1954 | La frustrazione dell’Utopia ungherese

COSA STAI PER LEGGERE

    ▻ La frustrazione dell’Utopia ungherese e il ritorno in grande stile sulla scena della Germania dopo la guerra – La premessa ai Mondiali fu il giorno più noioso del Novecento – Come Gianni Brera spiegava la disfatta italiana | Storie formidabili di portieri: Giorgio Ghezzi e le notti di Cesenatico | Come si giocava a calcio nel 1954: L’invenzione del centravanti arretrato | Le cronache dell’epoca: Ungheria-Uruguay la partita più bella e la finale di Berna | Protagonisti: Fritz Walter, Ferenc Puskas, Nandor Hidegkuti

 

SVIZZERA 1954

 

  Sessantasei giorni prima dell’inizio dei Mondiali, nel mondo non successe nulla di nulla. Non nacque nessuna persona che avrebbe lasciato un segno nella storia, non morì nessun volto noto e non si mosse foglia, né un battito d’ali di farfalla a Pechino provocò uragani a New York. Per 24 ore la Terra si regalò una calma più piatta di come Samuel Birley Rowbotham immaginava fosse il pianeta. Ma nemmeno su un giorno così, possiamo dirci tutti d’accordo. A nove anni da una guerra, uno sarebbe tentato di viverlo come un attimo di pace assoluta. Una tregua dagli affanni. Salvo scoprire che si tratta pure di una sospensione dai piaceri. 

William Tunstall-Pedoe, docente di scienze politiche a Cambridge, dice allora che l’11 aprile del 54 è stata una barba mortale. Due mesi prima della palla al centro di Uruguay-Cecoslovacchia e Austria-Scozia, partite d’apertura della quinta Coppa Rimet, l’umanità celebrò senza saperlo il giorno più noioso del Novecento. Lo avremmo scoperto tempo dopo grazie a True Knowledge, l’algoritmo di un software che ha sminuzzato e studiato più di 300 milioni di titoli di giornali, un ammasso di fatti grandi e piccoli su persone, luoghi, avvenimenti, fino a giungere alla conclusione che uff, ragazzi, che seccatura, oggi che si fa. 

 

Una macchia nella storia della ricorrenza. L’11 di aprile era stato nel 1912 il giorno in cui il Titanic lasciava il primo scalo di Queenstown, 24 ore dopo essere salpato da Southampton. Era stato nel 1947 il memorabile momento della discesa in campo del primo giocatore afro-americano di baseball, Jackie Robinson. Sarebbe diventata nel 1961 la data di nascita di Bob Dylan e nel 1970 quella del lancio nello spazio di Apollo 13. Ma nel 1954, il secolo breve visse al suo passaggio il proprio frammento più superfluo.

È il punto di vista di chi la storia la scrive. Centinaia di migliaia di persone saranno nate in questo istante che l’Università di Cambridge declassa a piega di irrilevanza tra i passi dell’umanità. La piccola cronaca italiana segnala dalla prima pagina del Corriere della sera l’approvazione del bilancio alla Camera con 295 sì e 284 no, più l’inaugurazione della mostra del lavoro alla Fiera di Milano da parte del presidente Einaudi, con la riconsegna imminente al Comune di Palazzo Marino. Nei pressi di Roma, fu trovato il cadavere di una donna in una pozza d’acqua e secondo La Stampa meritava di essere segnalata una spaventosa esplosione a Ribera, in Sicilia, per l’autocombustione di polvere per fuochi artificiali: ci furono 3 morti e 11 feriti. 

Nel frattempo quattromila poliziotti vigilavano sulla visita di Tito in Turchia, il segretario di Stato americano Dulles iniziò con Churchill a Londra i colloqui per un fronte anticomunista in Indocina e i socialdemocratici vissero le elezioni in Belgio. Forse – forse – da qualche parte ci fu persino una coppia che si baciò. Se è così, non fu un giorno inutile.

Tutto è relativo. Raymond Impanis, ciclista belga 29enne, per esempio l’avrebbe ricordata per sempre come la domenica della sua vittoria alla Parigi-Roubaix, era in una forma spaziale, la settimana prima aveva vinto pure il Giro delle Fiandre. E nel giorno più noioso del Novecento, la Nazionale italiana di calcio batteva a Parigi la Francia per 3-1. Un bellissimo segnale, in vista delle partite ai Mondiali, con la Svizzera a Losanna e con il Belgio a Lugano. 

 

 

| “Fin dalle prime battute dell’incontro si è constatato come gli azzurri fossero superiori ai loro avversari in condizione fisica, e particolarmente in velocità. Arrivavano sempre primi sulla palla, la spuntavano in ogni corpo a corpo, uscivano vincitori da ogni duello. Chi è padrone della palla impone il gioco, il tono che desidera, fa quello che gli conviene, costringe l’avversario ad andare a rimorchio delle sue iniziative. Il vantaggio nel campo fisico ha portato con sé, come conseguenza diretta, la superiorità in campo tecnico. Un successo così franco e meritato da schiarire notevolmente l’orizzonte per l’avvenire”.  Queste furono le parole dettata da Vittorio Pozzo a La Stampa.

| Ciro Verratti sul Corriere della sera aggiunse che “era da tanto che la squadra azzurra non giocava così. Soprattutto all’estero avevamo in questi ultimi anni subito molte umiliazioni, avevamo ingoiato molti bocconi amari. Sarebbe un errore farsi trasportare dall’euforia di questo successo ed esagerarne i limiti e il significato, ora che siamo alle soglie dei campionati del mondo, dove avversari ben più forti della Francia ci aspettano. È innegabile però che questa vittoria di Colombes oltreché essere di buon auspicio, rialza il nostro morale. Non c’è più nella nostra squadra quello strano senso di panico che in questi ultimi anni ci aveva così spesso colti negli incontri all’estero, Ora riusciamo a ricavare dalla nostra Nazionale quel gioco di cui essa è capace. Se chiedete ai Francesi chi è stato il migliore dei nostri, siamo certi che essi non avranno esitazioni e vi risponderanno tutti che il migliore, quello che più ha colpito la loro fantasia, è stato Ghezzi. I Francesi ne avevano sentito parlare, ma non immaginavano tanta bravura e un così spericolato coraggio in un portiere”. 

