamente a uno sforzo fisico e al corretto posizionamento in difesa. «Esiste un calcio di destra e un calcio di sinistra» aveva affermato César Luis Menotti. «Il calcio di destra sta ad indicare che la vita è fatica. Che sono necessari dei sacrifici. E che di conseguenza dobbiamo diventare d’acciaio e vincere con qualsiasi mezzo. Ubbidire e funzionare, questo è quello che coloro che hanno il potere pretendono dai giocatori. Ed è proprio in questo modo che queste stesse persone creano dei ritardati mentali, degli utili idioti che seguono il sistema»”. 

Che cosa successe durante i Mondiali

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Il contesto

di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

 

“Nelson Mandela era in libertà dopo aver passato ventisette anni in carcere in Sudafrica, per colpa della sua pelle nera e della sua dignità. In Colombia moriva assassinato Bernardo Jaramillo, candidato presidenziale della sinistra, e la polizia crivellava di colpi da un elicottero il narcotrafficante Rodríguez Gacha, uno dei dieci uomini più ricchi del mondo. Il Cile recuperava la sua democrazia ferita a morte, ma il generale Pinochet, che continuava a comandare i militari, vigilava sui politici e ne controllava ogni passo. Fujimori, a bordo di un trattore, sconfiggeva Vargas Llosa nelle elezioni peruviane. In Nicaragua i sandinisti perdevano le elezioni, vinti dalla stanchezza di dieci anni di guerra contro gli invasori armati e addestrati dagli Stati Uniti, mentre gli Stati Uniti iniziavano una nuova occupazione di Panamá, dopo aver portato a termine con successo la loro ventunesima invasione di questo paese.

In Polonia il sindacalista Wałęsa, un uomo che andava a messa tutti i giorni, passava dal carcere al governo. A Mosca una folla di gente faceva la coda davanti alle porte del Mc Donald’s. Il Muro di Berlino veniva venduto a pezzettini, cominciava l’unificazione delle due Germanie e

la disintegrazione della Jugoslavia. Una insurrezione popolare faceva saltare il regime di Ceauşescu in Romania, e fucilava il vecchio dittatore che si faceva chiamare il Danubio blu del socialismo. In tutto l’Est europeo, i vecchi burocrati si trasformavano in nuovi imprenditori e le gru abbattevano le statue di Marx, il quale non ebbe neppure la possibilità di dire: «Sono innocente». Fonti bene informate di Miami annunciavano l’imminente caduta di Fidel Castro che sarebbe stato rovesciato nel giro di poche ore. Lassù nel cielo, macchine terrestri visitavano Venere e ne spiavano i segreti mentre qui sulla terra si inaugurava, in Italia, il quattordicesimo Campionato Mondiale di Calcio. … Questo campionato dal calcio noioso, senza audacia e senza bellezza, registrò la media gol più bassa della storia dei Mondiali”. 

 

Il miracolo dell’ultimo minuto

intervista di giuseppe d’avanzo, Repubblica, 8 giugno 1990

 

 ➣  Avvocato Montezemolo, dopo le tragedie, i ripensamenti, le decisioni rinviate, gli slalom amministrativi, i dribbling procedurali, gli appalti, opinabili scelte, grandi incompiute, è arrivato il gran giorno. Lei è stato il direttore generale di Italia ‘ 90, il consorzio privato che ha organizzato il Mondiale di calcio. Provi, alla vigilia, a fare un bilancio dell’ operazione.

