


Julen Lopetegui è alla sua terza esperienza mondiale, una nuova sfida dopo le esperienze deludenti del 1994 e 2018. Nel 1994 era il terzo portiere della Spagna, nell’anno della famosa gomitata di Tassotti a Luis Enrique. Due settimane prima del Mondiale si distrugge la schiena con due ernie del disco. Chiama il leggendario e burbero cittì Javier Clemente dicendo: “Mister, non posso venire, non riesco a stare in piedi”. Clemente, con il tipico fatalismo basco, gli risponde: “Ma va, non fare lo scemo. È impossibile che Zubizarreta prenda l’influenza proprio adesso”. Lopetegui va al Mondiale per fare numero. Dieci minuti dopo l’inizio della prima partita, Zubizarreta prende l’unico cartellino rosso della sua carriera. Entra la riserva Cañizares, gioca da dio e scavalca Lopetegui nelle gerarchie per sempre. Julen passa il Mondiale a guardare le partite bloccato dal dolore a fianco della panchina. Ancora non poteva immaginare cosa sarebbe accaduto a Russia 2018. Lopetegui è il cittì di una Spagna imbattibile da due anni. A un giorno dall’inizio del Mondiale, commette l’errore di accordarsi con il Real Madrid per il dopo-torneo. Il presidente della federazione Luis Rubiales la prende malissimo e non essendo ancora andato in giro a baciare calciatrici ha ancora il potere di licenziarlo in tronco all’alba, a 24 ore dal debutto. Lopetegui viene rispedito in Spagna da solo su un volo di linea, piangendo in aeroporto per quello che definirà “il giorno più triste della mia vita”. La Spagna, senza di lui, crolla.
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