▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Discussioni
Che razza di boxe è la boxe di Joshua vs Paul
«Se tutto fosse serio e regolare, bisognerebbe preoccuparsi che gli sia staccata la testa», dice Barry McGuigan. «Gli può rompere la mascella, spaccargli un lato della testa, Dio non voglia un’emorragia cerebrale», rincara Carl Froch sul suo canale YouTube. «Potrebbe essere la fine. Il suo ultimo giorno sulla Terra», annuncia invece David Haye. E così un coro di allarmi si alza e prende a cuore la sorte di Jake Paul, ventottenne celebrità di YouTube, pugile per divertimento o chissà che altro. L’annuncio del suo match contro Anthony Joshua ha scatenato premonizioni di disastri anatomici e Jonathan Liew sul Guardian parte da qui per una riflessione sulla boxe delle celebrity.
Se ti presenti davanti a un due volte campione dei massimi quando non sei al massimo della condizione, quando hai affrontato perlopiù dei novizi, quando combatti ancora “come una scimmietta intrappolata in un sacchetto di patatine vuoto” tutti immaginano che possa andare a finire in quel modo là.
Eppure, dice Liew, non è così che andrà. Se il match si farà — e la cosa non è affatto scontata — Jake Paul starà benissimo. Ne verrà fuori integro. Si metterà in posa per Messi o Snoop Dogg a bordo ring, abbasserà le braccia per provocare Joshua, resisterà abbastanza a lungo da meritarsi un abbraccio finale. Sanguinerà un po’, certo, ma niente di epico. Joshua gli dirà che è stato un guerriero, un vero fighter, entrambi solleveranno le braccia come due attori alla fine di un musical. E soprattutto Jake Paul avrà ottenuto quello che vuole davvero: essere ovunque.
È una collisione tra mondi. Liew lo chiama un incontro tra “un pugile e un prestigiatore”, tra un atleta vero e un artista dell’attenzione. Sport o spettacolo? Ma ha ancora senso distinguerli?
Il punto, dice Liew, è che il pericolo non è un effetto collaterale. È il prodotto. L’idea che Paul possa farsi male è il carburante della macchina. Alimenta rabbie, opinioni, vendite, streaming. “Jake Paul morto”: anche leggere queste parole – nota Liew – produce quella miscela repellente e irresistibile che ti spinge a guardare. Paul lo sa, lo sa da sempre. Perché è cresciuto dentro l’algoritmo. Sa come funziona il suo archivio YouTube. È una lezione di apprendimento automatico in tempo reale: dai video innocenti tipo “I Graduated High School” alle follie ottimizzate per click come “Hanging From 300ft Cliff” o “I Spent 24hrs BURIED IN SOLID CONCRETE”. Non importa se scappa dopo qualche ora — o qualche minuto – dalla sua avventura. Importa solo la promessa di eccesso. Lo schema è lo stesso. Internet vive di mismatch assurdi: un iPad nel frullatore, un tizio a caso contro 500 nazisti, un tipo che prova a restare in piedi otto riprese con Anthony Joshua.
Non bisogna credere a niente finché non li vediamo sul ring, dice Liew. E anche se ci arriveranno, è tutto un gioco a incastri: Joshua si allenerà davvero? Lo porterà in giro per qualche round come Mayweather fece con McGregor? Se intravedesse lo spazio per chiudere un colpo, lo colpirà? O più semplicemente proteggerà il business? Perché mutilare la tua miniera d’oro?
Per Liew, la celebrity boxing è interessante — e inquietante — proprio perché dice apertamente ciò che lo sport “vero” spesso copre. Il valore è la fama, il chiasso, il denaro, la visibilità. “È una truffa e guarderete mentre vi truffiamo — perché lo volete”. E se non lo volete faranno in modo che lo vogliate: feed, siti, app di scommesse, fino a quando non sarete curiosi. Liew allora scrive con amarezza che il funerale di uno sport arriva quando il pubblico smette di credere a quello che vede. La boxe, da sempre, chiede un po’ di incredulità. Ma la sua mutazione algoritmica va oltre: la guardi anche se non credi più a niente. “Dove non credi a quello che vedi, non ti importa più, e continui a guardarlo lo stesso”.