 

Come Brera spiegava la disfatta italiana

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E invece no. L’Italia uscì subito ai gironi. Fu un Mondiale che seguì altre rotte. Il Mondiale dell’Utopia ungherese frustrata in finale dalla Germania. Un ungherese sedeva pure sulla panchina dell’Italia e come andarono le cose, Gianni Brera su Repubblica nel maggio 1982 lo racconta così: 

|   “Onorino Barassimi fece l’ambiguo onore di chiedermi se anch’io ero d’accordo sulla scelta di Lajos Czeizler quale Ct della Nazionale. Dirigevo allora la Gazzetta dello Sport e mi sarei dovuto decisamente opporre a quella nomina: purtroppo, sono cresciuto sulle ginocchia d’una nonna nata a Budapest – come lei si vantava – nell’alta Ungheria.

Lajos capiva poco di calcio e gli ungheresi di Milano glielo rinfacciavano spesso (al ristorante). Il Milan l’aveva licenziato perché, disponendo del Gre-No-Li, riusciva a perdere con la Juventus e perfino con l’Inter. Neanche al Milan capivano molto in quel periodo. Gli svedesi, a sentir parlare di catenaccio, strabuzzavano gli occhi indignati. Lo scudetto 1953 conquistato dall’Inter con il doppio terzino d’area, pareva loro un’insopportabile nequizia. E tutta l’Italia – fatte poche eccezioni – era per il bel gioco. Pensando a quegli anni, ad altri che li precedettero e li seguirono, mi sono andato convincendo che la stupidità abbia parecchio a che vedere anche con il calcio. …  L’abiura al catenaccio era stata perpetrata. E Lajos Czeizler si diceva convinto che il modulo fosse ininfluente, macché tattica, macché balle: se avevi gli uomini migliori vincevi: se non li avevi ciccia, non vincevi neanche a piangere. Così ragionando Czeizler, al quale invano parlai di etnia, di mezzofondo cronicamente passivo in Italia (macché rasse, macché balle!), i mondiali ’54 finirono per noi come dovevano, con fiaschi colossali. La fortissima difesa dell’Inter era stata smembrata: il magnifico Ivan, costretto ad emigrare, sarebbe presto rientrato in provincia, e avrebbe trovato una seconda giovinezza nel Padova catenacciaro di Nereo Rocco (che Dio lo benedica). Ma intanto la Nazionale partì a WM e trovò subito la organizzatrice Svizzera sul suo cammino: la Svizzera che faceva Riegel, verrou, catenaccio, e giustamente andava fiera della propria solida impostazione difensiva. Fu un umiliante 2-1 ai nostri danni. Segnò subito la Svizzera mentre noi si premeva alla sua porta. Pareggiò Boniperti dopo inenarrabili mischie. Continuò ad attaccare l’Italia per vincere e partì in contropiede uno svizzero per metterci sotto.

Lo smacco fu enorme: e tuttavia il peggio doveva ancora venire. All’Italia toccò il Belgio, che aveva appena pareggiato con l’Inghilterra (4-4) ed era esausto: il Belgio venne facilmente battuto 4-1. L’Italia parve grande e si tornò a parlarne come di una favorita. Incontrò la Svizzera di bel nuovo, per il passaggio ai quarti, e la scoppola fu anche peggiore: 4-1. Naturalmente venne subito cacciato Lajos Czeizler ma non il segretario che lo aveva incoraggiato, da vero incompetente qual era, nel suo masochistico qualunquismo.

Rimandata a casa l’Italia, potei studiarmi con il fegato così grosso quella che per me rimane la più grandiosa edizione della Rimet. Sono tornato con un bagaglio critico molto più completo che non potessi vantare prima. In effetti, pareva a me di aver visto il meglio possibile e di capire tutto il possibile. Forse era vero allora: ma il calcio è maledettamente difficile, nessuno può dirsi certo di vederlo tutto e sempre. Come succede per tanti romanzi, se ne capta solo una parte, mentre l’altra sfugge: oppure la rivedi quando è tardi, e allora magari ti duole di esserti sbilanciato in certi giudizi. Intanto, passano gli anni. Certe forme decadono, come in arte, e altre nuove e dimenticate riaffiorano alla ribalta degli stadi. In ogni caso ti aiuta l’etnologia, ti aiuta la storia: e hai ragione di fare le boccacce a chi, giudicando il gioco d’una squadra di calcio, pretende di rifarsi all’indole e alla cultura del popolo che l’ha espressa; ma soprattutto hai ragione di ribellarti a chi non si accorge neppure della realtà e seguita a pensare diverso da come la pensi proprio perché pensarla come te non gli garba. Mi pare sia questo un aspetto non bello della vita, però è vita. A me sembrano molto intelligenti quelli che avevano le mie stesse idee e vedevano il calcio con i miei stessi occhi”. 

 

Storie formidabili di portieri 

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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente. 

 

Il kamikaze Giorgio Ghezzi e le notti di Cesenatico

  Mike Bongiorno insisteva. «Edy, parla di più». Ma Edy Campagnoli era così, non faceva nulla per mettersi in mostra. Modesta, serena, discreta. Elegante. Bellissima. Parlava poco, perché da Lascia o Raddoppia già avevano congedato Maria Giovannini dopo poche puntate. Lei era lei. Un incantesimo di gentilezza. La mia fidanzatina. La fidanzatina del Kamikaze. Quel soprannome lo avevo meritato dopo un derby in cui mi gettai a faccia in giù sulle scarpe di Schiaffino. Spata-bam. Un’uscita folle. Fu lui a colpirmi, mi venne addosso, rimasi a terra a contorcermi, seguirono giorni di polemiche sui quotidiani. In realtà non mi ero fatto niente, mi piaceva provocare Schiaffino. 

