E dopo la Sampdoria vinse Caserta

  ▻  Non avevano mai vinto prima, non avrebbero più vinto dopo. Sono stati gli ultimi scudetti eretici di calcio e basket. La domenica del 19 maggio di trent’anni fa venne il momento della Sampdoria, “come irresistibile anomalia dentro al sistema – dirà Giorgio Porrà nel suo speciale su Sky – trionfò col sorriso, con la spregiudicatezza dell’outsider, sovvertì l’ordine costituito, sorprendendosi lei stessa di tanta, spudorata improntitudine”. Il martedì pomeriggio toccò in maniera persino più sorprendente alla Phonola Caserta, il primo scudetto al sud, qualcosa di paragonabile a ciò che avevano fatto Gigi Riva e il Cagliari nel 1970. Toglievano il titolo rispettivamente al Napoli e a Pesaro, così Gian Paolo Ormezzano su la Stampa scrisse: “Questa faccenda della mappa italiana degli scudetti negli sport di squadra è pericolosa: si decide che c’è una novità sostanziale, una rivoluzione, e dopo due anni le cose tornano come prima. Il calcio aveva lasciato intendere lo spostamento al Sud, con l’impresa tricolore romana e per due volte napoletana, ed ecco la prima volta nella storia, la Sampdoria. Vincono le squadre di due località in cui il grande sole storico è un altro, cioè il Genoa e il Napoli. Ma andiamo piano a parlare di tendenza, l’anno prossimo magari lo scudetto del basket torna al Nord, quello del calcio va a Foggia. Ogni novità è da applaudire. Più che mai quelle di Sampdoria e di Caserta: anche perché qui non c’è un investimento repente di miliardi, come faceva il Giovanni Borghi quando con quattro assegni l’anno rendeva Varese capitale del basket, del ciclismo, del tennis e del pugilato: c’è invece un apprendistato alla scuola degli entusiasmi ma anche delle delusioni”.

Intorno alla Sampdoria, tornata in serie A solo nel 1982, già tirava un’aria di giudizi che tendevano a inchiodarla dentro una condizione da incompiuta. Eppure aveva vinto tre volte la Coppa Italia, aveva giocato due finali di Coppa delle Coppe, una delle quali portata a casa. Peggio ancora Caserta, che s’era fatta battere sei volte in una partita decisiva per qualcosa, le finali di Coppa Italia 1984 e 1989, la Korac 1986, per gli scudetti 1986 e 1987, la Coppa delle Coppe ancora del 1989. Quando Dražen Petrović con la maglia del Real Madrid volle segnarne appena 63 tutti in una volta, per il 117-113 al supplementare.

Erano belle ma senza scudetto e tutta quella bellezza – chissà perché – pareva sprecata. 

È bello che a vincere non siano sempre gli stessi

Franco Marcelletti

 

 

Le società 

 

I Mantovani e i Maggiò

  Fu quello il momento in cui Caserta cercò una svolta. Giovanni Maggiò, cavaliere del lavoro, aveva costruito il palazzetto dello sport che porta il suo nome. L’ultima partita vista, poco prima della morte, era stata la finale dell’87 persa contro Milano. Suo figlio Gianfranco aveva così ereditato a 34 anni sia la Juve Caserta sia l’impresa di costruzioni, avvertendole come un doppio obbligo morale nei confronti di suo padre. Aveva allora richiamato al suo fianco Giancarlo Sarti, il general manager che aveva contribuito a creare il settore giovanile dal quale venivano sette giocatori della prima squadra. Per correggere la rotta delle finali perse, la prima decisione di Sarti sembrò parecchio audace, per non voler dire una cosa da pazzi. Privarsi di Oscar, il micidiale marcatore sul conto del quale si potrebbe dire tutto solo citando il soprannome che gli avevano dato nel suo Brasile. Mão Santa. La mano santa. Mille punti in cinque edizioni alle Olimpiadi, 55 contro la Spagna in una sola partita (1988), sei volte capocannoniere della serie A. Sarti aveva giudicato che il suo peso specifico nella squadra finisse per limitare gli altri meccanismi. Dopo otto stagioni Caserta si era separata da lui, una stella su cui Dan Peterson da Milano non nascondeva pensieri simili: «Segna cinquanta punti quando te ne servono cinquantuno». Non solo. Con Oscar venne congedato anche il bulgaro Glouchkov, il primo giocatore dell’est a essere chiamato in NBA. Era un rischio, fu un trionfo. 