«Sono convinto che per la situazione generale del Paese, si sono fatti miracoli. In alcuni casi, pagati a caro prezzo. Ma questo è un altro discorso. I Mondiali sono stati l’ ulteriore dimostrazione che l’ Italia è un Paese che fa dell’ emergenza uno strumento fondamentale per passare dalla fase dei progetti a quella della realizzazione. Vorrei ricordare che la legge di finanziamento delle opere dei Mondiali ai Comuni è dell’inizio del 1989. Che, ad esempio, a Roma, finito il Mondiale, se si fa una lista delle realizzazioni, si scoprirà che sono state fatte cose mai fatte in 30 anni. E questo vale per tutte le città d’ Italia. La Fifa ha designato l’Italia come Paese ospitante la Coppa del Mondo il 19 maggio 1984. A molti è parso che l’emergenza più che una necessità sia stata una virtù del sistema politico-istituzionale per scavalcare regole e trasparenza. Far le cose all’ultimo minuto è una realtà nazionale. Io mi stupisco che qualcuno abbia realisticamente pensato che il pallone potesse modificarla. Io sfido chiunque a realizzare quel che è stato realizzato dall’89 ad oggi. Lo dico come cittadino. Come organizzatore, tengo a sottolineare che noi non abbiamo avuto nessun ruolo né diretto né indiretto. Non abbiamo dato una lira d’ appalto. Siamo un istituto privato, non c’entriamo assolutamente niente con la scelta dei lavori nelle città o fuori della città. Anzi, siamo particolarmente scontenti del fatto che si è parlato troppo di questo Mondiale per contrabbandare opere che con il Mondiale non c’entravano nulla. Si sapeva del Mondiale dal 1984 è vero e la legge è arrivata nell’ 89. Ripeto: ci voleva il pallone per pensare che l’avrebbero fatta prima? Tuttavia io dico che abbiamo fatto una bella figura. Gli stadi sono pronti, i centri stampa sono unici, il centro Tv grazie all’ impegno della Rai è il migliore degli ultimi tempi in Europa. Che, poi, ci sono delle strade non finite era scritto nel marmo. Io ritengo e so che mi attirerò gli strali di tanti che ci vorrebbe un Mondiale all’anno in Italia per fare delle cose».

 

La febbre delle notti magiche

di lietta tornabuoni, La Stampa, 27 giugno 1990

 

“Stiamo esagerando: qualcosa di eccessivo e imbarazzante va insinuandosi nella felicità della vittoria sportiva, nelle notti bianche dei Mondiali, nelle manifestazioni immense in onore della Nazionale del sorriso e del cuore. L’entusiasmo, il sentimento d’esultanza sono naturali e belli, è così raro che da noi si possano festeggiare trionfi, successi senza riserve: ma il modo di manifestare la gioia va assumendo forme estreme.Festeggiare una vittoria sportiva sfrenandosi, strafacendo, delirando, invadendo le città e alterandone irrimediabilmente la quiete notturna, infrangendo ogni norma di convivenza, non è soltanto lasciarsi andare alla felicità: è un festeggiare contro quella maggioranza che è altrettanto contenta delle vittorie italiane ma che non va fuori di testa, contro le regole della comunità e i divieti quotidiani. È un’affermazione adolescenziale di superiorità trasgressiva, di casta oltranzista: l’autorizzata momentanea rivolta degli ubbidienti, l’impunibile precaria presa di potere dei senza potere”

I Mondiali della satira di Cuore

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Le cose stavano più o meno così. Erano stati spesi oltre settemila miliardi di lire, seimila dei quali fuggiti dalle casse dello Stato, per opere in molti casi mai completate. Ventiquattro operai erano morti sul lavoro, nei cantieri. Il paese aveva mobilitato per i Mondiali di calcio i suoi stilisti, i suoi tenori, le sue grandi aziende. Tre squadre italiane avevano vinto il mese prima tutte e tre le Coppe europee. La Nazionale di Vicini veniva da una semifinale agli Europei di due anni prima ed era tra le favorite. Gli intellettuali annunciarono che si sarebbero ritirati a Capalbio per non farsi contagiare da questo clima di cieca febbre popolare. Cinque anni prima il calcio aveva vissuto la tragedia dell’Heysel ed era terrorizzato dagli hooligans. 

Le cose stavano più o meno così, quando la mattina della giornata inaugurale, l’8 giugno del 1990, rovesciando l’Unità si poté leggere Cuore Mundial. Anche se Cuore Mundial sosteneva il contrario: era rovesciando se stesso che si poteva leggere l’Unità. Dal 16 gennaio del 1989, ogni lunedì, il giornale del PCI aveva iniziato a pubblicare l’inserto satirico Cuore. In tempo per seppellire con una risata il Muro di Berlino, la cortina di ferro e alla fine lo stesso partito di Gramsci, andando successivamente in edicola da solo per diventare un fenomeno da 150 mila copie durante Mani Pulite con i più celebri dei suoi titoli: “Scatta l’ora legale, panico tra i socialisti” e “Salvo Lima come John Lennon, ucciso da un fan impazzito”. 