All’epoca, fidanzata era una parola impegnativa. Meglio fare larghissimi giri intorno alle parole. Un giornale scrisse che esisteva “una favorevole disposizione d’animo di Edy nei miei confronti”. Favorevole disposizione d’animo. Che cos’erano gli anni Cinquanta.

All’Inter ero arrivato nel ’51 dopo due anni al Rimini e due al Modena. Sapevo che non mi avrebbero amato subito, erano tutti dalla parte di Nane Franzosi detto Camomilla, per via dell’ansia che lo prendeva prima delle partite. Dieci anni fra i pali, un loro simbolo, io invece venivo dalla B e dalla C. Dopo una sconfitta a Napoli, Bruno Roghi sulla Gazzetta spinse perché toccasse a me. “Chi nasce a Cesenatico – scrisse – non nasce in un paesotto qualunque. Vi ha lavorato Leonardo, si è imbarcato Garibaldi…”.

Sette campionati, due scudetti, i Mondiali. Ce n’erano tanti, di portieri bravi in quel periodo. Costagliola, Viola, Sarti, Negri. Meno acrobatici di me, più regolari. I portieri regolari non mi sono mai piaciuti. Così erano bravi tutti. Tra Zoff e Castellini, ho amato Castellini. Più coraggioso. Il mio erede. Zoff l’ha sempre presa male. Una volta mi rispose a tono. Mi diede dell’incompetente, raccontò che in campo internazionale non mi conosceva nessuno e che ai miei tempi le leggende si creavano facilmente. Fanfaronate: disse così. Disse che sparavo fanfaronate. Cosa ci posso fare. Io preferivo Castellini. Negli Anni Ottanta sarei stato il numero uno della Nazionale senza rivali. I migliori erano considerati Zenga e Tacconi, due portieri incompleti. Non sapevano uscire. E poi Zenga stava sempre in tv. Si distraeva. Anche l’amore distrae, bisogna darsi dei limiti.

Lasciamo perdere come andarono quei Mondiali. Durarono poco. Tre partite, io ne giocai due. Anche con Edy durò poco. Si mise con un altro. Un portiere pure lui. Lorenzo. Lorenzo Buffon. Giocava nel Milan. Immaginatevi i derby. Il modulo tattico di Foni prevedeva l’impiego del libero e di uno stopper, erano Ivano Blason e Attilio Giovannini. Quando mi lanciavo in avventura fuori dai pali, Giovannini rientrava a coprire la porta. Ne ha salvati, di palloni sulla linea. Era il mio paracadute. Uscivo volentieri, ma Gianni Brera s’accorse del fatto che ero sensibile fino alla paura, che le mie uscite parevano sempre dettate da una disperazione.

Non ero sbruffone, neppure vanesio, come dicevano in giro. Ero un romagnolo. Tutto mia madre. Faceva la maestra. Mio padre invece era figlio d’un brianzolo. Lei non voleva che giocassi a calcio, si rompono le scarpe, urlava. Andai in porta per non darle dispiaceri. Era meraviglioso arretrare di un paio di passi e bloccare la palla con un volo. Che male c’era?

Si divertivano anche gli avversari. Li facevo divertire pure fuori dal campo. Girava la storia che una volta il dottore mi avesse prescritto delle supposte, ma non avevano fatto effetto perché erano amare. La battuta era mia.

Quando l’Inter mi mandò via, non me l’aspettavo. Dissero che ero in declino. Che ero un piantagrane. Un polemico. Ero tra i sindacalisti della squadra, questo sì, la politica l’avevo sempre avuta in casa. Mio padre, Spartaco, era stato per 4 anni il sindaco comunista di Cesenatico. Ero comunista anch’io. Nell’agosto del ’58 mi dicono che mi hanno venduto al Genoa. Per 30 milioni. Succede che Edy sposa Lorenzo, viene a vivere a Milano, e l’Inter mi manda a Genova. Bah. Avevo perduto anche la Nazionale, ma io a Milano volevo tornare in fretta, me lo misi in testa e ci riuscii in un anno. Al Genoa ero ritornato un fenomeno, l’Inter non cambiò idea, però avrebbe detto Mike: colpo di scenaaaaaa. Il presidente mi chiama e mi fa: ti vuole il Milan. Il Milan di Buffon. Non perché andassi a fargli da riserva, mi volevano al posto suo, lo stavano vendendo. Io lo conoscevo, il segreto di Buffon. In tasca aveva delle biglie, le serrava per rinforzare le dita. Guadagnava 4 milioni l’anno e adesso lo vendevano. E dove? Al Genoa. Uno scambio con me. Non ci capivo più niente.

Dicevano all’epoca che ci fossero problemi fra Edy e Lorenzo. Lei stava per aprire una profumeria in via Montenapoleone, ci rinunciò. Aveva già rinunciato a girare il mondo, voleva fare l’hostess, lei figlia di una sarta e di un rappresentante per accessori di auto. Ora rinunciava pure alla sua attività di Milano. Lorenzo era geloso, a casa dipingeva volti di donna. Lui era geloso, se ne andava a Genova, e io tornavo a Milano. Schiaffino neppure mi salutava. Per via della vecchia storia del Kamikaze. Sono diventato il primo portiere italiano a vincere una Coppa dei Campioni, continuavo a uscire in mischia, a terra, in presa alta. Avevo il terrore solo dei riflettori. Quando c’era da giocare di sera, qualche volta ho detto d’essere ammalato. La mattina della partita ero teso. Non parlavo, non mangiavo. Altafini mi chiamava Violino. 

