I trent’anni del marketing globale di Barcellona. come le Olimpiadi hanno cambiato una città

Madrid è un uomo, Barcellona è una donna. Estremamente presuntuosa

Carlos Ruiz Zafón

 

Il 25 luglio del 1992 si apriva un’edizione storica dei Giochi olimpici, la prima che il CIO allargava ufficialmente agli sportivi professionisti, esclusi i soli pugili e limitata agli Under nel calcio. I primi senza boicottaggi politici dal 1972. I primi con il ritorno del Sudafrica dopo 32 anni di divieto per l’apartheid. I primi senza l’URSS disgregata, con Estonia e Lettonia indipendenti e le altre ex repubbliche riunite sotto il nome di Squadra Unificata. Le prime senza la Jugoslavia, sottoposta alle sanzioni dell’ONU per l’assedio di Sarajevo in corso, con alcuni dei suoi atleti riuniti sotto la bandiera bianca del CIO e con il debutto di Croazia, Slovenia e Bosnia-Erzegovina. Le prime senza la DDR e con la Germania riunificata. Le ultime senza una successiva crisi economica della città e del paese ospitante. Le Olimpiadi che avrebbero cambiato per sempre l’immagine e la storia di Barcellona. 

 

Ai tempi di Nino Sannataro, metà Anni Settanta, le grandi rotte del contrabbando avevano in Napoli, Marsiglia e Barcellona i tre vertici del loro triangolo malavitoso nel Mediterraneo. Nino Sannataro aveva la faccia di Vittorio Mezzogiorno in un lavoro di Giacomo Battiato per la Rai. Ancora li chiamavamo sceneggiati, né serie tv né fiction. Ne Il Marsigliese sfilava tutta la galleria più tipica dei volti di genere, da Corrado Gaipa a Renato Mori. Il protagonista francese del titolo si chiamava Pierre Toriel e visse per tre sere nelle nostre case nel corpo di Marc Porel, attore fulminato giovanissimo da una meningite dopo un po’ di Visconti e qualche poliziottesco. 

 

Tutt’intorno al Marsigliese c’era la realtà, fatta di sigarette, scafi, inseguimenti della Guardia di finanza. In Gruppi criminali a Napoli e Marsiglia, Paola Monzini ha parlato di strutture simili per esiti differenti, di due Stati diversi sotto molti punti di vista, di diversità anche nel radicamento del concetto nei due territori, di  distanza fra strutture del potere politico, economico, nella morfologia sociale. Uno degli studiosi più autorevoli della camorra, Isaia Sales, ha scritto una volta su Limes che a differenza dei clan corso-marsigliesi, essa “trae la sua forza dal radicamento urbano nel sottoproletariato partenopeo. Qualità, quantità e settori dell’intervento regolatore dello Stato nello sviluppo di una città possono fare la differenza”.

 

Il panorama criminale di Barcellona era ancora differente. In un saggio su quartieri popolari e malavita nella città catalana, Luigi Vergallo sottolinea come l’elettrificazione urbana sia andata avanti a lungo molto a rilento. Negli anni Trenta del Novecento copriva solo la metà del territorio. “Barcellona – scrive – era una città dalla spiccata propensione a vivere in società. Il numero delle taverne all’inizio della prima guerra mondiale superava il migliaio e raddoppiava includendovi le botteghe e i caffè economici. Particolarmente vivace era il quartiere del Raval”.

Era il quartiere operaio e il centro della prostituzione. Aggregava militanti politici, piccoli malavitosi, intellettuali. Dice Vergallo che diversamente dal Poblenou e dalla Barceloneta, il Raval “da buon distretto adiacente al porto, contava molti luoghi di alloggio temporaneo, e accoglieva un proletariato picaresco formato da marinai e altri lavoratori itineranti. Vi si respirava un clima bohemien e di marginalità, molto distante appunto da quello operaio più tradizionale di quartieri come Sants e Gràcia. Il paragone era con gli ambienti del porto di Marsiglia. Si registravano al contempo terrore e attrazione”. Era un tempo in cui Jean-Claude Izzo parlava di “un Mediterraneo diviso tra bellezza e violenza, tra due colori: l’azzurro del cielo e del mare e il nero della morte e dell’odio”. 