La famiglia Maggiò era diventata così il contraltare cestistico e meridionale di Paolo Mantovani, non certo per la stessa disponibilità economica del petroliere, ma per una decisa inclinazione a vedere in anticipo qualcosa che non c’era, a intuire una strada per raggiungerla. Di Mantovani, romano, si raccontava che fosse tifoso della Lazio. Aveva trasferito il suo ufficio alla Cameli Petroli nella sede di Genova. L’amore per la Sampdoria era nato da una grossa delusione nei confronti del Genoa. Ricoverato al Gaslini per una appendicectomia, aveva sottoscritto un abbonamento biennale, chiesto ai tifosi dal presidente Giacomo Berrino per non cedere Meroni. Quando si rimangiò la promessa, Mantovani portò la sua simpatia sull’altra sponda. Suo figlio Enrico ha poi raccontato: «I primi assaggi di Sampdoria a casa nostra li portò la signora Gianna, la donna che stirava le camicie di mio padre. Abitava in Scalinata Montaldo e tutte le domeniche accompagnava noi bambini allo stadio. Papà diceva di essere laziale ma io non l’avevo mai visto tifare». Era invece stato, dicono i biografi, addetto stampa della Sampdoria dal 1973 al 1976, sotto la presidenza dell’armatore Glauco Lolli Ghetti, lasciandolo dopo una contestazione allo stadio e perché non condivideva il modo di gestire la società. La leggenda vuole che classificasse in un archivio tutti i giornalisti, stilando su di loro giudizi e pagelle.  

 

Anche Mantovani come i Maggiò aveva costruito la squadra intorno a un blocco di giovani, preoccupandosi di proteggerne la crescita. Aveva comprato Roberto Mancini diciottenne dal Bologna e Gianluca Vialli ventenne dalla Cremonese. Aveva provato a prendere anche Franco Baresi ventiduenne nel 1982, offrendo quattordici miliardi al Milan, come racconta Franco Esposito nel libro Nel nome del padre del figlio e dello sport (Absolutely Free). La Samp sarebbe riuscita a tenersi i suoi gioielli gemelli fino al 1997 e al 1993, quando nel frattempo era arrivato il neo-calcio. “Non meno generoso che garbato e civile – scrisse Gianni Brera su Repubblica – dotato di tanto humour quanto basta a non varcare i limiti del fair play e della misura. Se mai Paolo Mantovani ha peccato per tifo, lui solo può saperlo, e chi ne gode i segreti favori (se è vero che la rendita dei suoi ingenti capitali supera il miliardo quotidiano). Comunque sia o no smisurata, la ricchezza non ha mai impedito a Mantovani di comportarsi con deliziosa cortesia”. 

 

Le coppie di gemelli 

 

Vialli-Mancini e Gentile-Esposito

  Vialli e Mancini, Mancini e Vialli. Trentuno gol in due sui cinquantasette complessivi. Uno capocannoniere con il brevetto sul tiro in diagonale, l’altro deputato alle magie, quelle vere, come un colpo al volo al San Paolo che è tra i quattro-cinque gol più belli nella storia della serie A. Di quella squadra Candido Cannavò sulla Gazzetta dello sport scrisse: “Se mi chiedessero di indicare, tra le tante, una delle virtù di questa divina creatura calcistica che felicemente plana sulla Genova sampdoriana, io avrei una risposta pronta: la bellezza. Sì, è vero, è difficile trovare uno scudetto che non sia bello: per la gioia che ti dà, per le sofferenze che è costato, per gli avversari che hai battuto, per tutto ciò che esso significa in un’Italia innamorata del calcio. Ma questo a qualcosa di diverso: è già nato bello, poi strada facendo è diventato bellissimo. E persino nella febbrile domenica della prima volta attesa da una vita, l’epica della conquista è stata sovrastata dalla dea della bellezza. Penso che la vera festa della Samp sia stata ieri quella sinfonia di gioco che la squadra ha offerto come sintesi della sua sublime stagione”. 

