Gli Oasis cantano Fàbregas
Alla vigilia di Inter-Como, Paolo Condò sul Corriere della sera racconta come Cesc Fàbregas sia diventato l’oggetto del desiderio del calcio italiano nella primavera del 2025, al punto da far pensare che l’Inter potesse davvero portarlo in panchina. La sua partecipazione a una serata dello Sky Sport Club di fine stagione lo trasformò in un oggetto di golosità perché è “un uomo intelligente, raffinato e colto, un affabulatore che ha frequentato molte scuole: l’eleganza di Wenger, la visione di Guardiola, l’astuzia di Mourinho, la rabbia di Conte. È un incantatore di serpenti per la capacità, unica, di predicare un calcio offensivo da allievo del Pep — tanta palla, tanto possesso — senza trascurare le formule che rassicurano la conservazione, dallo studio dell’avversario allo sviluppo del contropiede”.
Fàbregas ha respinto la mela tentatrice dell’Inter e Condò si chiede se ci siamo persi qualcosa. La risposta è: forse sì, ma non in termini tecnici immediati. Cristian Chivu, subentrato a Inzaghi, ha fatto bene. Ingannevole era lo stile del suo Parma di un anno fa. La sua Inter segna tanto, concede un po’, domina le piccole, soffre negli scontri diretti, ma nella partita di domani pomeriggio si affrontano comunque le due squadre con il maggior possesso palla della Serie A. Quel che si è perso, dice Condò, è l’effetto culturale, quasi epocale, che l’arrivo di Fàbregas avrebbe generato: l’effetto-emulazione che negli anni Ottanta portò Maifredi alla Juve e Orrico all’Inter dopo i trionfi di Sacchi; o la caccia globale al “nuovo Guardiola” partita dopo il Barça di Pep. Una scia luminosa, un cambio di paradigma. La vera perdita sarà un’altra: vedere Fàbregas partire “perché dopo tanto Como – scrive – non ci sarà un’altra italiana, ma Barça o City. E questo ci impoverirà”.
Nella Hit Parade del venerdì, la canzone perfetta per tutto questo è Don’t Look Back in Anger degli Oasis. Ha dentro la malinconia di un’occasione sfiorata e parla della necessità di andare avanti senza rimpianti.

David Bowie canta la Lazio di Sarri
Nel suo editoriale sul Corriere dello Sport–Stadio, Ivan Zazzaroni riflette sulla Lazio di Sarri, su ciò che potrebbe essere con un mercato più ricco e una società più presente, e analizza allo stesso tempo i limiti strutturali del Milan di Allegri. Il cuore del pezzo è in una domanda: cosa sarebbe la Lazio se avesse qualcosa in più? Zazzaroni vede una squadra generosa, commovente per intensità e voglia, capace di esaltarsi quando l’avversario è forte e la posta in gioco alta, ma povera di qualità per gestire le partite che richiedono superiorità tecnica più che tensione emotiva. Contro il Milan – come in fondo nell’1-0 sulla Juventus in campionato – la Lazio ha mostrato compattezza e coraggio: bene Zaccagni, Guendouzi, Gila e Isaksen, con Romagnoli altrettanto solido.
Quanto al Milan, Zazzaroni si domanda che cos’è senza Modrić e senza una vera punta centrale. Una squadra monca, costretta a utilizzare fantasisti fuori ruolo — Leão e Loftus-Cheek — e poco incisiva, con Pulisic che si vede solo nel finale. Allegri esce da una delle due competizioni rimaste sapendo che non riuscirà a colmare i buchi della rosa — perché né Elliott né RedBird sono disposti a investire a gennaio. Sarri sta iniziando a dare un senso alla stagione biancoceleste spesso con degli eroi per un giorno, come quelli del sommo Bowie.
Gabin canta il turnover di Italiano
Il Bologna ai quarti di Coppa Italia ispira Italo Cucci sul Corriere dello Sport–Stadio a un commento appassionato, lirico e polemico. La partita, per Cucci, l’ha vinta Castro, con l’aiuto di Rowe e dei cambi giusti nel momento decisivo. Ma l’idea centrale è che il Bologna aveva i mezzi per dominare dall’inizio, mentre Italiano ha rischiato troppo, aspettando tanto a inserire i suoi migliori giocatori. Cucci lo ritiene un atteggiamento da provinciali e dice “non capisco il turnover. Da sempre. Anzi, fatemi dire la verità: sembra una esibizione d’intelligenza ma è una minchiata”. In francese. In musica invece lo avrebbe detto Gabin: Why Do You Do It? – ma perché te le vai a cercare?
Lucio Dalla canta la serie A
Nel suo commento su La Stampa, Marco Tardelli vede una Serie A vivace ma confusa, dove le sorprese sono continue e il livello tecnico complessivo gli appare in calo. Tardelli osserva che la Serie A è imprevedibile e appassionante, ma riflette anche una perdita di valore: tra i giocatori migliori ci sono un giovane in prestito dal Real Madrid [Nico Paz] e un campione ormai declinante che il Real ha lasciato andare [Luka Modrić]. Gli pare il segnale di un problema più profondo: i vivai italiani non producono più talento, e le società sembrano aver perso la propria identità e competitività. E poi il numero eccessivo di gare logora i giocatori e rende decisivo avere una rosa lunga. Ma la sua critica più forte è alla gestione arbitrale, “un protocollo VAR improbabile” che genera decisioni diverse per falli simili. Tardelli è convinto che questa pressione sta distruggendo gli arbitri.
Insomma, uno sguardo disincantato e malinconico sul presente alla Lucio Dalla e L’anno che verrà, siamo dalle parti di “si esce poco la sera, compreso quando è festa”, nell’attesa di un cambiamento, di un sistema che dovrebbe migliorare ma non lo fa mai davvero.