Una comunità è come una nave; chiunque dovrebbe essere preparato a prendere il timone
Henrik Johan Ibsen
◇ Magnus Carlsen è lo scacchista più forte della nostra era. Aleksander Aamodt Kilde è il velocista più spericolato dello sci alpino. Thinges Bo e Klaebo vincono qualsiasi cosa tra biathlon e sci di fondo. Casper Ruud è un tennista da finali di Slam. Erling Haaland è il calciatore del futuro. Viaggio nel sistema sportivo della Norvegia, che con soli cinque milioni di abitanti fu prima nel medagliere ai Giochi invernali del 2018 e ha portato a Tokyo due superman nell’atletica: Karsten Warholm e Jacob Ingebrigtsen. Come fanno?
▻ Magnus Carlsen è l’ingegno, il senno, la strategia, il metodo. Aleksander Aamodt Kilde è l’oscenità dell’audacia, l’insolenza della velocità oltre ogni rischio. Casper Ruud è il caos calmo, l’energia dentro la flemma, la potenza di un dritto nella pazienza di un palleggiatore. Erling Haaland è la brutalità norrena, la ferocia che si fa calcio. La carta geografica dello sport norvegese ha tutti i colori possibili, dal bianco della neve al rosso della terra battuta. Due dei campioni che l’atletica leggera può candidare a personaggi nel dopo Bolt vengono da qui, l’ostacolista Karsten Warholm, primatista del mondo, il ragazzo che si schiaffeggia prima di partire, e Jacob Ingebrigtsen, il più forte di tre fratelli, capace di spezzare l’egemonia degli africani nel mezzofondo olimpico.
Da oggi sulla scena c’è Magnus Carlsen, 31 anni a fine del mese, a Dubai per difendere il titolo mondiale contro il russo Ian Nepomniachtchi, dal quale spesso perdeva da ragazzino. Il New York Times ha raccontato ieri come Magnus sia già diventato molto di più di un qualunque altro campione di scacchi del passato. Aveva 16 anni quando i genitori, Henrik e Sigrun, aprirono una società per gestire le sue vincite. Oggi ha accordi di sponsorizzazione con il sito di scommesse Unibet, con la compagnia idrica norvegese Isklar, con lo studio legale Simonsen Vogt Wiig. Il cuore delle sue attività imprenditoriali si chiama Play Magnus, una società fondata otto anni fa e progettata in principio come un’app per consentire agli utenti di imitare il suo stile di gioco. Ha diversificato le funzioni, ora include un sito di gioco online, piattaforme di insegnamento, corsi di formazione, pubblicazioni in digitale e libri di carta. Ha quattro milioni di utenti registrati, 250 dipendenti e una quotazione in borsa a Oslo per un valore di mercato di 115 milioni di dollari. Play Magnus ha organizzato durante il lockdown 10 tornei online con un montepremi di un milione e 600 mila dollari. Hanno partecipato i 44 migliori giocatori al mondo, compreso lui. Così gli sponsor si sono messi in fila per esserci, tra cui la società di intelligenza artificiale Meltwater, la FTX (criptovalute) e Mastercard. Il tour ha avuto 115 milioni di visualizzazioni in diretta e 29 milioni di ore di video guardati ondemand. A febbraio si riparte.
Il Guardian ha scritto che il suo più grande vantaggio rispetto agli avversari consiste nel fatto che loro vogliono vincere, Carlsen ne ha bisogno.
In una intervista uscita ieri mattina su El País, Carlsen ha detto che il mondo oggi ha più che mai ha bisogno di un gioco che insegni a pensare, «perché la vita che conduciamo non incoraggia a farlo. Intendo la fretta, l’uso improprio dei social network, la quantità di messaggi che arrivano ovunque e ai quali dovresti rispondere. La stragrande maggioranza della popolazione norvegese ora rispetta gli scacchi e incoraggia i propri figli a giocare. Se devo citare solo una qualità che gli scacchi sviluppano, direi: il processo decisionale. Nella vita devi prendere delle decisioni di continuo. Il giocatore di scacchi ne prende molte in ogni mossa, non solo per farne una, ma anche per scartare tutte le altre. Ed è sempre molto consapevole che il tempo stringe. Sai che è impossibile avere tutte le informazioni necessarie per la decisione perfetta, si fa una sintesi. È molto significativo ciò che accade spesso ai giocatori d’élite: anche se ci offrono il doppio del tempo per pensare, la mossa che scegliamo non è migliore di quella fatta con più fretta. Questo indica che abbiamo sviluppato la capacità di prendere decisioni con informazioni incomplete e sotto pressione. Nei giorni in cui non gioco, cerco di disconnettermi per gran parte della giornata. La chiave della mia preparazione psicologica durante un Mondiale è cercare di dimenticare che sto giocando un Mondiale».
