Il problema non è Trapani: vent’anni di fallimenti nella pallacanestro italiana

 

   

Il basket? Dei giocatori troppo grandi per un campo troppo piccolo

Diego Maradona

 

  

Vent’anni di fallimenti nella pallacanestro italiana

Non c’era Valerio Antonini a Roma nel 2020, quando la Virtus non pagò la quarta rata di affiliazione di 35mila euro entro la fine del mese di novembre, prese inizialmente tre punti di penalizzazione, una multa e dopo puff – sparì – andò fuori dal campionato, lasciando la capitale senza pallacanestro in serie A. Nella stessa estate la Guardia di finanza mise sotto sequestro 100 milioni di euro riconducibili al patron della squadra di Avellino e la griglia rimase ulteriormente monca. Il campionato del 2020 non era neppure finito, la federazione e la lega si erano arrese al Covid e Torino si era arresa pure prima, penalizzata di otto punti per mancati pagamenti all’Inps e all’Irpef. Retrocessione e fallimento. Aveva appena vinto la Coppa Italia. Il curatore fallimentare scoprì che il trofeo in sede non c’era più. 

Il Covid c’entrava fino a un certo punto. In quell’estate del 2020, cinque anni fa, il bilancio dei fantasmi della pallacanestro aveva toccato le venti sparizioni in venti anni. Dal 1999 solo tre campionati si erano chiusi senza irregolarità. A Siena erano stati revocati degli scudetti, alla Fortitudo Bologna era stata negata l’iscrizione alla A2, Treviso era ripartita dalla Promozione, finanche la Virtus a un certo punto era stata radiata per problemi finanziari e dovette ripartire comprando il titolo di Castelmaggiore. 

Valerio Antonini non era neppure a Napoli nel 2008, quando per l’iscrizione furono consegnati dei documenti falsi e nessuno se ne accorse. Certe volte la distrazione. Negli stessi giorni venne revocata l’ammissione al campionato pure a Capo d’Orlando, la A scese da 18 a 16 squadre, eppure le due società avevano ricevuto il via libera dagli organi di controllo della federazione, nonostante una pratica che i giornali successivamente descrissero come “gravemente lacunosa”. Prima di avere l’attuale solida proprietà, la pallacanestro a Napoli sarebbe passata dal altri sei crac in otto anni. Un ex presidente una volta ha detto: «Investire soldi nella pallacanestro è come buttarli dalla finestra». La mappa dei lividi sulla pelle del basket italiano ha puntini sparsi anche a Pesaro, a Brindisi, a Pistoia, a Trieste, a Venezia. 

È giusto chiedere stamattina di venire a capo del cosiddetto caso-Trapani. Sarebbe perfino troppo tardi, dopo la partita vinta senza allenatore in panchina, le altre giocate dalla squadra in autogestione, la trasferta saltata a Bologna nello scorso fine settimana e infine l’episodio di ieri sera sul campo neutro di Samokov in Bulgaria contro gli israeliani dell’Hapoel Holon: Trapani si è presentata con cinque giocatori in tutto, tre hanno abbandonato in fretta per un infortunio, due ragazzi della juniores sono rimasti a chiedersi come può uno scoglio arginare il mare, finché uno ha scelto di commettere il quinto fallo per porre fine allo scempio. Partita finita, persa a tavolino, esclusione dalla Champions League. Tutto in sette minuti. Davanti al tribunale della federazione italiana, Trapani dovrà rispondere dell’accusa di aver presentato dichiarazioni mendaci al momento dell’iscrizione.

È giusto indagare, capire, sanzionare. Il punto vero è un altro. Il punto è chiedersi come mai si ripetano le stesse cose nello stesso posto da vent’anni. Il posto non è Trapani, ma la pallacanestro italiana. Trapani è un codicillo nella storia fallimentare di questo regno. È un capitolo che magari si sta pure caricando di altro. Stefano Olivari sul Guerin Sportivo ha scritto che “al di là dei debiti fiscali e previdenziali la questione politico-sportiva è chiara: Antonini da potenziale uomo di Petrucci nella rinascita di una squadra romana di Serie A si è trasformato in un problema di cui liberarsi, con il supporto delle altre quindici società della Lega che lo hanno già poco simpaticamente (davvero una bella lega) scaricato, alcune anche per motivi di bottega (traduzione: una retrocessione in meno) e altre proprio per creare spazio a una città più mediatizzata di Trapani. Da ricordare che con gli 8 punti la squadra ‘allenata’ da Petrucelli sarebbe terza dietro Virtus Bologna e Brescia, e anche anche con la penalizzazione sarebbe comunque alle Final Eight di Coppa Italia. A questo punto lo scenario più probabile è quello di una Serie A a 15 squadre entro brevissimo tempo, con un posto che nella prossima stagione verrebbe occupato da una realtà romana artificiale, base per l’eventuale discorso NBA Europe. Colpisce, a prescindere dal discorso fiscale, la velocità con cui anche altre situazioni sono precipitate visto che fino a poco tempo fa la regola del sei più sei sarebbe stata interpretata, magari con una multa una tantum, e non applicata con una durezza in Italia sospetta”.

