La necessità di rilanciare il motociclismo in Gran Bretagna

 

Come costruire un pilota cinquant’anni dopo Sheene

 

E mentre in Gran Bretagna si discute dei soliti esclusi dal premio di Sports Personality of the Year, come in fondo accade ogni anno, e come accade tutte le volte che viene compilata una lista, il Times nota un’assenza clamorosa passata quasi sotto silenzio, un’assenza che dice delle cose sulla Gran Bretagna. Che fine ha fatto Marc Márquez? 

Rick Broadbent scrive che aver lasciato fuori il motociclista catalano significa aver ignorato la circostanza di un settimo titolo MotoGP conquistato dopo aver attraversato cadute a ripetizione, ombre mentali e fisiche, e dopo una scelta radicale: aver rinunciato a un contratto da 15 milioni di sterline per ritrovare il piacere puro di correre. Secondo il Times è stata “la più grande rimonta nello sport”, un ritorno costruito “dopo centinaia di cadute e un periodo di oscurità psicologica e fisica”, con “la volontà da battitore libero di andarsene a riscoprire la gioia dello sport”.

Se Marc Márquez non viene in mente ai britannici per il titolo di personalità dell’anno, significa che la MotoGP deve riconquistare visibilità nel regno. Il 2026 segnerà i 50 anni dal primo titolo mondiale nella classe 500cc di Barry Sheene, ma ancora oggi l’ultimo britannico a vincere nella classe regina. Eppure, sottolinea il Times, solo l’Italia ha più titoli mondiali della Gran Bretagna. Con Liberty Media che ha acquistato il Circo per circa 3,6 miliardi di sterline, l’ambizione è evidente.

«Il Regno Unito resta un mercato fondamentale per noi», dice Carlos Ezpeleta, chief sporting officer della MotoGP. «I maggiori esperti di questo sport sono britannici e la nascita stessa del motociclismo è chiaramente britannica». E se il talento globale ha cambiato gli equilibri, «siamo determinati a invertirli: dobbiamo tornare a concentrarci sul Regno Unito».

Non è una crisi di numeri, precisa Broadbent: la MotoGP vive un momento d’oro. Márquez è una delle figure più rilevanti del motorsport, gli spettatori ai GP hanno toccato quota 3,6 milioni, gli ascolti TV sono cresciuti del 9% a gara, i follower social hanno superato i 60 milioni. Eppure, nonostante campioni britannici nelle Superbike come Jonathan Rea, dal 1981 a oggi c’è stato un solo vincitore inglese in MotoGP: Cal Crutchlow nel 2016.

La crescita dell’interesse passerà anche dal modello F1. Il Times scrive dell’ipotesi di una docuserie in stile Drive to Survive, dell’interesse di Max Verstappen e Lewis Hamilton per team satelliti, e dell’arrivo di Guenther Steiner — volto noto della serie Netflix — alla guida del team Tech 3. «Non sarà lo stesso formato», spiega Ezpeleta, «ma qualcosa che mostri i piloti, le personalità, le caratteristiche uniche della MotoGP. Speriamo di farlo presto. Magari britannico».

C’è poi una questione d’immagine. «Nel Regno Unito esiste la percezione che la MotoGP sia solo per chi possiede una moto», dice Ezpeleta. «Non è così, ma è vero che chi arriva in moto invece che in auto è subito più cool. Dobbiamo puntare su quella coolness». Ma chiarisce: «Non stiamo cercando di trasformare la MotoGP in un’altra Formula 1».

Creare un nuovo campione britannico, ammette il Times, sarà la sfida più lunga. Sedici degli ultimi 18 titoli sono andati a spagnoli o italiani e oggi non c’è nessun britannico in griglia. Il percorso richiede tempo. «Si parte a dieci anni con le Mini, poi con la Moto4 britannica, quindi il Mondiale Junior. Servono dieci-quindici anni –  avverte Ezpeleta – e non basta avere un britannico in griglia: deve andare forte, perché nel Regno Unito il successo si misura in modo diverso».

Non mancano le resistenze all’era Liberty. Qualcuno è irritato per aver sentito chiamare Márquez sette volte campione MotoGP anziché nove volte campione del mondo. È stata temuta una cancellazione della storia. Ezpeleta ridimensiona: «È impossibile scartare Moto2 e Moto3 come titoli mondiali. Sono parte integrante del piano». Per il cinquantesimo anniversario del titolo di Sheene, promette Ezpeleta, ci sarà qualcosa di «speciale» per un’icona dentro e fuori dalla pista. Quanto a Márquez, conclude il Times, è in buona compagnia: quando Sheene vinse il mondiale nel 1976, non entrò nemmeno nei primi tre della classifica di personalità dell’anno. 

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