Alla guida stava Michele Serra, che per Italia 90 partorì Cuore Mundial, dimostrando che si poteva fare satira finanche sul calcio e sul giornalismo sportivo, parodiandone il linguaggio, i toni, i vizi.

➔  CONTINUA QUI  Michele Serra racconta che cosa fu Cuore

Slalom 7 giugno 2020

 

Storie formidabili di portieri 

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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente. 

 

I rigori parati da Goycochea alle sorelle

 

|  La vigilia di Maradona

Io voglio solo il rispetto dei napoletani, non il tifo perché io e la mia nazionale sappiamo che i napoletani sono italiani… sono gli italiani che devono capire che il napoletano è anche italiano… Chiedono ai napoletani di essere italiani per una sera, dopo che per 364 giorni all’anno li chiamano terroni | Diego Maradona

 

  Diego disse tranquilli ragazzi, Napoli non ci fischierà. Come potesse esserne così sicuro, non lo capimmo. Anche se lui era lui, e Napoli era sua. Ma di mezzo c’erano l’Italia e una semifinale mondiale. Sono arrivato a undici metri di distanza dalla Coppa del mondo. Non sono riuscito a prendere l’unico rigore che avrei dovuto parare. Sul tiro di Andreas Brehme, feci mezzo passo avanti e mi lanciai a destra. Poteva tirare solo di là. Non ci arrivai. Ai rigori avevamo battuto la Jugoslavia a Firenze nei quarti, ai rigori avevamo eliminato l’Italia a Napoli in semifinale. Brehme, in tedesco, per me significa castigo.

Sono cresciuto giocando a pallone per strada, nel barrio di Lima, come tanti altri bambini argentini dell’epoca. Si usciva di scuola, e via. La strada era un posto sicuro, ci lasciavano scendere senza avere paura. Non abbiamo mai chiuso la porta di casa, i cani randagi si infilavano e venivano a mangiare da noi, oppure d’estate correvano a bere. Ce n’era uno, si chiamava Tuky, mi girava fra le gambe, avrò avuto tre o quattro anni, gli versavo l’acqua in una scodella. Sparì da un giorno all’altro, ero grandicello abbastanza per capire cosa fosse capitato. La strada stava già diventando un posto peggiore. Oggi, se vuoi giocare a calcio, devi avere un adulto che sia libero il pomeriggio, che abbia la patente, che in macchina ti porti da qualche parte della città, in una delle scuole dove ti riempiranno la testa di grida perché non torni abbastanza in difesa e dribbli troppo con la palla.

Per fortuna avevo mio padre. Fece due per me cose enormi. Mi comprò un cane, lo chiamammo Toni, e mi portò a giocare per il Lima Fùtbol Club. Lui era un ex portiere, sono finito anch’io a giocare lì, nel suo ruolo, non so se per amore o per eredità. Verònica e Silvina, le mie sorelle, a casa battevano i rigori: dovevano farmi gol centrando la porta della camera. Ho cominciato così, e ogni rigore parato su un campo di calcio l’ho collegato a quel ricordo, a loro che provavano a segnarmi, scalze, per non disturbare i vicini.

L’educazione, il rispetto per gli adulti, l’amore per gli anziani. Così sono diventato grande. Con i vecchi i bambini ci parlavano per ore, loro tornavano piccoli, noi imparavamo qualcosa dai ricordi. Era un codice di vita familiare, una libertà, un rispetto, un’inclinazione alla generosità. Mi piaceva fare i compiti di matematica, mi hanno sempre affascinato i numeri. Avevo il 12 dietro la maglia la sera della partita con l’Italia. In campo scoprimmo che quanto detto da Diego era una mezza verità. Fu chiaro al momento dei rigori, quando il San Paolo fischiò i passi con cui Diego si avvicinava al dischetto. Altro che tutto dalla nostra parte.