Due volte campione d’Italia con la Scavolini Pesaro, Domenico Zampolini su facebook ha scritto: “Io la vedo così: la partita vera tra Petrucci e Antonini ormai non è più sul parquet, ma nel racconto pubblico. I media non stanno più raccontando che cosa è successo a Trapani, ma che cosa Trapani rappresenta. Questo è il primo, decisivo spostamento. Fase iniziale: il racconto dell’eccezione. All’inizio Trapani era narrata come: favola sportiva, rinascita del Sud, imprenditore visionario, pubblico caldo e autentico. Questa narrazione serviva a: dare ossigeno emotivo al movimento, dimostrare che si può ancora sognare. Fase attuale: il racconto del disturbo. Oggi Trapani è descritta come: fattore di instabilità, caso ingestibile, anomalia regolamentare, problema da chiudere rapidamente. Il passaggio chiave è linguistico: da storia a procedura, da sogno a pratica da archiviare”.

La proprietà di Trapani ancora ieri sera – dopo la figura in Bulgaria – diceva che «continueremo a difenderci come gli ultimi dei Mohicani resistendo a un sistema che sembra privilegiare logiche opache rispetto alla giustizia sportiva». Ma le inadempienze ci sono. Non sono inventate. Tuttavia Zampolini fa notare la personalizzazione del conflitto [Antonini vs Petrucci] e la cancellazione dalla scena del racconto di un conflitto che è invece strutturale. In un passaggio molto critico, aggiunge che “questo consente ai media di: evitare scontri diretti con Lega e FIP, mantenere accesso alle fonti, non compromettere relazioni future. Antonini diventa il personaggio scomodo, non il portatore di un problema reale. Se non se ne parla, non esiste”. 

La Giornata Tipo manda “un abbraccio ai giocatori che si sono dovuti prestare a questo scempio, e allo staff al seguito della squadra. Soprattutto, un abbraccio e una carezza, a Patti e Martinelli: sono stati i loro primi minuti in campo nel professionismo. L’esordio con i grandi, in una coppa europea, è il sogno di ogni bambino che gioca a basket. Immaginiamo la loro delusione e il peso sullo stomaco di dover rappresentare la propria città in Europa in una serata che per loro sarà diventato un incubo. Farebbe sorridere se parlassimo di una squadra del CSI che il martedì sera si presenta in 5 in trasferta, facendo una macchinata, perché vicino alla palestra c’è anche un’ottima trattoria. Purtroppo invece stiamo parlando di basket “professionistico”. Ma l’abbraccio ancor più grande va ai tanti tifosi di Trapani che avevano già capito quale sarebbe stato il loro destino: come capitato in passato in tante altre città e in tanti altri club italiani, saranno i più danneggiati da tutto ciò che sta accadendo”.

Matteo De Santis su La Stampa scrive stamattina cose molto condivisibili dicendo che il pasticcio di Trapani “non è solo un caso sportivo, ma la perfetta similitudine di una crisi di sistema ormai endemica. Alla tanto sbandierata sostenibilità, tranne che in poche isole felici, si preferisce l’arte dell’improvvisazione, in un gioco di specchi e omissioni. Un sistema estemporaneo, nel quale si accettano mecenati o presunti tali e non se ne accertano davvero progettualità e stabilità. Con l’Antonini di turno, fino a poco tempo, non solo tollerato, ma anche coccolato. La giustizia, sportiva e non solo, farà il suo corso. Ma non sarà l’ultima storia del genere”. 

Che altro deve succedere per domandarsi se non esiste una maniera diversa di governare il basket italiano?

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