Una leggerezza tipica della cultura norvegese e del suo sistema sportivo. Due anni fa se ne occupò Tom Farrey per il New York Times, dopo aver scritto un libro che esaminava il panorama mondiale del reclutamento degli sport tra i giovani. Voleva sapere come avessero fatto gli Stati Uniti a diventare una superpotenza sportiva mondiale, pur producendo una popolazione così fisicamente inattiva. Farrey cercava modelli alternativi e si imbatté in quello norvegese.
“Immaginate una società in cui il 93% dei bambini cresce praticando sport organizzati. Dove i costi sono bassi, le barriere economiche all’ingresso poche e dove gli adulti non iniziano a dividere i deboli dai forti finché i bambini non sono cresciuti, non si sono sviluppati fisicamente del tutto e non hanno manifestato con chiarezza i loro interessi. Sto parlando della Norvegia”.
Alle ultime Olimpiadi invernali di Pyeongchang, questo paese di cinque milioni di abitanti prese il primo posto nel medagliere: 14 ori, 39 podi in tutto. Gli USA si fermarono a 23.
La Norvegia ha un documento che difende i diritti dei bambini nello sport. Una dichiarazione scritta nel 1987 e aggiornata nel 2007 dal comitato olimpico e paralimpico. “Ai bambini devono essere garantite opportunità di partecipare alla pianificazione e all’esecuzione delle proprie attività sportive. Possono decidere da soli quanto desiderano allenarsi e possono persino rinunciare alle partite, se vogliono solo esercitarsi. Vogliono cambiare club a metà stagione? Nessun problema. Possono passare al club rivale la prossima settimana, se lo desiderano”.
Inge Andersen, ex numero 1 della segreteria generale della confederazione, dice che «crediamo la motivazione dei bambini sia molto più importante di quella dei genitori o dell’allenatore. Siamo un Paese piccolo e non possiamo permetterci di perderli solo perché lo sport non è divertente».
Tutte le 54 federazioni sportive hanno votato per adottare la Carta e rispettare i diritti dei bambini nello sport. Non possono partecipare a nessun campionato nazionale prima dei 13 anni e nessun campionato regionale prima degli 11. La violazione delle regole da parte di una federazione o di un club comporta l’esclusione dai sussidi governativi, generati dai proventi delle scommesse sportive e altri concorsi.
In questo modo è cresciuto Anders Mol, una delle grandi sorprese dei Giochi di Tokyo, l’oro nel beach volley di un Paese della Scandinavia. I suoi genitori giocavano a pallavolo in Nazionale. Lui non aveva compagni di gioco nel suo remoto villaggio lungo i fiordi più occidentali. Suo padre portò al paese la sabbia con una chiatta dalla Danimarca. Oggi dice che il ritardo nel poter giocare delle partite vere ha acceso un fuoco dentro di lui, mentre nella sua infanzia ha trovato spazio per praticare altri sport che hanno favorito il suo atletismo completo.
Il New York Times sottolineava come in Norvegia i ragazzi non hanno bisogno di inseguire borse di studio perché l’università è gratuita, come l’assistenza sanitaria per i giovani. “Lo sport non è visto come una via d’uscita da un quartiere difficile”.
Ulla Gjeset Schjølberg su Science ha accreditato questa lettura dei fatti, magari la riprendiamo domani.
I norvegesi siete voi. I norvegesi siamo noi, la Norvegia è unita, è una, alla Norvegia appartengono tutti gli esseri umani che ci vivono per quanto diversi tra loro possano essere. I norvegesi vengono dal nord della Norvegia, dalla Norvegia centrale, dal sud della Norvegia e da tutte le altre regioni. Sono norvegesi anche coloro che sono venuti dall’Afghanistan, dal Pakistan e dalla Polonia, dalla Svezia, dalla Somalia e dalla Siria. I miei nonni vennero qui emigrando dalla Danimarca e dall’Inghilterra centodieci anni fa. Non è sempre facile dire da dove veniamo e di che nazionalità siamo. La casa è il luogo dove batte il nostro cuore, e non sempre può essere confinata all’interno delle frontiere nazionali. Sono norvegesi ragazze che amano altre ragazze, ragazzi che amano altri ragazzi, e ragazze e ragazzi che si amano tra loro. I norvegesi credono in Dio, in Allah, in tutto o in nulla. | Re Harald V di Norvegia