 

Tra 1915 e 1919 nella sola Barcellona si commettevano 800 delitti sociali. Un servizio dell’epoca del Corriere della sera riferisce che caddero sotto le pistole dei terroristi 151 industriali, 66 capimastri, 440 operai che avevano rifiutato di affiliarsi al sindacato unico, oltre a 78 agenti dell’autorità. A Barcellona si parlava di pistolerismo, terrorismo professionale, con una saldatura tra la violenza politica e quiella di matrice più delinquenziale. 

Nella seconda metà degli Anni Ottanta, Barcellona era considerata la centrale dell’euroterrorismo. Garantiva collegamenti tra le nuove Brigate rosse e i francesi di Action directe. Non solo. Nel 1983 venne fermato in città Antonio Bardellino, il boss della camorra che aveva firmato con Raffaele Cutolo un armistizio per spartirsi le piazze dello spaccio. Il traffico di sigarette era salito di livello. Adesso l’affare era la droga. Mentre la magistratura italiana lavorava per ottenerne l’estradizione, l’avvocato spagnolo del boss raccolse i cinque milioni di pesetas necessari per tornare in libertà. Erano 55 milioni di lire del tempo. 

Assai curiosamente, in quegli stessi anni, Napoli Marsiglia e Barcellona avevano in comune una squadra di calcio da titolo. Victor Sinet, inviato per L’Équipe nell’area mediterranea, costruì un reportage sulle “tre città simili per temperamento della gente, tre città passionali”. Per poco Maradona non chiuse in modo inconsapevole il cerchio, giocando ovunque. Ferlaino non lo lasciò partire per la Francia. 

 

 

Tutt’e tre le città avrebbero avuto nel giro di cinque-sei anni un’occasione di riscatto. Marsiglia per prima. Registrò nel 1986 il primato europeo di crescita tra i grandi porti: quasi il 10% in più dell’anno precedente, nonostante il pauroso calo del tonnellaggio in arrivo e partenza per i paesi del Maghreb, primo cliente. Era il rilancio di una città uscita da uno stato di sfacelo, oppressa dai debiti e dal disordine. Si propose come porta mediterranea dell’Europa. Lo proclamava già da tempo l’allora sindaco Gaston Defferre, ex avversario di De Gaulle sotto la bandiera delle sinistre unite per la presidenza della Repubblica. Marsiglia mise ordine nel vecchio porto, riservandolo al turismo. Avrebbe poi rifatto o restaurato i suoi quartieri più miserabili, restituendo la Canebiere a commerci e passeggio.

Napoli fu la terza a entrare nell’età delle correzioni. Una rivoluzione a basso budget, in dissesto finanziario, ma con l’energia politica e mediatica della prima amministrazione di Antonio Bassolino dal novembre del 1993. I giornali europei lo chiamarono il Rinascimento napoletano. 

In mezzo toccò a Barcellona, e su ben altra scala, in modo così portentoso da scollarsi dal triangolo, fino ad affrancarsi dal passato, fino a darsi una nuova immagine, una specie di Disneyland urbana, un parco giochi senza parco giochi, il posto dove i voli low cost ti portano per l’addio al celibato o al nubilato. 

 

È l’eredità dell’occasione storica dei Giochi, pilotati in città da Juan Antonio Samaranch con un’organizzazione costata 1.678 milioni di euro attuali, in prevalenza spesi per gli impianti sportivi, il Villaggio e i trasporti. Per la sola tangenziale di 35 chilometri che oggi circonda la città fu previsto un investimento da 780 milioni di euro. Nella città della Sagrada Familia, il totem dell’incompiutezza, le opere furono terminate in cinque anni. L’aeroporto ampliò il terminal B e costruì quello A e quello C. Un’operazione che ha consentito di avere 10 milioni di passeggeri l’anno. Il consiglio comunale contribuì alle spese solo per il 2%.

Clara Blanchar su El Pais ha scritto che “anche noi barcellonesi scoprimmo angoli della città che non conoscevamo, come la piscina Sant Jordi per la foto dai trampolini con la città sullo sfondo”. Barcellona si aprì al mare, guadagnò due chilometri di spiaggia, fino ad allora limitata alla Barceloneta. Oggi accoglie cinque milioni di persone all’anno. 

Il Villaggio fu l’occasione per una delle più grandi opere urbanistiche d’Europa. Sui sessantacinque ettari complessivi furono costruiti 2.000 appartamenti per un totale di 264 mila metri quadri di edifici a 6 piani, pronti a ospitare 16 mila persone.