Quando Edy e Lorenzo si lasciarono davvero, lui se ne andò in America per un po’. Per cambiare aria. Io mi sono ritirato a Cesenatico e mi sono divertito, mi sono iscritto al PCI come mio padre. Ho aperto un hotel e l’ho chiamato Internazionale. Poi un lido balneare, il Quattroventi, dove invitavo i calciatori, e invitavo musicisti e attori al mio piano-bar, Il peccato veniale. Il nome glielo diede Dario Fo. C’erano spettacoli con Walter Chiari, Gino Bramieri, i Gatti del vicolo Miracoli. Le notti a Cesenatico le ho inventate io. Per non invecchiare. Ho avuto solo 500 capelli bianchi, uno per ogni gol che ho preso.

 

Giorgio Ghezzi è morto a 60 anni nel 1990

 

Che cosa successe durante i Mondiali

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Il torneo e il suo contesto

di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

 

“Gelsomina e Zampanò spuntavano dalla mano magica di Fellini e prendevano a far pagliacciate per La strada, senza fretta, mentre a tutta velocità Fangio si consacrava campione mondiale di automobilismo per la seconda volta. Jonas Salk preparava il vaccino contro la poliomielite. Nel Pacifico esplodeva la prima bomba a idrogeno. In Vietnam il generale Giap stendeva l’esercito francese nella fulminante battaglia di Dien Bien Phu. In Algeria, altra colonia francese, nasceva la guerra d’indipendenza.

Il generale Stroessner veniva eletto presidente del Paraguay in un duro testa a testa contro nessuno. In Brasile si stringeva il cerchio di militari e imprenditori, armi e denaro contro il presidente Getulio Vargas, che di lì a poco si sarebbe fatto saltare il cuore con un colpo di pistola. Aerei statunitensi bombardavano il Guatemala con la benedizione dell’OEA, e un esercito costruito nel nord invadeva, uccideva e vinceva. Mentre in Svizzera si eseguivano gli inni nazionali dei sedici paesi, e si inaugurava il quinto Campionato del Mondo di Calcio, in Guatemala i vincitori cantavano l’inno degli Stati Uniti celebrando la caduta del presidente Arbenz, la cui ideologia marxista-leninista era fuori discussione, visto che si era messo in testa di riprendersi le terre della United Fruits.

Al Mondiale del 1954 parteciparono undici squadre europee, tre americane, Turchia e Corea del Sud. Il Brasile sfoggiò la maglietta gialla con il colletto verde, dato che la maglia precedente, bianca, aveva portato sfortuna al Maracanã. Ma il color canarino non ebbe effetto immediato. Il Brasile fu sconfitto dall’Ungheria al termine di una partita violenta e non arrivò neppure alle semifinali. La delegazione brasiliana denunciò alla FIFA l’arbitro inglese che aveva diretto «al servizio del comunismo internazionale contro la Civiltà Occidentale e Cristiana».

L’Ungheria era la gran favorita di questa Coppa. La travolgente formazione di Puskás, Kocsis e Hidegkuti era imbattuta da quattro anni e poco prima del Mondiale aveva travolto l’Inghilterra per 7-1. Ma questo fu un campionato estenuante. Dopo il duro confronto con i brasiliani, gli ungheresi spesero altre energie contro gli uruguagi. Ungheria e Uruguay giocarono alla morte, senza darsi tregua, e si esaurirono reciprocamente fino a quando due gol di Kocsis risolsero la partita ai supplementari.

La finale fu contro la Germania. L’Ungheria l’aveva già battuta bastonandola per 8-3 all’inizio del Mondiale, e in quella partita era finito fuori combattimento il capitano Puskás. In finale Puskás riapparve, giocando a stento con una sola gamba, alla guida di una squadra brillante ma ormai esausta. L’Ungheria, che stava conducendo per 2-0, finì per perdere 3-2, e la Germania conquistò il suo primo titolo mondiale. L’Austria ottenne il terzo posto, l’Uruguay il quarto.

L’ungherese Kocsis fu il capocannoniere della Coppa con undici marcature, seguito dal tedesco Morlock con otto e dall’austriaco Probst con sei. Degli undici gol di Kocsis, il vero golazo fu quello contro il Brasile. Kocsis prese il volo come un aereo, navigò per un bel po’ nell’aria e incornò nell’angolo”.

 

Come si giocava a calcio nel 1954

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I meccanismi dell’Ungheria

di jonathan wilson, La Piramide rovesciata

 

“L’allenatore dell’Ungheria si preoccupava così tanto della cura dei dettagli e dei particolari che la sua squadra arrivò ad allenarsi con dei palloni più pesanti rispetto a quelli utilizzati dagli inglesi, e su un campo di gioco per l’allenamento delle stesse dimensioni dello stadio di Wembley. Per non parlare del suo blocchetto degli appunti, che indicava un’altrettanta maniacale cura degli aspetti tattici relativi alla sfida contro la nazionale inglese. Sebes incitò i suoi due terzini, Buzánszky e Mihály Lantos, a proporsi in avanti, ma in questo caso il centromediano Gyula Lóránt doveva indietreggiare ancora di più in una posizione simile a quella dello sweeper (il libero) nel sistema di gioco verrou, reso famoso da Karl Rappan. Puskás aveva licenza di svariare su tutto il fronte offensivo a suo piacimento, mentre Bozsik, teoricamente il mediano destro, aveva il compito di spingersi in avanti per aiutare Hidegkuti. Per questo motivo diventava necessaria una presenza difensiva a supporto, che veniva fornita dal mediano sinistro Zakariás, il quale, nello schema tattico che Sebes aveva disegnato nel suo blocchetto degli appunti per quella partita, si trovava così arretrato da dover agire quasi in linea tra i due terzini. Riassumendo, due terzini, due presenze difensive nella zona centrale, due giocatori che agivano a centrocampo e quattro a comporre la linea d’attacco: il modulo ungherese era la cosa più vicina possibile ad un 4-2-4.