La gente ha una visione distorta della vita di un calciatore. È una vita molto bella, ma non è sinonimo di facile. Ho visto per la prima volta il mio secondo figlio che aveva già otto giorni, perché quando nacque ero fuori con la Nazionale. Non mi sono mai creato un personaggio, non ho desiderato essere famoso, o importante, o cosa. Bisogna sforzarsi per conquistare il proprio equilibrio, per non smarrirlo. Non ci sono formule. Il mestiere è duro, il ruolo è ingrato. Forse per essere un bravo calciatore bisogna staccarsi dalle emozioni della gente. Devi accettare l’idea che il rischio sia parte di te. Ci sono occasioni in cui devi essere tu a salvare la squadra, altrimenti non la salva nessuno. Un portiere è esposto alla sconfitta più di chiunque altro, ma il rischio è un’opportunità. Dipende da come lo vivi. Dipende se dal rischio ti fai spaventare o se ti esaltare. La cosa migliore per me è stata considerarlo un compagno di viaggio, senza lasciarmi condizionare. Un giorno ti fanno un gol, un giorno ne eviti un altro. Così funziona, e quando sei un portiere, devi accettarlo.

 

L’Italia eliminata

di gianni brera, Repubblica, 4 luglio 1990

 

“Resta ora l’amara constatazione che la bella squadretta messa insieme in questi anni si è spenta innanzi agli occhi. Vicini, pur tanto meritevole di elogi, ha per me il torto di non aver capito che, già all’inizio del secondo tempo, la sua compagine aveva perso animo e fiato. Stupivo anzi di vedere immobile il ct e con lui l’intera panchina: né Vialli né Giannini bastavano più a reggere la volitiva e accorta pressione degli argentini: era urgente un ricambio che il tecnico non ha voluto se non troppo tardi! Gli argentini erano padroni del campo e i loro appoggi volanti esaltavano lo scatto acrobatico di Caniggia, che alla lunga ha pareggiato con pieno merito. Maradona pur tanto discusso, l’ha fatta da padre nobile, suggerendo assai più che operando: ma quando si è fatto vedere, è stato per qualcosa! Si è giunti così ai rigori e l’inizio felice dei nostri ha illuso per poco. Donadoni e Serena hanno confermato con infelice estro la grande vena di Goycoechea e il passaggio della sorprendente Argentina alla finale. Complimenti ed auguri. La fortuna non spreca i suoi favori: per solito li concede a chi li merita”.

 

Nessuna beffa, nessun furto

di candido cannavò, La Gazzetta dello sport, 4 luglio 1990

 

“Il sogno italiano è finito in un oceano di delusione e di fatica. C’è un pizzico di crudeltà in questo verdetto, ma bisogna accettarlo con onesta dignità senza dimenticare quello che la nazionale ha realizzato prima. Sembrava che il mondo avesse scoperto la squadra predestinata al titolo mondiale. Ma il calcio si beffa delle presunte certezze. E non si può neanche parlare di beffa, perché il verdetto ha una sua logica argentina. Non abbiamo subito furti, anche questo va riconosciuto. La squadra azzurra si è rattrappita, ha perso brillantezza e soprattutto si è fatta sottomettere a centrocampo. C’era un uomo stremato, il grande Giannini. Così è finito il nostro Mondiale. L’Italia di alcune categorie di benpensanti può finalmente tranquillizzarsi. Non ci saranno colpi di Stato calcistici nel nostro Paese”. 

 

Diego Armando Masaniello e Peppino Schillaci Garibaldi

di luca goldoni, Corriere della sera, 3 luglio 1990

 

“Diego Armando Masaniello incita i napoletani a vendicarsi dell’Italia razzista insorgendo contro gli azzurri che la rappresentano e sostenendo lui e i suoi compagni argentini, unici veri eroi del Grande Sud della terra. Per fortuna c’è il contropiede di Peppino Schillaci Garibaldi che assicura: con i miei gol l’Italia è tornata unita. Che straordinari personaggi sarebbero i calciatori se, quando hanno finito di giocare, andassero a letto senza passare dal Processo al Mondiale e, nei giorni d’intervallo fra una partita e l’altra, giocassero a tressette invece che con i microfoni. E che straordinari professionisti sarebbero gli intervistatori se chiedessero come va il ginocchio o perché hai sbagliato quel gol, invece di strappare dichiarazioni sulla questione meridionale, la riunificazione anti-razzista e il secondo Risorgimento. Com’erano riposanti i campioni di una volta quando dichiaravano io speriamo che me la cavo. E invece siamo qui, da giorni, a sciropparci commenti e reazioni al proclama di Maradona, il quale fino a tre mesi fa era ansioso di trasferirsi in Francia e improvvisamente è assurto a padre della patria partenopea. Come se di paternità non ne avesse abbastanza”. 

