Orson Welles intervista Danilo Gallinari

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Finzioni

 

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ESCLUSIVA  ▻  L’intervista di Orson Welles è per definizione un montaggio. Un taglia e cuci di parole già mormorate in altri tempi e conservate negli archivi. Le risposte sono quelle date in origine, alla lettera, testuali. Le domande – beh, le domande sono cambiate.

 

DI ORSON WELLES

C’è un momento — rarissimo — in cui un uomo così alto da sembrare costruito da un architetto distratto entra in una stanza e la stanza si rimpicciolisce, come se avesse improvvisamente capito chi comanda davvero. Danilo Gallinari entra così. Con quella calma da ultimo superstite di una razza scomparsa, i giganti gentili, quelli che non alzano mai la voce perché la loro ombra fa già abbastanza lavoro. Gli altri riempiono la stanza: lui la sposta leggermente di lato.

Lo guardo sedersi, e la sedia, per un istante, sembra protestare. Lui sorride. È il sorriso di chi ha imparato a vivere tra aeroporti e parquet, in dieci città che non lo hanno mai davvero posseduto. Dicono che l’America sia il Paese delle opportunità. Per me è soprattutto il Paese dei fanatici: e non lo dico in senso negativo. Intendo dire che qui nessuno si salva dalla propria ossessione. 

Un tempo avrei detto che ogni vero artista deve essere un vagabondo. Non glielo riferisco, lo è già stato a sufficienza per conto suo. Ora è seduto davanti a me, e per la prima volta non deve correre. Gli confesso che a giudicare dagli occhi sembra ancora un giocatore. Lui ride. È l’unica risposta che gli manca. Lo chiamano Gallo, e io penso alla creatura mitologica, il mezzo uomo e mezzo animale che nei miei film avrei relegato a fare da guardiano a un tempio. Ha appena scritto una lettera d’addio al basket come un innamorato maturo. In lui vedo la contraddizione che amo nei personaggi tragici: un corpo da titano e un’espressione da ragazzo che non ha ancora deciso se il mondo sia un posto affidabile. 

➣   Danilo, me lo dica lei se è affidabile, e mi dica lei se sono affidabili l’America e l’Italia.

«L’Italia ha 60 milioni di abitanti, gli Stati Uniti 400 milioni, c’è un modo diverso di vedere le cose. Sono arrivato nel 2008, primo mandato di Obama grande tifoso dei Chicago Bulls e così appassionato di basket da farsi allestire un campo alla Casa Bianca. Più che la politica, ho osservato la persona e il suo modo di comunicare. Trump non mi ha mai interessato molto. Spero faccia un buon lavoro».

➣   Io odio la politica, ma amo la giustizia. La popolarità non dovrebbe essere un criterio per l’elezione dei politici. Se dipendesse dalla popolarità, Paperino e i Muppets otterrebbero dei seggi al Senato. Quando penso a quest’amministrazione, mi dico che il nemico della società è l’uomo che non ha nulla da perdere. Non crede?

«Così dicono i social, pare, ma io non seguo i social. E non leggo i giornali». 

➣   Ma con che razza di accento parla? Dove l’ha imparato?

«A scuola mi avevano insegnato bene l’inglese. Ricordo alle medie la professoressa Armuzzi. Una volta, dovevamo imparare una poesia a memoria; io fui chiamato, mi alzai davanti a tutta la classe per ripeterla e la recitai con una pronuncia americana: tutti i compagni si misero a ridere perché la sentivano strana, invece la prof capì che ci avevo messo passione, mi diede un bel voto e disse “Complimenti Danilo, puoi andare a posto”. Lo studio conta, bisogna avere dei sogni, degli obiettivi e studiare».

➣   E cosa ha imparato in NBA? Da cosa è stato stupito?

Non usano gli slip, usano solo i boxer e io quando ero una matricola, a New York, non lo sapevo. Ero lì, negli spogliatoi, e tutti ridevano, e io non capivo. La cosa si è ripetuta per giorni, finché un giorno vedo che indicano le mie mutande e dicono “Speedo” ridendo! Il giorno dopo c’era un pacco di mutande con il simbolo di Superman: mi hanno costretto a metterle per tutta la stagione».