Nonostante ciò, l’Aranycsapat rimase per sempre uno schema di gioco incompiuto. Dopo aver collezionato una striscia positiva di trentasei gare consecutive senza subire sconfitte, l’Ungheria gettò al vento un vantaggio di 2-1 perdendo contro la Germania Ovest per 2-3 nella finale della Coppa del Mondo del 1954, abbattuta, alla fine, dalla sorte avversa, materializzatasi sotto forma di un terreno di gioco fangoso che penalizzò pesantemente il suo gioco di passaggi, da un pizzico di autocompiacimento e dal semplice stratagemma attuato dall’allenatore della formazione tedesca Sepp Herberger di far giocare Horst Eckel in marcatura a uomo su Hidegkuti. Un modulo ideato per liberare il centravanti dalle grinfie di un marcatore crollò quando il marcatore stesso venne spostato molto più vicino a lui. Forse, però, i giocatori ungheresi pagarono dazio anche per una certa fragilità difensiva. Anche tenendo conto degli standard degli attacchi di quegli anni, la difesa dell’Ungheria era decisamente porosa”.

 

Il centravanti arretrato

di mario sconcerti, Storia delle idee del calcio

 

“L’Ungheria giocava con una tattica inoffensiva se appena ci si fosse accorti che era appunto una tattica. Aveva un centravanti arretrato che faceva il regista e i due interni che erano gli attaccanti puri. Un artifizio tattico evidente che, va notato, cadeva però in epoche in cui nessuno conosceva il calcio degli altri, si vedeva solo il calcio che si giocava. E c’era pochissima preparazione tattica. Lo stesso Vittorio Pozzo, quando faceva il giornalista per «La Stampa», si limitava a mettere in ordine il taccuino di cronaca. Al quindicesimo succedeva questo, al trentaduesimo quest’altro. Nessuno parlava di tattica. Assolutamente nessuno. Non era nemmeno previsto. Gli schemi cambiavano se cambiava la regola del fuorigioco, non perché uno schema si dimostrava migliore. Così il Brasile contro I’Ungheria si trovò due attaccanti che oggi potremmo chiamare centravanti, che venivano marcati da un solo difensore. Gli altri due terzini erano infatti costantemente avanti. Non solo, ma avendo i due attaccanti ungheresi il numero di due mezzeali sulle maglie, su di loro restavano in marcatura i due mediani di centrocampo. Una follia di cui i giornalisti non si accorsero, ma almeno due o tre tecnici sì”.

 

Era lo schema della Honved

di gianni mura, La Repubblica

 

“Sebes lo schema della nazionale l’aveva preso pari pari dalla Honved. Dove Jeno Kalmar, che aveva giocato la finale del ’38 contro l’Italia, nel ruolo di Hidegkuti schierava Tichy. Il portiere era buono, non eccelso, di medio valore i tre difensori puri (Lorant, poi, di una lentezza esasperante). Un architetto Bozsik, che Puskas conosceva da quando, a 12 anni, firmò un cartellino come Ferenc Kovacs dichiarandone 14 pur di giocare col già carismatico compagno. Ed era anche l’unico, Puskas, a chiamarlo con un buffo soprannome: Cucu. Zakarias era discreto ma utile, molto forti le ali Budai e Czibor che spesso si scambiavano la posizione. Fortissimo, specialmente di testa, Kocsis, che oggi chiameremmo prima punta. Puskas era la seconda. Raymond Kopa, che gli fu compagno nel Real, ha detto una cosa molto giusta, che dà un’ idea di Puskas: «I portieri cominciavano ad avere paura quand’era a 35 metri dalla porta». Era prodigiosa la potenza di Puskas: calciava senza caricare il tiro, quasi da fermo, e metteva il pallone dove voleva lui. Un altro del Real, Gento, ricorda un giochetto che facevano sotto la doccia. Lui tirava un sapone bagnato a Puskas, che lo addomesticava e ci palleggiava. Di quella squadra ci è rimasto anche il tiro d’esterno, definito all’ungherese, e con minor effetto rotatorio rispetto ai brasiliani”.

 

La partita più bella

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“Nessuno dimenticherà Ungheria-Uruguay. La partita, i gol, lo spettacolo supplementare, la vittoria di una grande squadra e, soprattutto, il trionfo dello sport. Tante cose meravigliose, e permettete che pure noi ci si entusiasmi, una volta tanto. Lasciateci gridare il nostro bravo, lasciateci applaudire” – di nino oppio, Corriere della sera, 2 luglio 1954

 

“Raramente mi è accaduto di assistere a un incontro così pieno di emozioni. Sarà il sangue comune con l’una e l’altra squadra, sarà l’imprevista conclusione dei primi novanta minuti regolamentari, saranno gli appunti drammatici, le squisitezze tecniche e soprattutto l’animus che tutti han posto in questa cavalleresca battaglia. I campioni di ieri han ceduto lo scettro ai degni campioni di domani. Perché non v’è dubbio che è l’Ungheria la migliore squadra del torneo, anche se è da supporre che i tedeschi possano arrivare al colpaccio” – di gianni brera, La Gazzetta dello sport, 1 luglio 1954

 

Camei

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di roberto zanzi, Almanacco dei Mondiali

 

“Teatrino dell’arbitro gallese Griffith, alle prese con il Comitato Organizzatore per via del rimborso del biglietto del tram dall’hotel in cui alloggia al campo di allenamento. L’avaro arbitro si è anche lamentato di non aver avuto una camera d’albergo con un proprio bagno, per cui fa sapere di non voler pagare, oltre al costo della stanza, il sovrapprezzo del bagno in comune. 

 

Parte dalla stazione Termini di Roma Franco Gemma, il ragazzino tredicenne autore del sorteggio che aveva permesso alla Turchia di partecipare alla fase finale dei Mondiali del 1954. Nel salutare la madre, le garantisce che sarà di ritorno il 5 Luglio, dopo la finale. 

