Diario del ’66 | Come sono le famiglie americane

 

Come sono le famiglie americane

  Il 6 gennaio del ‘66 è un giovedì e i giornali raccontano della proposta avanzata dagli USA alle Nazioni Unite per il Vietnam, una disponibilità a negoziare senza condizioni preventive sulla base degli accordi di Ginevra. In Germania festeggiano l’ex cancelliere Adenauer che ha compiuto novant’anni, mentre in Italia si va verso una verifica in Parlamento della tenuta del governo Moro dopo le dimissioni del ministro degli Esteri, Fanfani. Domenico Bartoli da Bruxelles per il Corriere della sera commenta certe posizioni di De Gaulle dalla Francia su mercato comune e legami con l’America. Dice che l’Europa non può fare a meno dell’alleanza con gli Stati Uniti e scrive: Noi europeisti dobbiamo rassegnarci a constatare che l’Europa politica non si farà ancora per qualche tempo

Ma chi siamo noi e chi sono loro è un tema che si affaccia anche su La Stampa, dove Mario Fazio attraversa gli Stati Uniti osservando la famiglia come unità elementare di un paese vastissimo, eppure attraversato da una profonda identità di abitudini e sentimenti da un Oceano all’altro. New York non basta a spiegare l’America, dice, le città della costa atlantica danno immagini esaltate o parziali di un continente che va dal New England al Far West.

Da una costa all’altra ritorna l’amore quasi mistico per il comune modo di viveree un sentimento diffuso di appartenenza, il solo paese della terra dove meriti vivere. Anche chi critica l’America confessa di non poterne fare a meno, dice, qui si crede, e le idee nuove possono diventare fatti, mentre altrove si ha paura, si diffida.

Il contatto con le famiglie rivela una civiltà più domestica di quanto si creda”, uniforme nei gusti e nel benessere. Sei famiglie americane su dieci posseggono la casa in cui vivono, di solito una villetta con giardino, acquistata con mutui facili e interessi bassi. L’americano non è lo spendaccione impulsivo, i bilanci familiari sono spesso rigidamente programmati. Otto famiglie su dieci hanno polizze di assicurazione, la previdenza privata sostituisce lo Stato.

La casa dell’avvocato Arthur S., a Colorado Springs, è un modello: bianca con tetto verde, due automobili, un motoscafo, cucina di tipo laboratorio automatizzato. «L’abbiamo pagata 25 mila dollari», raccontano, una cifra che in Italia collocherebbe i proprietari in una borghesia ricca. Qui appartengono invece a una fascia diffusa, il 70 per cento della popolazione ha un tenore di vita non dissimile.

Di giorno la famiglia si disperde, ma alle cinque di sera ritornano a casa: ogni sera. Nei fine settimana si lavora insieme, stuccatura e verniciatura delle porte, preparazione del giardino. La figlia sedicenne discute del Vietnam con tormentosi interrogativi morali”; la madre ascolta, il padre dissente in silenzio. La resistenza ai programmi federali è forte soprattutto tra chi è salito di recente nella scala sociale. Emblematica la famiglia di Malone, siciliano che cominciò da zero e oggi possiede dozzine di colossali autotreni. Attorno a lui giovani americanizzati anche nell’aspetto fisico, uno “sembra un prodotto di laboratorio. E ritornano di casa in casa alcuni tratti comuni: la fiducia nel futuro, l’attenzione all’onestà negli affari, l’idea che il progresso tecnico possa portare la liberazione dell’uomo da compiti meccanici. Appare la speranza di un nuovo umanesimo americano aiutato dalle macchine.

Nelle ville di Palo Alto, accanto all’università di Stanford, la vita domestica assume forme quasi rituali. Ogni venerdì sera venti ragazzi si riuniscono per private celebrazioni mozartiane. In questa America ordinata, previdente e fiduciosa, la famiglia resta il centro dove si raccolgono lavoro, fede nel futuro e bisogno di senso.

Il calcio  L’Italia del calcio riceverà in serata la notizia sull’esito dei sorteggi per i Mondiali dell’estate in Inghilterra. La Nazionale è finita nel girone con URSS, Cile e Corea del nord. L’indomani mattina ci saranno i commenti sui quotidiani. Quel giorno la grande notizia è un’altra. Il giudice sportivo Barbè ha squalificato per 14 giornate Nereo Rocco, allenatore del Torino dopo le vittorie degli anni precedenti al Milan, per aver profferito, nel corso della gara, espressioni irriguardose per la terna arbitrale, nonché una frase ingiuriosa nei confronti di un guardalinee ed altresì lesiva del prestigio dell’arbitro e dell’altro guardalinee, inoltre per aver rivolto all’arbitro, alla fine dell’incontro, una frase irriguardosa e ripetuto, questa volta, ingiuriando il direttore di gara e ledendo il prestigio del guardalinee, lo stesso epiteto già profferito durante una fase dell’incontro ed inteso dal guardalinee”.

Insulti, insomma. Quattordici giornate. La Gazzetta rintraccia al telefono Rocco, che si trova con il Torino a Catanzaro per una partita di Coppa Italia. Gli danno la notizia e Rocco commenta: «Grazie al cielo, ho evitato la fucilazione». 

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