
Noi abbiamo i cori sul Vesuvio, gli inglesi quelli sulla povertà di Liverpool. L’Italia deride i colerosi terremotati, gli inglesi la working class dei Reds e dei Toffees. In comune c’è la duplice reazione di chi si irrigidisce da una parte e chi scrolla le spalle dall’altra. È solo banter, dicono loro. È uno sfottò, diciamo noi. Una formula magica che svuota di senso qualsiasi cosa venga urlata. Ne ha scritto mirabilmente Patrick Boyland su The Athletic – ed era il pezzo più commentato ieri sera. L’abitudine più comoda del calcio inglese – spiega – è ridurre tutto a una battuta, spostare il problema su chi si offende e non su chi canta. Dice qualcosa? Però i bersagli sono sempre uguali. Feed the Scousers cantano nel Regno ai tifosi di Everton e Liverpool. Un ritornello pigro, riciclato dagli anni Ottanta, che gioca con gli stereotipi sulla povertà di Liverpool. Non è nemmeno creativo, è solo stanco, osserva Boyland, ed è fatto apposta per colpire una città che ha conosciuto crisi economiche vere, profonde e stratificate. Persino la parola Scouser, oggi rivendicata con orgoglio, nasce come un insulto, legata alle mense popolari e agli slum di inizio Novecento. Nel gioco degli specchi da noi sarebbe terroni.
Sabato, contro l’Arsenal, non è stato diverso. Sono arrivati i fischi, e poi i maxi-schermi hanno mostrato il logo di Fans Supporting Foodbanks. Una risposta studiata, preparata in anticipo. Talmente abituale da aver costretto un club di Premier League a “mettere in scaletta” un modo di reagire ai cori sulla povertà cantati dagli spalti. L’Everton l’aveva già fatto nel 2023, lo ha rifatto ora. Perché sa che succederà di nuovo.
C’è qualcosa di grottesco, nota Boyland, nel fatto che tifosi di club che organizzano raccolte per i food bank nei propri quartieri intonino cori del genere in trasferta. I numeri, poi, smontano anche la favola statistica: la disoccupazione è più alta a Londra che a Liverpool, dati simili si registrano a Islington, casa dell’Arsenal, e persino a Nottingham — da cui erano arrivati cori simili — con un consiglio comunale finito in bancarotta. Ma in questo gioco non vince nessuno. Non è una gara di classifiche. È una realtà condivisa. Eppure, tra il rumore, qualcosa resiste. L’associazione Everton in the Community continua a lavorare nei quartieri più poveri d’Inghilterra, proponendosi come un modello, riconosciuto oltre il Merseyside. Il nuovo stadio, da 800 milioni di sterline, promette di rimettere in moto un’area dimenticata dei docks. Sono piccoli segnali, concreti, mentre sugli spalti si continua a ridere di cose che non fanno ridere.
Boyland racconta anche di Georgie, otto anni, mascotte per un giorno. È stato invitato da Jack Grealish dopo che il club aveva conosciuto la storia della sua famiglia: lutti, una madre malata di cancro, difficoltà quotidiane. E racconta il furgone viola dei Fans Supporting Foodbanks nel piazzale dello stadio, con tifosi di Everton e Liverpool fianco a fianco. “La fame non indossa i colori di un club” è il loro motto, ricordato mentre consegnano pacchi alimentari. Nel Regno Unito, la sesta economia mondiale, tra il 2024 e il 2025 quasi tre milioni di pacchi di emergenza sono stati distribuiti dai food bank del Trussell Trust. L’ironia finale è crudele: chi combatte davvero l’insicurezza alimentare è spesso chi si ritrova addosso quei cori. Per questo, conclude Boyland, non è più una questione di sensibilità o di umorismo fuori posto. È il momento di smettere di chiamarlo banter e di mettere Feed the Scousers definitivamente a tacere.