 

La finale

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I più bravi perdono sempre

di gianni brera, La Gazzetta dello sport, 5 luglio 1954

 

“È tradizione che i favoriti non vincano: e l’Ungheria non ha vinto. È tradizione che si consacri a fine torneo una squadra impensata: questo era evidentemente il turno della Germania, ed essa ne ha approfittato con un tempismo e una misura da chiudere la bocca a tutti. Nel calcio, come in ogni branca della vita vissuta, ha sempre ragione chi vince. Ecco i virili atleti magiari arrendersi all’evidenza. Non si abbandonano a scene patetiche, a lagrime di disperazione o altro di me che ammirevole. Hanno accettato la sorte così come si è rivelata all’ultima tappa. Con un ghigno verde e amaro. Così si è concluso il dramma. La folla era come allibita”. 

 

 

Il gol del tedesco Rahn disegnato da Carmelo Silva

 

Le conseguenze della sconfitta

di jonathan wilson – La Piramide Rovesciata

 

“Qualsiasi fosse stata la causa della sconfitta di Berna, la reazione in Ungheria fu incentrata soprattutto sull’ira e sulla rabbia. Quando i giocatori ungheresi erano tornati a casa dopo aver battuto l’Inghilterra a Wembley l’Aranycsapat era stato accolto nel migliore dei modi da una folla festante che non perse certo l’occasione per acclamare i propri eroi. Dopo la sconfitta nella finale di Coppa del Mondo i componenti della nazionale ungherese dovettero essere dirottati nella città del nord di Tata per evitar manifestazioni di protesta. Puskás venne fischiato durante alcune parti del campionato nazionale. Il figlio di Sebes venne picchiato a scuola. Mentre il portiere della squadra, Gyula Grosics, venne arrestato”. 

 

L’eredità

di roberto beccantini, La Stampa, 9 giugno 2006

 

“Per noi, il Mondiale di calcio sarà sempre un urlo, quello di Tardelli al Bernabeu. Per i brasiliani, è stato la finta di Garrincha e la testa-cielo di Pelé. Gli argentini lo ricordano come una mano e una manna, di Maradona e da Maradona. Se sei tedesco, racconterai una rimonta come se fosse una fiaba: c’era una volta l’Ungheria di Puskas e vinceva due a zero”

 

I protagonisti della finale

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Fritz Walter 

di stefano bizzotto, Giro del mondo in una Coppa [Il Saggiatore – si compra qui]

 

“In un angolo della sala c’era una signora distinta, sorrideva anche lei. Parlava un tedesco fluente, ma i tratti del viso tradivano un’origine diversa: si chiamava Italia, Italia Bortoluzzi. Di origini bellunesi, trapiantata in Germania, era la moglie di Fritz Walter. Mi feci raccontare la sua storia, la loro storia. Lei, professione interprete, lavorava per le truppe francesi di stanza in Germania dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Le era toccata la regione della Renania-Palatinato, in particolare la città di Kaiserslautern, una delle roccaforti del calcio tedesco di allora.

La città non è grandissima, i posti dove passeggiare e incontrarsi sono sempre gli stessi. Il calciatore e l’interprete si conoscono, si piacciono. Lei, Italia, decide che a Belluno può anche tornare solo per le vacanze. Si sposano. Lui è già un giocatore affermato, ha debuttato in nazionale a vent’anni non ancora compiuti, nel 1940, segnando una tripletta nel 9-3 contro la Romania. È una colonna del Kaiserslautern, avrebbe potuto entrare in prima squadra prestissimo, a sedici anni, ma il medico ha posto il veto: troppo gracile. Allora lo hanno sottoposto a una cura ricostituente a base di bistecche. Avrebbe sicuramente fatto parte della Germania al Mondiale del 1942, poi a quello del 1946, invece quei due tornei non si sono mai disputati. Per il ragazzo di Kaiserslautern, gli appuntamenti saltati, alla fine, saranno addirittura tre: in Brasile, nel 1950, i tedeschi non andranno, esclusi per le loro responsabilità nello scoppio della Seconda guerra mondiale. Negare a un giocatore la possibilità di giocare tre Mondiali è come azzerare una carriera. Fritz Walter avrà la pazienza di aspettare il suo turno, il secondo tempo della sua carriera e di un paese intero. Alle soglie dei trentaquattro anni, sarà il più dolce dei risarcimenti per le privazioni passate. Ma prima di arrivare a quel Mondiale ci sono parecchie cose da raccontare. 

… Ormai è conosciuto in mezza Europa, e un giorno riceve un invito per giocare una partita a Parigi. Accetta ma chiede di essere registrato sotto falso nome, Fritz Hack. Nessuno deve sapere, meglio non rischiare. Un giornalista però lo riconosce e pubblica la notizia. La punizione minima sarebbe la destinazione verso qualche remoto teatro di guerra, con possibilità di tornare a casa vicine allo zero, ma è fortunato perché negli stessi giorni il suo battaglione viene trasferito in Sardegna: non c’è tempo per occuparsi dei singoli. Al caldo del Mediterraneo, Fritz Walter si ammala di malaria, un problema che si porterà dietro per il resto della vita. Dopo l’8 settembre, il ragazzo di Kaiserslautern diventa un pacco postale: dalla Sardegna in Corsica, dalla Corsica a Piombino, da Piombino all’isola d’Elba. Dopo qualche tempo, lo convocano al comando tedesco di Portoferraio. La domanda lo coglie di sorpresa: soldato Walter, che esperienze di volo ha fatto? Nessuna. Strano, perché è arrivato l’ordine di trasferirla alla squadriglia di caccia di Jever, in Bassa Sassonia. Dalla fanteria alla Luftwaffe senza nessuna competenza specifica: capirà tutto una volta arrivato a destinazione. Ad accoglierlo trova il colonnello Hermann Graf, amico di Herberger e grande appassionato di calcio. Ha formato una squadra che, quando le circostanze lo consentono, disputa partite amichevoli. Nome: Die Roten Jaeger, «i cacciatori rossi». Rossi perché le uniche maglie disponibili erano di quel colore, ma qualcuno avanzerà addirittura il sospetto che quella squadra fosse una quinta colonna dei comunisti.

