La marcia indietro sul pallone arancione | La leva calcistica del martedì

 

 

e neve e polvere che tira vento    Anche il pallone arancione lo mettiamo vicino alle valigie

Se l’avesse inventata – che so – Edoardo Ferrario, farebbe molto ridere. Anche se fosse di Luca Ravenna. Ma anche se fosse Francesco Di Carlo. Cioè. Farebbe davvero molto ridere un numero di stand-up comedy in cui un’assemblea di venti signori benestanti avanti negli anni, alcuni molto avanti negli anni, anziché trascorrere del tempo con dei figli, dei nipoti, degli affetti, al limite anche con dei coetanei in qualche luogo qualunque – secondo le disponibilità economiche – questa immaginaria assemblea di venti signori benestanti si riunisce come i Cupiello a Natale e decide che d’inverno bisogna giocare a calcio con un pallone arancione. 

Lo fanno seguendo tutte le regole. Convocazione, ordine del giorno [mutamento cromatico dell’oggetto in oggetto], esposizione della tesi, antitesi, sintesi, voto, verbale, annuncio. Tutto. Escono, tornano a casa, accendono la tv, e scoprono che il pallone non si vede. Sul serio. Si vede e non si vede. 

Allora Edoardo Ferrario li sfotterebbe – che so – dicendo che avevano immaginato la neve a Lecce-Lazio, si erano premuniti, mica è colpa loro se poi la neve a Lecce non è arrivata.  Francesco De Carlo si inventerebbe una seconda riunione in cui i venti signori benestanti avanti negli anni decidono di lasciar perdere il Super Santos e di tornare al pallone bianco o giallo, come si è sempre fatto. Luca Ravenna troverebbe qualche passaggio divertente sul fatto che questi signori benestanti non vogliono mai cambiare niente, mai, sono i più conservatori fra i conservatori, più che in Vaticano, e quando cambiano qualcosa non ne azzeccano una, devono sempre fare marcia indietro. Qui potrebbe addirittura inventarsi che avevano deciso di far giocare una partita della serie A in Australia e dopo averlo dato per certo – come per il pallone arancione – hanno fatto marcia indietro. 

E poi in modo sempre più assurdo questi signori potrebbero fare marcia indietro su tutto: sui protocolli per il covid, i play-off e i play-out, le norme per le iscrizioni ai campionati, le multiproprietà, l’ingresso dei fondi nella governance, le regole contro le gogne dei calciatori sotto le curve ultrà. Ua’ sarebbe divertente, molto divertente, una cosa proprio inventata per bene.

A un certo punto, tipo, Edoardo Ferrario potrebbe far arrivare pure una serie di curriculum di ragazze e ragazzi freschi di laurea in management dello sport che si propongono per lavorare in questa assemblea di venti signori benestanti molto avanti negli anni e sicuri di sapere cosa vogliono i giovani. Eh, diamine, loro giovani lo dovrebbero sapere cosa è meglio per i giovani, e infatti suggeriscono cose interessanti, spunti brillanti, cose moderne. Allora quelli si spaventano, si rifugiano in un bunker, tipo una storia così. Surreale. Grottesca. Inventata. In effetti troppo assurda. Che peccato che non ci pensa nessuno.

 

[Il riferimento del titolo è ovviamente questo]

 

e poi magari piove    E le regole del basket vicino alla lozione per i capelli

  Cioè. Farebbe molto ridere anche un numero su una squadra di pallacanestro iscritta al campionato senza che nessuno dei dirigenti esperti, molto esperti o trentennalmente esperti si accorgesse delle sue difficoltà economiche, e allora a un certo punto l’allenatore se ne va, il capitano se ne va, giocano una partita senza nessuno in panchina e la vincono, ne giocano un’altra con soli otto giocatori che fanno i time-out in autogestione, sarebbero addirittura al secondo posto ma vengono penalizzati per inadempienze, allora per protesta non vogliono partire per una trasferta – e insomma una cosa così. Una storia dove non si sa se esistono delle regole, se non ci hanno pensato, o se ci hanno pensato ma alla fine nessuno si preoccupa di farle rispettare. In effetti pure questa è assurda. 

 

[Il riferimento del titolo è ovviamente questo]

 

il cuore dentro alle scarpe    Walter Sabatini e un tormento che si chiama calcio

  «Per chi lo fa il calcio non è allegria: è tormento. Per i tifosi, invece, deve essere una forma di gioia, di svago. Intendo dire che per quelli come me e Spalletti il calcio implica il tomento di dover e voler fare in modo che siano felici gli altri. Per noi non c’è un giorno in cui ci si sente sollevati e in pace, pensiamo che tutto possa essere fatto meglio».

 ➣   Mai stato felice per il calcio?

«Soltanto in qualche piccolo break: ad esempio quando Nainggolan faceva i numeri nella Roma, quando Salah faceva le cose che fa Salah. Ma la passione resta forte: non ho squadre in questo momento, tuttavia sono ancora più motivato ad essere competitivo una volta tornato. Ammetto senza nessun filtro che ho sperato fortemente in una chiamata della Fiorentina: è in una situazione abbastanza complicata, proprio lo scenario nel quale io rendo di più. La voglia della sfida è sempre presente in me, parlerei addirittura di senso di eroismo calcistico». [a La Stampa]

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