 

La leggenda del San Paolo che tifò per Maradona

di fabrizio roncone, L’Unità, 4 luglio 1990

 

“Quanto dura un inno? Due minuti? Per due minuti Maradona rimane solo con dieci argentini e il suo inno. Napoli guarda. Un osservare struggente e molto corretto. Molto tempista poi a mandar giù anche un applauso, bello ma formale, sportivo, ma non come voleva Maradona che l’aveva chiesto traditore, arrabbiato, di vendetta. La gente napoletana ha preso il suo attimo ed è stato un momento di quelli che portano molto lontano dalla retorica che possono dare un senso a un mondiale. Le chiacchiere del signor Dieguito sulla città dimenticata, su quell’essere italiani una volta l’anno, sono state lette sui giornali, commentate, e alla fine schiacciate con un saggio di civiltà e buon gusto. Con un piccolo capolavoro che bisognerà ricordare quando tra cinque giorni il mondiale sarà finito e Napoli tornerà ad essere davvero rischiosamente sola senza Nazionale e senza duemila inviati di radio e televisione di tutto il mondo

… Piccola mischia pallone che rimbalza, Maradona che arriva e mette il suo piedino, Lo infila nel mulinare di tibie e polpacci con sospetta cattiveria. Se ne accorgono in sessantamila. E in sessantamila fischiano. Senza esitazione, senza un filo di dubbio spediscono a Maradona l’ultimo messaggio”

 

Il football è uno sport demenziale

di gian paolo ormezzano, La Stampa, 4 luglio 1990

 

“Bisognerebbe usare certe parolacce per dire efficacemente cosa hanno fatto gli argentini ieri sera a Napoli nella semifinale mondiale. Chiaro che siamo stati più che battuti: uccellati, a parlar fiorito. Ci hanno portato via tutto senza rubare niente, ecco la realtà. Che è anche una lezione: alla vigilia si discuteva l’entità del punteggio pro nobis, invece si è perso, e segnando per primi, e giocando quasi 20′ contro una squadra in dieci, sia pure per giusta espulsione, e godendo dell’apporto di una folla che alla fine, vedendo l’Italia in difficoltà, cercava di smontare a fischi anche il suo Maradona. La partita è stata bruttina per tutti i suoi 120 minuti. Si è andati ai rigori, due errori di Donadoni e Serena sono diventati decisivi anche grazie alla bravura di Goicoechea, il portiere argentino. Adesso fioriranno quelli che l’avevano detto, Schillaci nonostante il puntuale gol retrocederà a commovente artigiano, verrà discusso Giannini ma anche Baggio che l’ha sostituito, Vialli dovrà chiedere scusa di avere fallito la Grande Prova, Zenga sarà sezionato per il gol subito, l’unico su azione in tutto il torneo. Pochi avranno il coraggio di dire che il football è uno sport demenziale, dove una squadra di zingari fisicamente dimessi e (alcuni) dismessi, ispirati dal loro re Maradona, può di colpo crescere sino a vincere una partita, la prima del suo torneo mondiale senza aiuto da parte della fortuna.

A noi pare che non si sia sbagliato niente prima e che l’Italia di ieri sera sia stata la stessa che ha battuto di stretta misura Austria, Cecoslovacchia (annullato un loro gol valido), Uruguay e Eire, tutte squadre comunque inferiori all’Argentina, o meglio inferiori a dieci giocatori qualunque più Maradona. Dunque stiamo calmi, come calma era ieri sera la meravigliosa folla napoletana, chiamata a optare per l’Italia contro Maradona”. 