… Quello che resta della squadriglia di Fritz Walter viene spedito in Polonia e da lì in Slovacchia. I sovietici avanzano, la capitolazione tedesca è sempre più vicina. «L’8 maggio 1945 entriamo in un campo di prigionia americano. Ci sono già 40 mila persone, gira voce che vogliano consegnarci ai russi». Andrà proprio così. A piedi verso il confine austriaco, i capelli rasati a zero per rendere più facilmente identificabile chiunque avesse l’idea di scappare. Walter ha un attacco di malaria, l’ennesimo: è costretto al ricovero in un sanatorio e poi a 16 giorni di camion fino a Sighetu Marmaţiei, in Romania. Lì vengono formati gruppi di 100 prigionieri che poi partiranno per la Siberia. «Sono fra gli ultimi a essere registrato, mi viene assegnato il numero 1. Con me ne restano altri 34, troppo pochi. Così decidono di farci partire il giorno dopo, quando ne arriveranno altri e si potrà formare un gruppo di 100. Arriva la sera, vedo un paio di persone che giocano a calcio. Sono poliziotti addetti alla vigilanza del campo. Mi arriva la palla sui piedi, la restituisco con una certa eleganza. La scena si ripete poco dopo. Quasi senza volerlo, mi ritrovo a giocare anch’io. Arriva altra gente, si formano due squadre: Polizia contro Ospedale. Mi reggo in piedi a fatica, poi però prevale l’entusiasmo e la voglia di giocare. Nell’intervallo mi sommergono di domande. Spiego che sono un giocatore della nazionale tedesca. A qualcuno torna alla mente un Germania-Ungheria del 1942 a Budapest: partita tiratissima, vincemmo 5-3 e io segnai due gol. Alla fine i poliziotti, soprattutto quelli ungheresi, mi promettono che faranno di tutto per impedire la mia deportazione. I miei commilitoni torneranno dall’Unione Sovietica nel 1949. E nemmeno tutti. Ho giocato tante partite nella mia vita, ho avuto la fortuna di vincere un Mondiale, ma la partita più importante è stata quella nel campo di prigionia di Sighetu Marmaţiei».  

 

Illustrazione da Passione Mondiali – Storia illustrata dei Mondiali di calcio [si compra qui]

 

Ferenc Puskas

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“Accadde nel 1961. Il Real Madrid affrontava sul suo campo l’Atletico Madrid. Appena iniziata la partita, Ferenc Puskas batté una punizione dal limite dell’area ed il pallone si infilò in rete. Ma l’arbitro si avvicinò a Puskas che festeggiava con le braccia al cielo: “Mi dispiace”, si scusò, “ma non avevo fischiato”. E Puskas tirò di nuovo. Sparò di sinistro, come prima, e la palla fece esattamente lo stesso percorso: passò come palla di cannone sulle stesse teste degli stessi giocatori della barriera e andò a depositarsi, come il gol annullato, nell’angolo sinistro della porta di Madinabeytia, che si tuffò esattamente come prima e non riuscì, come prima, neppure a toccarla” –  di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

 

“Tozzetto, ventre di spicco, il ciuffo definitivamente ammansito da severe pomate, Ferenc Puskas mostrava nel ’57 tutti i suoi trent’anni. Fu sufficiente osservarlo una volta sola mentre torniva la sfera di sinistro e spingardava a rete di collo al volo o di controbalzo frustando la palla tangenzialmente, per restituirgli rispetto. Il transfuga ungherese rinacque a Madrid, rivinse e solo a vederlo entrare in campo al fianco di Kopa, Di Stefano e Gento, in tanti della squadra avversa pensarono di girare i tacchi e tornarsene a casa”.- di andrea aloi, Do di Piede [Editori Riuniti]

 

“La vicenda di Ferenc Puskas ricorda quelle degli artisti invecchiati in miseria, e del resto lui è uno di loro. La sua grandezza non si pesa, non ha prezzo perché forse ha troppo valore. Puskas visse un avvenimento che segnò il Novecento, l’ invasione ungherese, in seguito alla quale la grande Honved venne sciolta. Allora il campione si trasferì a Madrid, naturalizzandosi spagnolo. Nel Real, che un giorno gli avrebbe rubato i soldi sotto il materasso possedeva un piede sinistro diabolico e una visione di gioco panoramica, da numero dieci, anche se in area era un attaccante vero” – di maurizio crosetti, Repubblica, 14 ottobre 2005

 

“Nel 2009 la Fifa ha istituito il premio per il gol più bello dell’anno e l’ha intitolato a Ferenc Puskas. Basterebbe questa scelta a descrivere la portata del mito ungherese, ma sarebbe un peccato tacere i numeri: 746 gol ufficiali in carriera, 383 dei quali nelle 367 gare giocate in patria. L’ho incrociato una volta a Budapest, nello stadio che gli hanno intitolato, accudito perché negli ultimi anni era tormentato dall’Alzheimer. Come Gerd Müller. Come se la memoria svanita di troppi gol fosse un destino comune” – di paolo condò, La storia del calcio in 50 ritratti [Centauria, 2019]

 

 ➣  Chi è stato il più grande: Maradona, Pelé, Messi o Ronaldo?

«Tra i quattro scelgo Puskas, detto il Maggiore a cavallo. L’ho visto dal vivo. La gloriosa scuola calcistica ungherese, l’eleganza del football magiaro, la leggenda della Squadra d’oro».