 

  Esposito e Gentile erano la loro proiezione nel basket. Con la differenza che si trattava di ragazzi di casa, nati e cresciuti a Caserta, e da Caserta partiti per poi vincere nel mondo. Enzino sarebbe diventato il primo italiano nella storia a segnare un punto in NBA. «Il primo sport a cui mi sono approcciato è stato il nuoto. Ma ero fisicamente gracile – ha raccontato in un’intervista a Luciano M per The Shot – mi ammalavo spesso dentro l’acqua, soprattutto in inverno. Allora mio padre decise di portarmi verso sport più asciutti, provai con il basket e mi accorsi che era una disciplina molto adatta a me. Ero coordinato, atletico, veloce. A 10 anni, le cose che per i miei coetanei erano complicate, a me venivano facili, facevo tutto in modo naturale». 

Descrizione per chi l’ha visto e per chi non c’era. Un attaccante puro, un realizzatore più che un tiratore, uno che attaccava il ferro, entrava in penetrazione, con una straordinaria capacità di essere letale pure col difensore addosso. In America, sono di nuovo parole sue «mi accorsi subito che era un altro mondo. Mi trovai a dover marcare Clyde Drexler, che giocava guardia-tiratrice. Alto oltre 2 metri, pesante quasi 100 Kg. Alla prima azione mi portò spalle a canestro e io ebbi la sensazione di dover scivolare lateralmente contro un trattore lanciato in discesa». 

Il mancino Nando era il capitano da quando aveva 16 anni, un playmaker già al nono campionato in serie A quando vinse lo scudetto, eppure ancora giovanissimo. Su Superbasket Dan Peterson lo ha definito “con mezzi atletici da NBA, grande palleggiatore e passatore, dotato di super 1 vs 1, capace di fare un tap-in schiacciato, con grande tiro da fuori, mani veloci e ottimo difensore. Mike D’Antoni l’ha definito uno dei difensori che gli dava più fastidio. Solo un grave infortunio al ginocchio gli ha accorciato la carriera. Poteva giocare in NBA ai vertici della carriera? Assolutamente sì”. 

A suo tempo veniva attribuito a Peterson un giudizio su Gentile assai diverso: «Tira quando deve passare, passa quando deve tirare». Ma forse è uno scherzo della memoria o una di quelle frasi troppo belle per essere guastate dalla verità.

Gentile attraversava davvero piccoli stadi di una partita a quel modo suo. Diventava un estraneo. Fino a quel momento aveva avuto un rapporto con la Nazionale fatto di molte incomprensioni, un po’ alla Mancini, come scrisse Walter Fuochi su Repubblica per via di “quei lontani sospetti di rovinosa presunzione” e per “quel solo modo irrazionale di giocare”. In maglia azzurra, raccontava il giorno dopo lo scudetto, “Gentile non ha mai convinto, relegato ai margini di una squadra che coltiva un altro basket, autocensurando da solo i suoi slanci per farsi accettare. E sbagliando, perché il Gentile col freno a mano e senza l’impeto della sua leadership è un fratello pallido e inutile di Gentile”.

Ma il mese dopo era medaglia d’argento agli Europei, un torneo perso dall’Italia in finale a Roma contro la Jugoslavia, finendo nel quintetto ideale come miglior play accanto a Nikos Galīs, Toni Kukoč, Antonio Martín e Vlade Divac. Avrebbe poi vinto uno scudetto a Milano, tre in Grecia al Panathinaikos e una Coppa dei Campioni con Obradovic. 