➣   Non mi costringa a farle una di quelle domande che ormai sono in tutte le interviste, non so se ci ha fatto caso, adesso va così, non c’è intervista nella quale non si chieda un resoconto erotico, una ragioneria del sesso, un orgasmo rimpianto. 

«Una volta ero a Central Park, a New York, e una fan si è presentata con la mamma, che le ha detto “dai è una vita che aspetti di fare questa proposta, falla anche se non c’è l’anello”».

➣   Ecco, al giornale saranno contenti. Ci siamo tolti il pensiero. Io sono solo un poveraccio che cerca di fare del cinema, mi dica quale tipo di somma gioia si può provare dalla sua altezza. 

«Un’immensa gioia l’ho provata quando ho visto nascere mio fratello. Ricordo che mio padre non voleva entrare nella sala per vedere la nascita di Federico, gli faceva impressione, ma a me no; avevo 9 anni ed ero così contento che chiesi all’infermiera di entrare e vidi mio fratello appena uscito dalla pancia di mamma, con ancora il cordone, che poi hanno tagliato e mi hanno messo Federico in braccio. È stata una cosa bellissima, la desideravo da tanto, mamma mi aveva fatto pregare tutte le sere».

➣   Prega ancora per chiedere, prega per ringraziare, prega per cambiare qualcosa?

«Nulla. Non cambierei nulla. Dio ha voluto così, è andata così. Scambi di mercato, infortuni, tutto. È un percorso che mi ha portato fin qui». 

➣   Non ci credo. Ci sono film che non rifarei e scene che taglierei Lei una partita almeno la rigiocherebbe.

«Gara 7 con Denver contro i Lakers di Kobe Bryant, Blake e Gasol. Ho giocato bene sei partite, quella l’ho toppata»..

➣   Onestamente, Danilo. Amici italiani che sanno di basket mi hanno detto che tante ne avete toppate in Nazionale, lei e la famosa migliore generazione italiana. È come se avessero messo insieme me, John Ford, William Wyler e Howard Hawks e poi ci fossimo presentati sul set senza pellicola. Talento ovunque, genio in ogni reparto, ma nessuno che avesse in tasca quel che davvero serviva per un capolavoro. Guardi, io capisco. I critici non perdono mai il vizio di giudicare il finale senza aver visto le condizioni di ripresa. Dicono: “Potevano fare di più”. 

«Rispondo così: quante estati siamo riusciti a giocare tutti e tre assieme, in 13 anni? A me risulta due. E se aggiungiamo compagni quali Melli, Datome e Hackett, la risposta è zero. Non si crea un gruppo vincente senza la continuità».

➣   È quello che dico anch’io. Ma loro non sanno, o fingono di non sapere, che l’arte — come il basket — ha bisogno di tempo, di ripetizione, di stagioni intere in cui le stesse mani lavorano sulla stessa storia. Mi dica quale frammento di questa lunga storia le viene per primo dentro gli occhi?

«Le lunghe passeggiate, per le vie di Milano e di altre città, dove ci portava papà che giocava a basket: mamma aveva la borsetta e portava il pallone, io la seguivo, ci fermavamo in un campetto e tiravo per ore e ore; lei mi guardava, è incredibile quello che mi ha insegnato, le mie doti sportive vengono da lei, era un’atleta. A me piace ancora giocare dove capita, con gli amici, è una delle cose più belle di questo sport. C’è sempre qualcuno che dice di andare a fare due tiri e allora andiamo al campo, chiediamo alle 3 o 4 persone che in genere troviamo se possiamo giocare e in pochi minuti ci troviamo in 100! Perché mandano messaggini, postano foto».

➣   Mi dica un’ultima cosa. È una curiosità che ho sviluppato di recente. Mi dica qual è il suo suono preferito. 

«Il suono della sirena se sei avanti. Solo quando lo senti capisci che hai davvero vinto e che è finita».

Le risposte sono tratte dalle interviste di  Luca Mastrantonio per il Corriere della sera del 2 luglio 2017, Roberto De Ponti per il Corriere della sera del 24 marzo 2019, Massimo Basile per Repubblica l’8 marzo 2020, Mario Frongia per Repubblica del 3 settembre 2021, Flavio Vanetti per il Corriere della sera del 8 ottobre 2025

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