 

I protagonisti

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Roger Milla

di corrado sannucci, Repubblica, 16 giugno 1990

 

“Collin Matiza, del The Herald di Harare, Zimbabwe, non è accreditato ai Mondiali, ma se lo sarebbe meritato. È stato l’unico a dare un voto a Roger Milla nella votazione per il Pallone d’Oro d’Africa ’89, che ha visto alla fine il centravanti piazzarsi cinquantesimo, a pari merito con altri meritori atleti del calcio africano come Rosoanaivo o Wachironga, le cui imprese però non li hanno portati fino in Italia. Ma quello di Matiza è stato soprattutto un atto di fede dal momento che Milla, che un errore dell’ufficio di stato civile registrò alla nascita come Miller, aveva smesso già di giocare. 

… Ora Milla appare come una statua tirata fuori dalla sabbia, il capolavoro ritrovato, dopo che era stato celebrato e dimenticato, Vorrebbe cambiare adesso la 405 Peugeot, sogna la Mercedes che pensa più adatta ai nuovi continenti che Amiel forse gli promette. Lui, di suo, ha messo finora una vita monacale, la dedizione al calcio, l’impossibilità di esserne intaccato nel cuore e nello spirito. Da qui nasce la sua speranza che questo gli possa essere ancora utile, gli possa dare qualcosa più della fama, dell’ammirazione che attirano gli eroi. Ma dovrà accontentarsi di medaglie, coppe e gloria, l’augurio è che non gli sia grave la delusione. D’altronde non è per queste miserie che lui gioca. «Sono tornato in nazionale perché ho sentito il richiamo del popolo». Gli resta l’incoscienza dei propri meriti, di quel miracolo che l’ha restituito intatto ai campi più grandi. A Bari è apparso leggero come un santo, con quella stessa aria ordinata che aveva Pelé anche quando dribblava tutta una difesa. Per il mondo che ama il calcio i due gol contro la Romania sono il ricomparire della bellezza del football”

 

Roberto Baggio

di mario sconcerti, Repubblica, 21 giugno 1990

 

“È nata una stella? Nei commenti dei giornali stranieri, molti paragonano Baggio a Maradona. Un giornale argentino scrive: Ha controllo e tiro come Diego. Sorpresi e strabiliati. I giornalisti stranieri sono rimasti tutti affascinati da Baggio. L’Équipe, il popolare quotidiano sportivo francese, titolava ieri mattina in prima mattina: L’Italie dans son jardin, sottolineando l’exploit de Baggio. Baggio ha arricchito il gioco di centrocampo conferendogli una nuova dimensione scriveva Ben De Graaf, inviato dell’olandese De Volkskrant, che di solito non apprezza il calcio italiano. Secondo il Trouw invece l’Italia ha ritrovato in Baggio e Schillaci due nuovi eroi. Roberto Baggio non ha deluso titolava Le Soir, principale quotidiano belga in lingua francese. Molto esplicito anche un titolo di La Libre Belgique: L’ Italia d’ora in poi non potrà più privarsi dell’opera di Baggio. Baggio è diventato insomma popolare, oltre i confini dei giornali e del pubblico del campionato italiano. I primi a stupirsi sono stati i giornalisti stranieri, che sono arrivati in Italia per vedere Vialli e hanno invece scoperto Baggio. Spiega Carlos Bonelli del quotidiano Nuevo Sur di Buenos Aires: Ha il cambio di velocità di Maradona, il controllo di palla di Maradona e il tiro finale di Maradona. È un talento davvero eccezionale. Sono rimasto sorpreso quando nelle prime partite l’ho visto in panchina, mi aspettavo che il ct lo mettesse subito in squadra. Baggio è un giocatore che può fare la differenza. Lui e Matthaeus sono i grandi protagonisti di questo Mondiale. Ecco invece Joan Maria Batlle di Diario Sport di Barcellona: Sinceramente mi aspettavo che Vicini lo mettesse in squadra sin dal primo giorno. Pensavo, non vedendolo, che non fosse in buona condizione. Per questo sono rimasto sorpreso, Baggio è il giocatore più fantasioso che ha l’Italia”

 

Totò Schillaci

di francesco viviano, 27 giugno 1990

 