 

Gli allenatori

Vujadin Boskov e Franco Marcelletti

  Due scommesse in fondo, ciascuna a modo suo. Boskov aveva vinto due campionati al Real Madrid e perso una finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool, ritrovandosi cinquantatreenne sulla panchina dell’Ascoli in corsa, in autunno. Per dire la capacità d’attrazione della serie A nel 1984 – con Maradona, Platini, Zico, Socrates e Rummenigge. Non si erano salvati ma era rimasto in B per la promozione immediata, come direttore tecnico, perché gli stranieri non potevano andare in panchina. La Samp lo aveva preso proprio nell’anno in cui la regola era cambiata. Era figlio di un falegname di Novi Sad e in fondo faceva pure lui l’artigiano, un Mastro Ciliegia dagli occhi piccolissimi che si accendevano con poco. Aveva una sua idea dell’ordine: «Italia ha bisogno di poliziotti olandesi. Poliziotto olandese è poliziotto più cattivo del mondo». 

Boskov era un mondo con le sue frasi cult. Quando alcuni anni dopo passò da Napoli, mostrò uno strano modo di sostenere che la sua squadra non potesse perdere. «Napoli non può perdere in Bari. Bari ha trecentomila abitanti, Napoli un milione di abitanti». E così era per Vicenza, Cremona, Padova, Piacenza, Bergamo. Ovviamente non poteva perdere neppure in Roma o in Milano, perché «Roma y Milano y Torino hanno due skvadre, in Napoli hay una sola skvadra». 

Anche Genova aveva due skvadre. «Se io slego mio cane, anche lui gioca meglio di Perdomo». Che stava di là.  “Oh, quante gliene sono state dette. È superato – scrisse Candido Cannavò per celebrarlo dopo lo scudetto – ignora la tattica, è l’anello debole della catena, non conta nulla, il presidente lo manda via. Oggi non c’è chi non debba fare ammenda di tanti luoghi comuni. Non ha mai venduto fumo, ha mostrato bravura, intelligenza e buon senso e ha sempre lasciato il proscenio ai suoi campioni. Forse per questo è stato frainteso”. 

Anche Massimo Fabbricini sul Corriere della sera scrisse: “La solita storia. La delegittimazione di Boskov e dei suoi meriti riesce a stare in piedi anche il giorno dopo. È vero o non è vero che la svolta s’è avuta nel giovedì dopo Lecce, in quella cena segreta a Rapallo organizzata dai giocatori in cui fu siglato un patto d’acciaio? È vero che il protocollo prevedeva l’accantonamento di Mikhailichenko? Sbuffa, ma non sbraita Vujadin. Cene ne fanno tante, fu una di quelle”.

Secondo Gianni Brera, Boskov “seppe reggere la critica ostentando la calma dei forti. Il ritorno alla forma di Stradivialli deve considerarsi il suo capolavoro. Meno liliali i rapporti con Mancini, il cui genio capriccioso abbisognava e abbisogna di particolare comprensione”.

 

Il coraggio a Caserta era stato finanche superiore e una linea slava in fondo attraversava anche la sua panchina. Dove sedeva Franco Marcelletti, pure lui come Esposito e Gentile, fatto in casa. Era stato il vice di Boscia Tanjevic – montenegrino per nascita a Pljevlja, 400 km dalla Novi Sad di Boskov, profondamente jugoslavo nell’anima – finché non se ne era andato a Trieste, più vicino a casa, tentato dal progetto Stefanel, poi fuso con i passi dell’Olimpia Milano. Tanjevic aveva dato a Caserta consapevolezza, Marcelletti l’aveva annaffiata nell’ombra. Se sette titolari su dieci venivano dal settore giovanile, significava che li aveva creati lui. 

“Un grande insegnante – per Dan Peterson, sempre su Superbasket – e molti dei suoi giocatori sono andati in Nazionale: Fernando Gentile, Vincenzo Esposito, Sandro Dell’Agnello, Pietro Generali, Davide Bonora, Alessandro Frosini, Matteo Nobile, Gregor Fucka, Giacomo Galanda, Marco Mordente e Nicolò Melli. La lista di quelli che hanno vinto lo Scudetto giovanile, lo Scudetto Serie A, una promozione e la Coppa Italia è corta. Il suo Scudetto del 1991 è stato il suo capolavoro ma ogni suo lavoro è stato un quadro di dettagli perfetti”. 

