

Il 10 giugno nel 1986 è un martedì, e l’Italia si gioca il passaggio del turno nella partita con la Corea del sud, con un orecchio a quanto succede in Argentina-Bulgaria. Chi arriva al primo posto, evita la Francia di Platini agli ottavi di finale. Si può passare anche con un pareggio, ma Bearzot si fa sentire. Quattro anni dopo l’1-1 con il Camerun e i tre pareggi su tre nel girone di Vigo, dice che non sarebbe dignitoso, vuole almeno una vittoria. Il fantasma è il solito, quello del 1966 a Middlesbrough [ma era Corea del nord]. Nel suo editoriale, Candido Cannavò scrive: “Forse quel che manca alla quadra per un’impennata dobbiamo, più che inventarlo, recuperarlo. Ci riferiamo soprattutto a Cabrini e Conti, affermatissime stelle mondiali, che sinora non hanno brillato nel mezzogiorno messicano. Speriamo che i due azzurri, con tutta la nazionale, abbiano assistito a Danimarca-Uruguay e abbiano tratto da Elkjaer e Laudrup l’ispirazione per uno spettacolo che di coreano non abbia nulla”.

Era finita 6-1, e la Danimarca aveva molto colpito gli inviati. Gianni Mura su Repubblica aveva scritto: “I danesi d’Italia hanno schiantato l’Uruguay, regalando al calcio di casa nostra spiccioli d’orgoglio; in fondo li abbiamo adottati, no? E così sale alla ribalta di un torneo sempre pronto a stupire il nome di Preben Elkjaer, un toro scatenato. I danesi d’Italia sono sicuramente i nostri figli adottivi che meglio finora hanno fatto, e che più hanno divertito: i due grandi, i due più attesi, ad esempio, non hanno ancora risposto come dovrebbero. Né Maradona, né Platini: il primo è stato un po’ maltrattato dai coreani e non ha inventato mai nulla, poi s’è preso a braccetto con Bagni, s’è baciato abbracciato, ha scambiato borracce ed ha segnato un gol grazie al grandissimo sonno di Galli; il francese ha arrancato come molti suoi compagni contro il Canada, inutilmente cercando di dare luce e logica al gioco spento, poi s’è ben comportato contro i russi, e solo il palo gli ha negato un gol (sarebbe stato magnifico) su punizione. Appena al di sopra della sufficienza, comunque; sanno tutti e due fare di meglio”.

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