“A Palermo c’è un nuovo santuario, dopo quello di Santa Rosalia. È un luogo di culto inedito, ma non blasfemo, nel quartiere Cep, al numero 4 di via Luigi Barba. Il suo santo inconsueto calza scarpe da calcio: Totò Schillaci, il ragazzo di borgata diventato, in pochi giorni, il profeta della Nazionale azzurra ai Mondiali. Il santuario è, in realtà, una decorosa abitazione in una modesta costruzione di edilizia popolare, nel cuore di un quartiere occupato negli anni Sessanta dagli sfrattati del centro storico di Palermo. Vi abitano i genitori di Totò-gol diventati, forse oltre la loro volontà, i gran sacerdoti del culto di questo figlio prodigio. Ed è sotto questo appartamentino che, ad ogni vittoria della Nazionale propiziata da una rete di Totò, si raccoglie una folla osannante e strepitante. Capita in tutta Italia, naturalmente, ma questo, come luogo di culto, è indubbiamente più fascinoso. … Il padre, 45 anni, impiegato comunale, è diventato un personaggio. Sono giorni in cui la stessa popolarità di Orlando pare offuscata, in città, da quest’uomo alto poco più di un metro e 60 (il figlio è 15 centimetri di più), che l’ altro giorno, quando è sfilata la manifestazione per non dimenticare Santina Renda, la bambina di 7 anni rapita al Cep, ha finito per esserne il componente più fotografato. Don Mimmo tutte le mattine, al bar di via Fattori, nel quartiere San Lorenzo dove c’ è la delegazione comunale dove lavora, fa il punto. Attorniato da amici e colleghi, commenta titoli ed articoli, suggerisce tattiche e naturalmente osanna il figlio. Totò non ha invece dimenticato, forse, un anno di cori crudeli in tanti stadi d’Italia: quel fratello fermato per aver rubato gomme d’auto (ma la vicenda è finita in niente) era diventato una sgradevole colonna sonora. E così Giuseppe, 19 anni, da quel giorno parla meno che può. Ieri, da casa, rispondeva a monosillabi. Me l’ha detto Totò: non dare nessuna informazione a nessuno. Anche a lui era arrivata una chiamata, pur meno nobile, da Torino: una squadra di Promozione, la Mati. Niente di dorato: meglio restare al Cep, con mamma Giovanna, con Rosalia, la sorella di 28 anni che s’è sposata, col piccolo Giovanni, l’altro fratello di 12. Schillaci, da adesso, sarà qui un cognome amato e rispettato”. 

 

Gli occhi di Totò

di gianfranco teotino, Corriere della sera, 2 luglio 1990

 

“Gli occhi di Schillaci – occhi grandi, spalancati, limpidi, increduli, fuori dal campo; dardeggianti e luciferini in campo – sono l’immagine più bella di Italia ’90. Sono occhi pieni di sincerità e soprattutto di vita. Sono gli occhi di un uomo vero, né attore né eroe, in un Mondiale governato dall’elettronica e dalla tv. Negli occhi di Schillaci si legge lo spirito di tutta la nazionale italiana che, comunque vada a finire l’avventura, ha già acquistato un incontestabile merito: bene o male che giochi, gioca sempre per vincere; e vince”

 

La finale

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Uno strazio

di gianni brera, Repubblica, 10 luglio 1990

 

La Germania ha vinto la finale con una povera e malconcia Argentina, peraltro così fiera ed orgogliosa da meritarsi la nostra ammirazione.  Io non perdo finale del torneo dal lontano ahimè 1954: posso dire senza sentirmi né severo né tanto meno sadico di non avere mai assistito a uno strazio paragonabile a quello offerto da Germania-Argentina. I poveri e esasperati cuginetti del Rio del Plata erano stati malamente falcidiati dagli strani arbitri di questo Mundial: giocavano con le riserve di Caniggia, Giusti, Olarticoechea e Batista. Il solo Caniggia avrebbe accresciuto del buon 50 per cento le possibilità offensive della squadra di Bilardo. Giusti avrebbe meglio tenuto il centrocampo con Olarticoechea, capace di rifiniture come pochi. Ridotti a giocare con le riserve di squadre secondarie italiane (!), gli argentini si sono piccati di non mollare, aspettando chissà mai l’ opportunità di un colpaccio in contropiede. I tedeschi hanno giocato due buone spanne sotto il loro standard. Hanno sempre tenuto palla senza mai impostare uno schema degno della loro fama.  Maradona è stato protagonista passivo per le ingiurie, che ha puntualmente ricambiato. Non è più un giocatore di calcio, sebbene tutti temano di affermarlo, dopo averlo decantato come la massima espressione dell’ arte pedatoria. Maradona ha addirittura affermato che è stata la mafia a volerlo umiliare! Strano: pensavamo che i suoi rapporti eccezionali si fermassero ai confini con la camorra”