Leonardo Iannacci su l’Unità dell’epoca scrisse che con lui “la squadra che ha dimostrato sul campo di essere più spregiudicata, più incosciente ma – al contempo – più sicura di sé nell’amministrare il vantaggio”. Franco Marcelletti era allora “il generale troppe volte criticato che ha gustato finalmente il dolce sapore della vittoria dopo tante finali sfortunate, alcune buttate via, altre perse malamente per imperizia e inesperienza dei suoi giocatori”.

Gli stranieri

  Come s’usava all’epoca, nel calcio erano tre e nel basket due. La Sampdoria aveva lo jugoslavo Srečko Katanec non già sloveno e spesso infortunato, l’ucraino ancora sovietico Oleksij Mikhailichenko, a un certo punto della stagione emarginato – si disse – per un patto tra la squadra e Boskov, e di fatto il solo Toninho Cerezo, già campione con la Roma nove anni prima. Gigi Garanzini sul Corriere della sera così giudicò la sua stagione: “Le stampelle su cui è ridotto a muoversi assecondano ormai sempre meno gli impulsi che il suo finissimo cervello calcistico continua a trasmettere. Ma è tale la classe che anche la precarietà di coordinazione finisce per rappresentare una risorsa”. Per il resto: se Caserta aveva avuto per tutto l’anno un mostruoso Sandro dell’Agnello, la Samp aveva potuto contare su Pagliuca (“un portiere dal rendimento regolare a livello medio-alto” sempre Garanzini), su Dossena (“ala di raccordo, terzino di tamponamento, regista a 360 gradi, persino punta”), su Vierchowod, Pari, Mannini.

 

  Dopo la separazione da Oscar e Glouchkov, Caserta si era data proprio quell’anno più tradizionalmente a due americani. Sarti e Marcelletti avevano iniziato a girare le Summer League e avevano subito trovato l’accordo con Tellis Frank, un’ala grande reduce da tre stagioni in A. Anni dopo il coach avrebbe raccontato che il progetto di partenza era prendere Elden Campbell. «Era stato scelto al draft dai Lakers, ma allora c’era un mercato libero ed i giocatori potevano accasarsi dove ritenevano opportuno, mentre oggi quando vieni selezionato hai già un contratto fisso in base al numero della scelta con cui vieni selezionato. Così lo portammo a Caserta e si allenò per una settimana con noi. Gli facemmo un’offerta e, appena a Los Angeles lo seppero, gli fecero subito una controproposta che accettò. Con lui avremmo avuto ancora più talento, anche se probabilmente poi con Tellis Frank diventammo una squadra più coesa e meglio amalgamata».  

Mancava un centro e a Caserta ne proposero uno di 2 metri e otto. Aveva giocato due stagioni così così con i New Jersey Nets. Era Charles Shackleford. “Come mai l’NBA – racconta Davide Giudici su La Giornata Tipo – si lascia sfuggire un centro così giovane e promettente? La risposta sta nella reputazione, che non è delle migliori: proviene da un quartiere malfamato, frequenta esclusivamente gentaglia e gira voce che ai tempi del college a North Carolina State University si sia venduto una partita in cambio di una discreto gruzzolo. E tutti dicono che sia pigro e svogliato, oltre che un gradasso. Al termine di una gara, intervistato dalla ESPN, afferma: “Tirare di destro? Tirare di sinistro? Non fa differenza, sono anfibio…”. Ma è stato allenato da Jim Valvano, un guru della NCAA, e a Marcelletti questo già basterebbe. In più lo conosce, lo aveva già impressionato durante una sua precedente tournée estiva. Quel ragazzone, oltre che un gioco sorprendentemente verticale per quegli anni, ha un tocco morbidissimo sia di destro che di sinistro, una discreta mano dalla media e un’ottima propensione per il rimbalzo. Quando Enzo Esposito lo vede per la prima volta non crede ai propri occhi. Lui, che già sognava l’America, dopo anni di slavi, bulgari e brasiliani, finalmente si trova in squadra un americano con tutti i crismi, a partire da quel taglio di capelli alla Dominique Wilkins. Sembra uscito direttamente da Do The Right Thing di Spike Lee o da un videoclip dei Public Enemy”. 

