New York Knicks vs San Antonio Spurs: ora l’anomalia nel basket sono i Brunson

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New York Knicks vs San Antonio Spurs

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E allora vediamo se stanotte va meglio sostituendo Jalen Brunson a Shai Gilgeous-Alexander nella sfida a Victor Wembanyama, l’unicorno tornato in tempo per far saltare il banco di Oklahoma, la squadra con 23 vittorie in 24 partite, eppure caduta di fronte a lui. C’è stato un momento durante la semifinale di sabato in cui gli spettatori hanno pensato che il ritorno del francese potesse essere una messinscena. “Ho cercato se una squadra può violare la politica NBA sulla partecipazione dei giocatori vestendone uno reduce da un infortunio senza farlo effettivamente giocare” spiega Zach Harper su The Athletic, per dare l’idea di cosa si stesse vedendo a Las Vegas. Wembanyama non è partito titolare e per tutto il primo-quarto non è entrato in campo. “Eravamo solo impazienti e paranoici?”. 

Con gli Spurs sotto 31-20, si è alzato e ha cominciato a riscaldarsi. Nei primi tre minuti e 27 secondi con lui in campo, San Antonio ha ridotto lo svantaggio a quattro punti.  Quando ha lasciato la partita, i Thunder hanno segnato un nuovo parziale di 14-2 nei successivi quattro minuti e 48 secondi. È tornato in campo negli ultimi 3:52 del primo tempo e gli Spurs hanno chiuso il secondo-quarto con un parziale di 13-0. . Insomma: “Non c’era modo per gli Spurs di restare in partita senza i minuti di Wemby”. Una prestazione che ha ricordato cosa disse il francese dopo aver perso la finale per la medaglia d’oro contro gli USA alle Olimpiadi di Parigi 2024. Fu una specie di monito al mondo. Disse che stava imparando dalle sue esperienze ed era preoccupato per gli avversari dei prossimi due anni. Gli chiesero di chiarire, gli chiesero se intendesse nelle competizioni FIBA con la nazionale con con la NBA. sua risposta: everywehere. Ovunque.

In quel quarto-quarto di sabato notte ha segnato 15 punti ed è stato scioccante, dice The Athletic, “sembrava avere l’edificio nel palmo delle sue mani alla Jack Skeletron. Non saprei dire se i tifosi degli Spurs si siano spostati in massa a Las Vegas o se il pubblico fosse semplicemente stanco del dominio dei Thunder in questa stagione, o se lui lo avesse conquistato in campo neutro”. Ma stavano tutti dalla sua parte, e “questo sta diventando il mondo di Wemby, proprio come aveva avvertito un anno e mezzo fa, everywhere dovrebbero preoccuparsi”. 

Jalen Brunson è l’altra faccia del poster per la partita di stasera. Quando si parla di unicorni in NBA, di solito si pensa a qualcosa che non avevamo mai visto prima. Un corpo nuovo che fa cose assurde, una combinazione inedita, un giocatore che costringe il gioco a essere riscritto. Jalen Brunson, tecnicamente, non rientra in questa categoria. Non è alto, non è esplosivo, non sembra il futuro. Eppure, guardandolo, viene da pensare che sia diventato raro proprio perché il gioco ha fatto di tutto per eliminarne altri come lui.

È la tesi di James L. Edwards III su The Athletic. L’NBA contemporanea è una caccia globale ai creatori sopra il metro e novanta: palleggiatori lunghi, ali che iniziano l’azione, quintetti sempre più grossi. In mezzo a questa evoluzione, i piccoli che segnano tanto sono quasi scomparsi. Una volta erano Iverson e Isaiah Thomas, oggi sono un’eccezione. “Brunson non è unico in senso assoluto, ma ci va molto vicino”. 

È per questo che una partita come la sua semifinale contro Orlando — 40 punti senza scorciatoie — si è manifestata come una verità che in genere rimane nascosta: a parità di peso e centimetri, Brunson è il miglior realizzatore della lega.

Non segna più degli altri, dice The Athletic, ma segna contro difensori più grandi, più forti, più atletici. Lo fa senza il primo passo di Maxey, senza il salto di Mitchell, senza il fisico di Dončić o Shai. Lo fa restando sotto i due metri in una lega che li tratta come una soglia minima. E lo fa con continuità, da anni, non per una stagione fortunata o una finestra narrativa.

“La sua abilità gli permette di creare angoli di tiro che altri giocatori non hanno. Gli permette di essere sempre in equilibrio mentre i difensori cercano di prevedere la sua prossima mossa. Mike Brown ha ripetuto più volte che non è sua intenzione paragonare Brunson a Kobe Bryant, ma ha più volte sottolineato che nel gioco di gambe lo ricorda. Ci sono punti in comune tra giocatori come Brunson, Bryant, LeBron James, Steph Curry e altri che ha allenato, per quanto riguarda l’arte di segnare”.

La sua forza non è l’atletismo, ma il controllo e il ritmo. La capacità di non annoiarsi mai della cosa più semplice: battere il difensore davanti a sé, un possesso dopo l’altro. Brunson costringe l’avversario a scegliere sempre mezzo secondo in ritardo. Il suo palleggio sembra confuso, ma è una trappola. Il suo corpo è compatto, ma sempre in equilibrio. Il suo gioco nasce dai piedi, non dalle spalle. Quel gioco di piedi, racconta lui stesso, arriva da lontano: da quando da bambino giocava contro più grandi e doveva inventarsi spazi dove non ce n’erano. È lì che ha imparato a usare l’inganno come linguaggio. Ed è per questo che oggi crea tiri che altri non vedono nemmeno. Se poi non lo vogliamo chiamare un unicorno, sono fatti nostri. Sai a lui che cosa gliene frega. 

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