

La faccia di Emmanuel Sanon è sui murales di Bel Air a fianco dei giganti della storia come Fidel Castro, Che Guevara e Dessalines. Quando morì nel 2008, ricevette i funerali di Stato. Aveva segnato un gol ai Mondiali, e lo aveva segnato a Dino Zoff. Quel gol spaventò per qualche minuto l’Italia e fu il segnale profetico dell’Azzurro Tenebra. Chiuse l’imbattibilità di Zoff e fece sentire Haiti al centro del mondo. Garry Pierre-Pierre, il fondatore dell’Haitian Times, ha raccontato quell’episodio come un momento di sollievo durante la dittatura di Duvalier. “Per un fugace istante, la morsa della dittatura si è allentata. La gioia si è riversata in strada. La nostra casa esplose di gioia. In tutta Haiti, migliaia di salotti si sono trasformati in stadi in miniatura. Sapevamo di essere testimoni di un evento storico. Il gol di Sanon annunciava che Haiti meritava un posto sul palcoscenico più importante del calcio. Quello che nessuno di noi avrebbe potuto immaginare era che la storia del calcio haitiano si sarebbe presto intrecciata con la storia della migrazione. Mentre festeggiavamo il gol di Sanon, un’altra partita era già in corso. Silenziosamente e inesorabilmente, Haiti stava esportando la sua gente. La diaspora che alla fine avrebbe fatto il giro del mondo stava iniziando a prendere forma, come un fiume che lascia la sua sorgente e si ramifica in ruscelli. L’instabilità politica, le difficoltà economiche e la ricerca di opportunità hanno spinto gli haitiani a New York e Miami, Montreal e Parigi, Boston e Santiago, e in decine di altre città. Hanno costruito imprese e organizzazioni. Hanno cresciuto famiglie. Hanno creato associazioni di comunità. Hanno preservato le tradizioni. E hanno mandato soldi a casa. Nel corso del tempo, la diaspora è diventata una delle maggiori risorse di Haiti” [il pezzo, molto bello, si trova per intero qui].
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