Il nuovo litorale di Poblenou è diventato un esclusivo quartiere residenziale. È da allora che parliamo di modello Barcellona. 

In questi giorni di rievocazioni, El Confidencial scrive che Barcellona 1992 è stata casomai un’eccezione, “un miracolo come è stato spesso descritto. Per 30 anni, gli organizzatori delle Olimpiadi hanno cercato senza successo la replica di un’esperienza dai rischi-benefici crescente”. 

Robert Baade, professore di economia al Lake Forest College, uno dei massimi specialisti mondiali in economia olimpica, ritiene che Barcellona sia stato un caso speciale perché aveva molto di sconosciuto da offrire. Victor Matheson, altro esperto di spicco, racconta: «Quando andavo all’università negli anni ’80, nessun americano sarebbe andato in vacanza in Spagna. Dopo, Barcellona è entrata a far parte di una  lista in cui c’erano Parigi, Roma o Londra. Quattro anni più tardi, Atlanta non sarebbe mai potuta diventare una destinazione turistica, competere con New York, il Grand Canyon o Disneyland».

Barcellona usò l’85% del budget per infrastrutture. Concentrò le riforme su quattro aree specifiche della città, coinvolse architetti e urbanisti. Fu un’esperienza figlia di un tempo e di un luogo particolari. 

Fu un modello irripetibile perché unica era ed è la condizione politica della Catalogna. Pochi giorni prima dell’apertura, il presidente della Generalitat de Catalunya, Jordi Pujol, pronunciò un discorso pubblico vicino a una bandiera con la scritta Freedom for Catalonia. Il Manifesto Indipendentista attribuiva per iscritto la qualifica di traditore a ogni cittadino catalano che avesse collaborato con il governo. Il partito socialista spagnolo chiedeva che questi estremismi venissero banditi, gli altri partiti accusavano i socialisti di essere pronti a pagare un prezzo umiliante pur di ingraziarsi Jordi Pujol e di ottenerne la collaborazione politica. Una campagna pubblicitaria apparve sui principali quotidiani e settimanali internazionali. Due pagine, una dopo l’altra. Nella prima una carta geografica bianca con un puntino nero. Dove si trova questo punto? – veniva chiesto. Nella pagina la risposta: “In Catalogna, naturalmente”. Il puntino era Barcellona. 

 Giuseppe Zaccaria su La Stampa chiedeva “la Catalogna è in Spagna 0 in Europa? E Barcellona, è in Catalogna o no? Sulle Ramblas squadre di operai hanno raddoppiato i vessilli di Catalogna, e pur di procurarseli squadre di funzionari hanno vuotato i banconi del «Corte Inglés», il più famoso grande magazzino di Spagna”. Fu oggetto di una trattativa diplomatica serrata la distribuzione dei posti in tribuna e il loro ordine, per la cerimonia. Carlo Marincovich su Repubblica raccontava di come fosse costretto a chiedere informazioni in catalano e non in castigliano. Gillo Dorfles sul Corriere della sera prefigurava in quei giorni un sorpasso dell’economia spagnola a quella italiana. Siviglia, contemporaneamente, andava preparando l’Expo. E mentre le Olimpiadi mettevano Barcellona sulla mappa del mondo, molti suoi abitanti accusavano le Olimpiadi e il mondo di volerli cancellare da Barcellona. 

Molti urbanisti, economisti e intellettuali si schierarono contro, con la consapevolezza che la città sarebbe stata stravolta da quel successo. 

Per il nuovo disegno delle aree relative al Villaggio e a Poblenou, un complesso progettato dagli architetti Oriol Bohigas, Josep Martorell, David Mackay e Albert Puigdomenech, si è parlato di gentrificazione. Il reddito familiare dei residenti è diventato nel tempo molto più alto della media della città. “Se la media è 100 – ha scritto la ricercatrice  Juana Furió – in questo quartiere siamo a 150, ben al di sopra di quello del distretto, che è a 86,5. I Giochi furono il culmine di un progetto ideato nei primi anni della democrazia per trasformare i quartieri industriali in declino, in una zona di nuova centralità, capace di attrarre la giovane classe media e i turisti di tutto il mondo. Gran parte degli abitanti si sono sentiti delusi, se non traditi, nel vedere che nei quartieri olimpici non sono stati creati alloggi sociali ma di lusso, da cui derivò un grande incremento dei prezzi immobiliari”. 