Paolo Conte intervistato da Antonio D’Orrico, Sette, 14 agosto 2020

 

Nandor Hidegkuti

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Jonathan Wilson, La Piramide Rovesciata: “Hidegkuti era quasi universalmente considerato come un centravanti arretrato, anche se questa definizione, figlia principalmente del numero (9) che portava sulla maglia, è decisamente fuorviante e non spiega bene il suo ruolo in campo ed il suo tipo di gioco. Era, nel caso in cui si voglia utilizzare un termine moderno, semplicemente un centrocampista offensivo. «Di solito occupavo la mia posizione attorno al centro del campo, sul lato di Jósef Zakariás» , spiegò proprio Hidegkuti, «mentre Jósef Bozsik sull’altra fascia spesso avanzava fino all’altezza dell’area di rigore della squadra avversaria, e segnava anche un gran numero di gol. Nella linea d’attacco chi segnava di più erano Pu skás e Sándor Kocsis, i due attaccanti interni, che prendevano posizione molto più vicino alla porta avversaria rispetto a come avveniva solitamente con… il W-M. Dopo una breve esperienza con questa nuova disposizione in campo, Gusztav Sebes decise di chiedere alle due ali di arretrare un po’ verso il centrocampo, per intercettare i passaggi che potevano arrivare da Bozsik e da me, e questo accorgimento non fece altro che aggiungere il tocco finale all’evoluzione tattica del nostro modo di giocare».  

 

Mario Fossati, Repubblica, 15 febbraio 2002: “Era stato Hidegkuti a confondere gli inglesi, disorientandoli con una sapiente mimetizzazione (il numero 9 appiccicato alla sua maglia) e agendo da finto centravanti. Fu quello un trucco sublime. La vigilia della partita, Gianni Brera aveva fatto visita al direttore tecnico inglese Winterbottom (ce lo aveva accompagnato il corrispondente della Gazzetta dello Sport, Carlo Ricono). Brera chiese, dunque, a Winterbottom come intendesse fronteggiare il modulo ungherese, detto ad M. L’intervista di Gianni ha fatto storia. Brera: ”Signor Winterbottom, manderà lo stopper centrale dietro al finto centravanti Hidegkuti? Marcherà, i due reali centravanti Puskas e Kocsis coi due mediani centrocampisti?”. Winterbottom: ”Il nostro stopper seguirà Hidegkuti fin quando lo riterrà opportuno”. Domani, disse Brera a Ricono, gli inglesi ne buscheranno sei. Brera titolò, in merito sul giornale. L’indomani, calcio d’avvio a Wembley. «Hidegkuti fa rotolare la palla a Puskas: il ”colonnello” gliela ridà e scatta in linea con Kocsis. Le ali ungheresi si tengono in linea di conserva. Lo stopper inglese viene avanti per incontrare Hidegkuti: ma questi è troppo arretrato: allora fa ”back-pedalling”: avanza intanto Hidegkuti lasciando capire che da un istante all’altro rifinirà per qualcuno. Lo stopper inglese aspetta con tutti i compagni del reparto arretrato. Hidegkuti arriva a sei-sette metri dal limite e spara un destro né molle né ciclopico: la palla vola ingannevole fino all’angolino alto alla destra del portiere e spiove in rete. Sono trascorsi 25 secondi: ho dunque impiegato più tempo io a raccontare questa squisitezza!»”. 

 

Roberto Renga, Il Messaggero, 15 febbraio 2002: “Pensava calcio a velocità sconosciute per i comuni mortali e attraverso itinerari assolutamente vietati al grande traffico. Era come un ingegnere che in novanta minuti costruiva ponti, disegnando traiettorie sconosciute e secondo schemi incomprensibili per gli avversari che perdevano e lasciavano il campo suonati e assolutamente certi di essersi lasciati sfuggire qualcosa. Forse l’ha aiutato la fame, l’infanzia povera col pallone nella culla; forse il lavoro da elettricista e la voglia di arrivare; poi di sicuro l’ingaggio nell’MTK e la spinta del regime che cercava di uscire dalla passione nazionale per il nuoto, la pallanuoto e la ginnastica, assegnando ai giocatori meritevoli gradi e stipendi militari”

 

Roberto Beccantini, La Stampa, 15 febbraio 2002: “Giocava a testa alta, Nandor. Al suo ruolo si sarebbe poi ispirato Bobby Charlton, simbolo dell’Inghilterra campione nel 1966, centravanti ”fiancheggiatore” di Hurst e Hunt: fatte le debite proporzioni, i Puskas e i Kocsis di Alf Ramsey. Anche il Tostao del Brasile mondiale nel ’70 ne aveva adottato la posizione. E persino il Di Stefano della maturità, che di Hidegkuti era di quattro anni più giovane. In Italia, il pensiero corre al Bettega ”regista” d´attacco, undici di maglia ma nove di indole, e al Sormani milanista che, al guinzaglio di Rivera, apriva i varchi a Prati e Hamrin. ”Un goleador altruista, tecnicamente dotato e dal senso tattico fuori del comune”: così l ́ha definito Nils Liedholm. Hidegkuti è stato anche allenatore della Fiorentina e del Mantova”

 

testimoni Boniperti 

➣  Perché l’Ungheria era così favorita?

«Giocava un calcio fantastico. Incontrarla, metteva paura».

 ➣  Hidegkuti centravanti arretrato: era quello il segreto?

«Ma va, questa è un gran balla. Hidegkuti faceva la mezzala, poi c’erano le due ali Kocsis e Czibor che spompavano le difese avversarie e quel fuoriclasse di Puskas che faceva il resto. Tutto sinistro, usava il destro solo per scendere dal letto».

 ➣  E allora come fece a perdere dalla Germania?

«Quella partita è il miglior ricordo del mio mondiale. Dovevo sposarmi, ma restai apposta in Svizzera per andare allo stadio. Dopo otto minuti l’Ungheria era sul 2-0, volevo venire via, sembrava tutto finito. Ma la Germania mise in campo una forza dell’altro mondo, non ci credeva nessuno…».

 ➣  Quanto c’è di vero nelle voci sul doping tedesco?

«Non lo so. Dico solo una cosa: ancora non mi spiego come la Germania riuscì a vincere».

intervista di paolo brusorio, il Giornale, 23 maggio 2006

 

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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

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