Salvate il soldato VAR

Domenica. Ultimi secondi di Liverpool vs Manchester City. Il portiere del Liverpool è fuori dalla porta e la palla sta rotolando dentro. Due cose succedono, in quest’ordine: 1] Szoboszlai tira la maglia a Haaland: fallo. 2] Haaland tira Szoboszlai: altro fallo. Poi la palla entra. L’arbitro non concede il gol. Ferma il gioco. Dà calcio di rigore e butta fuori Szoboszlai per aver fermato una chiara occasione da gol. In effetti era così chiara che il gol c’è stato. Quando eravamo bambini, i più consapevoli avrebbero invocato la regola del vantaggio. Solo che la regola del vantaggio non esiste. Nel calcio conta il primo fallo che cambia l’azione. Senza il fallo di Szoboszlai, Haaland probabilmente segna. Il secondo fallo non annulla il primo. Non funziona tipo: uno sbaglia, l’altro sbaglia, allora le cose si pareggiano. Nel regolamento non esiste.

Ma è interessante che sia nata una discussione. Molti hanno detto, ma su, l’arbitro doveva applicare il buon senso, dai il gol e basta, è più giusto, più calcio vero. Molti l’hanno detto, ma non tutto, per esempio non l’hanno detto a Sunderland, dove il Liverpool deve giocare domani sera. Senza Szoboszlai è meglio. Ne ha scritto lo storico del calcio Jonathan Wilson sul Guardian prendendo una posizione dura e chiara: il compito dell’arbitro non è fare la cosa più bella, ma la cosa più corretta per il regolamento e per tutte le squadre del campionato, non solo per chi gioca quella partita. Il lavoro dell’arbitro non ha niente a che fare con il divertimento, ma con la difesa e la garanzia dell’equità.

Il punto interessante è che pure Guardiola e Haaland hanno invocato il buon senso, uscendo dal regolamento scritto per chiudere il rispetto della cultura del campo: in Inghilterra pesa tantissimo. Anche se la regola del vantaggio non esiste, in Premier più che altrove esiste una specie di codice non scritto: se un’azione porta a un gol vero, fisico, inevitabile, si tende a lasciar correre su tante cose piccole — le tiratine, i contatti, i colpetti.

È l’idea che il gioco scorre, e un gioco che scorre non va sanzionato. Guardiola è stato sottile. Ha detto che per cento anni il calcio inglese ha tollerato tirate di maglia senza fischiare. Gli è parso ipocrita essere iper-rigidi proprio in quel momento. Non può uscire dal cassetto il manuale delle regole proprio nell’ultima azione decisiva.

Ecco. Il nodo vero della storia sta qui, e riguarda pure il calcio italiano. Il nodo della storia sta nell’equilibrio a tratti smarrito tra il ruolo dell’arbitro di campo e la VAR, tra la VAR e i protocolli, insomma tra il calcio fisico e il calcio giuridico. Jonathan Wilson dice che se vogliamo un calcio equo per tutti, bisogna accettare decisioni così fredde – sebbene comprenda perché a tanti sembrino l’anti-calcio. Simon Hughes su The Athletic è giunto a una considerazione opposta. “È arrivata l’ora di farla finita con la VAR. Basta. Meglio abolirla”. Ma sembra più una resa dei conti. Nel mondo anglosassone sono stati gli ultimi a fare pace col pensiero che fosse utile, ma non l’hanno mai veramente digerita. È una posizione più emotiva e culturale, quasi filosofica, non tanto tecnica.

Hughes dipinge l’arbitro Pawson e tutti gli arbitri dell’età contemporanea come degli esecutori di ordini che arrivano da un apparato remoto, burocratico e iper-tecnologico. Adopera la metafora del parcheggio. Se una macchina ha superato la linea di 2 centimetri scatta la multa: fine. Non importano il contesto, l’intenzione e la dinamica reale. Se il calcio dimentica cosa è reale – sostiene – allora non sai più quando esultare, non sai più quando l’azione è finita davvero, non sai più se il campo è ancora il luogo dove si decide tutto.

Gli arbitri, scrive, “potrebbero starsene in mutande a mangiare patatine”, nel senso che chi decide non è più dentro il gioco. Ovviamente la VAR non sbaglia sempre, ma cambia la natura emotiva del calcio. Hughes giunge alla conclusione che meglio qualche errore umano che un gioco dove ogni emozione è sospesa.

È una posizione molto romantica, molto inglese. Come direbbe il romanzo di Sorrentino: hanno tutti ragione. Hughes non sta parlando solo di tecnologia, ma di chi detiene il controllo del calcio, se un arbitro in campo oppure una sala di controllo.

Come la pensa il papà di Slalom, lo sapete. Indietro non si torna. Bisogna solo tornare allo spirito originario della VAR, al momento nel quale tutti – ma proprio tutti – la trovammo necessaria. Prima cioè della sua applicazione e della manifestazione delle zone d’ombra. Bisogna tornare al principio platonico della VAR.


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