Chi si oppose allo sradicamento della vecchia Barcellona da Barcellona ricorda che la Legge degli Affitti Urbani del 1985, promossa per porre fine alla proroga forzata dei contratti di affitto e orientare gli spagnoli all’acquisto della casa, è la chiave per capire la crisi abitativa, la scomparsa dei negozi tradizionali, alcuni dei quali centenari, sostituiti da catene di franchising legati all’abbigliamento o la ristorazione. “Le Ramblas sono tuttora poco frequentate dai cittadini di Barcellona che vedono i loro simboli culturali trasformati in un parco tematico da sfruttare”. I palazzi dello Eixample sono alberghi di lusso con i tetti trasformati in solarium con piscina. Il quartiere di pescatori della Barceloneta ha lottato per difendere la sua identità dalla pressione immobiliaria che puntava a farne un’altra Miami Beach.

Manuel Vàzquez Montalbàn, lo scrittore catalano lanciato in Italia negli anni precedenti da Leonardo Sciascia, fu una delle voci contrarie. Pubblicò a puntate su La Stampa un giallo in cui il suo investigatore Pepe Carvalho era alle prese con un sabotatore dei primi Giochi dopo la caduta del Muro. Iniziava così:

 

    Per diciassette giorni la città sarebbe stata occupata da una vasta minoranza di sportivi praticanti e da un’immensa maggioranza di sportivi a parole, pensiero e omissione. Una città occupata da gente piena di salute può diventare addirittura insopportabile e ancor più se per via dei Giochi olimpici la città si è fatta la chirurgia estetica e dal suo volto sono scomparse importanti rughe del proprio passato. Re, Presidenti di Repubbliche probabili, l’insopportabile leggerezza dell’essere di tutti i membri del Cio, ciccioni e ciccione con gli zaini pieni di filosofia olimpica in mezzo ai cannibali e alle loro vittime che guatano alle porte della città, in attesa dei minorati fisici, per rendere poi l’Olimpiade protagonista della pietà pericolosa, nella cornice d’una società che si occupa dei suoi minorati soltanto nel caso che riescano a fare dei gol con ii naso. Carvalho decise di far ricorso a un succedaneo di suicidio metafisico che aveva provato ai suoi tempi di depresso storico. Svuotare un appartamento, chiuderlo a doppia mandata e tapparsi dentro, tutto nudo, collegato al proprio passato e futuro soltanto da un frigorifero pieno di cibi popolari e nutrienti e un prosciutto. … Decise di tapparsi nella casa di Vallvidrera. Bloccare porte e finestre, sigillare persino spifferi e fessure con nastro isolante, restando in tutta la nudità richiesta dall’estate e dall’angoscia, tenendosi appena il piccolo slip richiesto dal senso del ridicolo dopo i cinquantanni. Era giunta la sua ora di rifiutare il consumo di farsa democratica, di misteri sacri delle modernità, della cultura di simulacri alla Walt Disney, e si sarebbe sollazzato con la goduria della propria ribellione, del tutto ignota. – di manuel vazquez montalban

 

Cambiò anche la storia della Spagna sportiva. Dalle quattro medaglie ottenute a Seoul ‘88 (una d’oro, una d’argento e due di bronzo), il medagliere zompò a 22 podi con 13 ori, sette argenti e due bronzi. Un risultato mai ripetuto, ma dalle successive Olimpiadi la Spagna non è mai scesa sotto le 11 medaglie. Ne ha ottenuti 17 ad Atlanta, 11 a Sydney, 20 ad Atene, 18 a Pechino, 17 a Londra, 17 anche a Rio e Tokyo (ma con 3 ori). Il 30esimo anniversario dei Giochi coincide anche con il 30esimo del Sant Cugat High Performance Center, che ha avuto grande influenza sull’Età dell’Oro e i risultati di questi anni. Un boom che è il riflesso dei numeri di Barcellona. Nei cinque anni a ridosso delle Olimpiadi, i posti letto sono passati da 16.000 a 25.000, gli hotel a quattro e cinque stelle sono raddoppiati. Oggi la città riceve 30 milioni di turisti ogni anno, metà in hotel e metà in altri alloggi. Il turismo è diventato la prima preoccupazione di Barcellona. Il quotidiano catalanista La Vanguardia pubblicherà domani un supplemento speciale “sull’evento che ha segnato la storia della città, proiettandola nel futuro a livello internazionale”. 

Per l’invidia di Marsiglia.

È una Napoli che ce l’ha fatta. 

 

 

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