Così finì che Enzino andò dal barbiere a farsi lo stesso taglio e non fu il solo a Caserta. Dove scoppiò la Schack-mania e dove è ancora dolcissimo il ricordo di Charles, morto in povertà nel 2017. 

 

la finale scudetto

  Caserta aveva eliminato i campioni in carica di Pesaro ai quarti di finale, la Virtus Bologna in semifinale e andò a giocarsi la decisiva gara-5 al Forum di Milano, dove l’Olimpia di Mike D’Antoni era imbattuta. Caserta in tre minuti era avanti 0-9, Milano fece canestro dopo sette tentativi (2-15) ma piazzò un controbreak di 12-0 in 3 minuti, sorpassò con una tripla di Ambrassa (29-25) e andò sotto di sei al riposo. A quel punto accaddero due cose. La prima: infortunio al ginocchio di Esposito. Che si rifiutò di andare in ospedale, volle restare a bordo campo per vedere la fine e regalò a Franco Lauro in diretta RAI una frase che fece la gioia di blob per molte sere: «Non me ne frega un cazzo del ginocchio». La seconda: il risveglio di Gentile. Quando Vincent aveva riportato avanti Milano, il play decise di mettere il suo nome sullo scudetto, piazzando due triple memorabili dopo il 4/15 al tiro che aveva fin lì. Roberto Perrone sul Corriere della sera raccontò: “Mike D’Antoni è la materializzazione di un ricordo scolastico, il suono di una poesia diventato un volto. Arsenio, lo chiamavano, per quella sua capacità di sottrarre i canestri con destrezza, di fuggire sui tetti del basket, lasciando un piccolo grande segno perché si rammentassero di lui. Sono bastati quaranta minuti effettivi di pallacanestro, ad Arsenio hanno portato via l’imbattibilità casalinga e il suo sogno: trasformarsi da giocatore vincente in allenatore vincente”.

 

Guido Ercole su la Stampa scrisse: “Lo scudetto scende meritatamente a Sud, a Caserta, e si appiccica sulla maglia di una squadra che, un po’ come la Sampdoria nel calcio, ha vinto il suo primo tricolore contando soprattutto sugli italiani, sui Gentile, Dell’Agnello ed Esposito, chiedendo agli americani di mettersi, umilmente e generosamente, al servizio del collettivo. A Milano l’onore delle armi per i giocatori e la vergogna per i soliti teppisti che, dopo aver investito con lanci di monete i tifosi casertani prima dell’inizio della gara, negli ultimi minuti hanno sfogato il loro livore frantumando e gettando le aste delle bandiere e poi, in un indegno crescendo, lanciando in campo fumogeni e bottiglie, fino a servirsi degli estintori per completare la loro battaglia. Inutile, quasi dannosa, la carica della polizia per sgombrare il campo, quando non erano state prese né da parte delle forze dell’ordine né dalla società, adeguate misure di prevenzione. E anche sotto questo aspetto Caserta ha vinto, in precedenza, la sua finale. Peccato soltanto per l’epilogo: la Phonola avrebbe meritato una festa completa”.

Mario Orfeo su Repubblica sottolineò “la dimostrazione che con il lavoro e il sacrificio si riesce a sopperire anche alle più modeste disponibilità economiche. Caserta la nobile, città aristocratica e operosa, ha settantamila abitanti di cui mille hanno familiarità con il pallone a spicchi e il canestro. Nella proporzione tra residenti e praticanti è ai vertici nazionali. Ugualmente alta è la percentuale in provincia, dove le società nascono con un ritmo da boom demografico”.  

 

E alla fine sì, aveva ragione Gian Paolo Ormezzano, dopo due anni le cose tornano come prima. Anche dopo uno solo. Lo scudetto del basket davvero riprese la via per il Nord, a Treviso. Quello del calcio no, non andò a Foggia. Nemmeno gli altri trenta successivi. Né a Foggia né in un nessun altro posto all’infuori di Milano, Torino e due volte Roma. La Sampdoria è retrocessa altre due volte. La Juve Caserta non esiste più. C’è un’Academy che porta il suo nome. 

 


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A cura di Angelo Carotenuto.

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