C’era una volta il mondo rutilante dei Sei Giorni di ciclismo. Una corsa di resistenza con un manuale di sopravvivenza tutto da interpretare. Quel manuale lo mette per iscritto il 7 marzo del ‘56 Ezio Ciccarella sulla Gazzetta, mostrando come ambiente, digestione e alimentazione siano parte decisiva della prestazione sportiva.

Il suo pezzo parla della vita fisica e dell’alimentazione dei corridori, raccontando che “una Sei Giorni differisce da una corsa su strada per molte cose, di cui la più essenziale è questa: che in una corsa su strada si respira aria fresca, non manca l’ossigeno, il recupero avviene spontaneo anche dopo una cattiva digestione; mentre nell’ambiente di un velodromo, viziato dal fumo di migliaia di sigarette e dall’aria rinnovata solo per un’ora al giorno, ogni piccolo malessere si paga coi «bottoni», coi foruncoli, con la crisi fisica dapprima, morale poi”.