 

Una sorta di esecuzione

di candido cannavò, La Gazzetta dello sport, 9 luglio 1990

 

Germania campione. Matthäus può sollevare finalmente la coppa. Il verdetto ha coerenza con i valori del torneo, eppure c’è la sensazione che all’Olimpico si sia assistito a una sorta di esecuzione tra le grida selvagge di un pubblico votato alla causa tedesca per ragione di cuore, di simpatia, ma molto anche in dispregio a Maradona. Il giocatore più grande e detestato del mondo ha sogghignato un feroce insulto davanti alle telecamere, poi alla fine ha pianto. Un’espulsione dubbia e un rigore altrettanto sospetto a pochi minuti dalla fine hanno segnato la sorte dell’Argentina. In un sol colpo la squadra di Maradona ha pagato tutte le fortune, le astuzie, i privilegi che la avevano portata avanti. Ma questa sorta di ‘vendetta’ non è un discorso di calcio, né solleva il tono orrido di una finale che solo per i tedeschi è da non dimenticare. Il Mondiale si chiude con un altro catastrofico arbitraggio firmato stavolta dal messicano Codesal”.

 

Le scuse per i fischi all’inno argentino

di gianni mura, Repubblica, 10 luglio 1990

 

Dal Colosseo all’Olimpico son passati quasi duemila anni ma è quasi la stessa cosa. Premesso che solo chi rispetta gli altri, inservienti di Trigoria e portieri di night di Barcellona compresi, merita rispetto, premesso che Maradona è abilissimo nel tirare acqua al suo mulino, che non è quello di tutti, a me pare che ci sia qualcosa di vergognoso e disumano nel trattamento che gli ha riservato la Roma del tifo. La mancanza di rispetto è una cosa, il linciaggio un’altra. Era pur sempre, nella sua antipatia, il più famoso calciatore del mondo, con una squadra rabberciata e sinistrata, spinta avanti da colpi di mano e di fortuna, una squadra che aveva eliminato l’Italia più per colpe dell’Italia che per meriti suoi. Il maxischermo rimanda e moltiplica l’hijos de puta di Maradona al pubblico. Non è che a sua madre siano andate rime più cortesi. E Maradona ha applaudito l’inno tedesco, e Klinsmann ha cercato, a gesti, di far smettere i fischi dei suoi. Ma quando tutto finisce, il maxischermo rimanda e moltiplica la faccia di Maradona che piange e allora c’è una fischiata immensa e lui alza la testa dal prato per vedere cos’è successo. Non è più mancanza di rispetto, è pura voglia di continuare a far male. Non è più tifo, è odio. Qualcuno s’è stupito, sulle prime, per i fischi agli inni. Io no, giro da anni gli stadi, fischiare gli inni è brutto, ma c’è di peggio. Tra il peggio del peggio ci metto il dopo dell’Olimpico. Come un oscuro presagio di una dilagante voglia di far male, comunque. Sorprende leggere che un tipo riflessivo come Carraro, che per dire sono le 12,45 chiederebbe una pausa di riflessione, liquida il tutto con un chi semina vento raccoglie tempesta. L’esercizio del tutti contro uno, anche se si chiama Maradona e spesso gli piace la parte dell’uno contro tutti, non è fra i più lodevoli. Fischiato in apertura a Milano e in chiusura a Roma, Maradona ha riunito l’Italia del tifo. Una domanda: quanto c’entra il suo essere targato Napoli? Un’altra: andrà così anche in campionato, da Bari a Bergamo, da Torino a Cagliari? Non serve a nulla, ma chiedo scusa a Maradona e, dal Colosseo, passo e chiudo”

 

 

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A cura di Angelo Carotenuto.

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