Storia di Patricia Martin

Patricia Martín è una campionessa inattesa e una professionista abituata al peso vero delle cose. Non pensava affatto di vincere il campionato basco di harrijasotze. Puntava al podio, suppergiù.Così, quando è arrivata prima, l’attenzione improvvisa l’ha quasi travolta. L’harrijasotze è il sollevamento pietre. Sul serio, Esiste.
Ne parla José Luis Lorenzo su El País, raccontando che per Patricia Martin sollevare pietre è una passione coltivata con serietà, senza mai confonderla con ciò che definisce davvero la sua vita. Perché quando indossa il camice, tutto cambia. Patricia Martín è chirurga plastica ricostruttiva, specializzata nella mano, ed è responsabile dell’Unità grandi ustionati dell’ospedale di Cruces, a Bizkaia. Lì non esistono podi, né applausi. Galiziana di Ferrol, 40 anni, lontana dai social e poco incline al rumore mediatico, è arrivata al mondo dei harrijasotzaile quasi per caso, trascinata dal marito. «Mi ha detto: “Dai, questo ti piacerà”», racconta. Aveva ragione. In tre mesi era già in gara, «mi hanno praticamente imbrogliata», scherza. Da allora non si è più fermata. Oggi è capace di sollevare pietre da 75 chili. Per vincere il titolo basco, ha alzato in totale 5.387,5 chili in una sola competizione.
All’inizio suscitava sorpresa, poi curiosità. «In Galizia, alle feste di paese si mangia e basta. Qui, a ogni festa, c’è sport rurale». È alta un metro e ottanta, un’ex pallavolista per esclusione più che per vocazione, non cerca né fama né etichette. «Faccio quello che mi piace perché mi piace».
La prima gara si tenne in una piazza piccola, senza allenatore, con il marito e un’amica. Un veterano le diede il consiglio decisivo: «Pensa alle tue cose». Da allora, prima di ogni prova, entra in una bolla. «Mi concentro sulla pietra, sull’allenatore, sull’aiutante e sull’arbitro. Mio marito urla come un matto. Io non lo sento».
In questa disciplina legata a certe tradizioni locali, le donne sono aumentate ma restano poche. El Pais racconta che Patricia Martin vede un ambiente cresciuto e più regolamentato, lontano dalle scommesse di un tempo, ma ancora minoritario. «Serve un corpo già formato – dice – ma se non riesci a sollevare una pietra, ti arrabbi e passa. In sala operatoria no. Se qualcosa si complica, si complica la vita di una persona». Alcuni casi, dalla testa, non se ne vanno mai, come quel bambino folgorato a San Sebastián. «Lotti, lotti, e arriva un punto in cui capisci che non puoi lottare oltre. La pietra resta dove la lasci. Il paziente e la famiglia li porti a casa con te».
Voleva fare la medico da sempre, racconta. Pensava alla biologia, poi alla medicina, poi alla medicina legale. Finché un giorno vide ricostruire una mandibola con un pezzo di scapola. «Pensai: è fantastico. È pura creatività». E cambiò strada. Lo sport è una valvola di sfogo vitale. Senza allenarsi, dopo un’appendicite, stava per impazzire. La pietra la riequilibra, l’ospedale la definisce. Una le dà forza, l’altro gliela chiede tutta. In questa doppia vita di bisturi e granito, tra sala operatoria e piazza popolare, Patricia Martín ha trovato la sua serenità, e lo regge con la stessa calma – dice El Pais – con cui solleva una pietra enorme, senza rumore né retorica. “Semplicemente perché può. E perché vuole”.