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La Macchina del tempo
La campagna scozzese anti-Napoli. Smentita da John Charles
Alla vigilia della partita di Napoli tra Italia e Scozia, qualificazione per i Mondiali d’Inghilterra del 1966, gli scozzesi sembravano aver trasformato l’attesa in una campagna. Prima dell’andata all’Hampden Park avevano mandato il loro commissario tecnico a studiare gli azzurri contro la Polonia, e una squadra di cronisti li aveva seguiti fino a Coverciano. “Sembravano i dispacci di un attonito Gulliver dal Paese degli uomini alti trenta centimetri o con le braccia al posto delle orecchie” racconta Fulvio Grimaldi sulla Gazzetta dello Sport del 20 novembre 1965,
Ora, con la rivincita all’orizzonte, la curiosità è diventata ossessione. Gli inviati speciali, racconta Grimaldi, “stanno calando in frotta dalle Highlands e dalle Lowlands” per osservare la città che, secondo un vecchio slogan ottocentesco, va vista prima di morire. Solo che nei loro articoli, pubblicati sui giornali scozzesi, Napoli non è la città del sole e della musica. “I servizi che pubblicano su Napoli assomigliano un’altra volta alle favole dell’orco”, scrive la Gazzetta, constatando come l’obiettiva civiltà giornalistica anglosassone, quella che un tempo trovava la sua espressione nel leggendario Knickerbocker, fosse ormai “irrimediabilmente defunta”.
Un inviato scozzese, dopo aver “tastato il polso della passionalità napoletana”, firmava così la sua scoperta: “Napoli è tutta un fuoco artificiale, e tutta un fuoco artificiale sarà la partita che giocheremo qui contro gli italiani”. Aveva contato, lungo il golfo, cinquanta fabbriche di fuochi pronte a un “affare d’oro” in vista del 7 dicembre. Altri promettevano “novantamila persone, piene di bandiere e di vino, che allestiranno un fuoco incrociato di razzi e mortaretti da far impallidire il Vesuvio”.
E poi le descrizioni del San Paolo, con “filo spinato, fossi profondi tre metri e duemila poliziotti armati” a sorvegliare il campo. Tutto, scrivevano, per proteggere la Scozia nel caso avesse avuto la sfrontatezza di vincere. In effetti Napoli si era impegnata per farsi raccontare a quel modo. Gli articoli scozzesi riesumavano il 28 aprile 1963 — il giorno nero del calcio napoletano – quando una partita con il Modena degenerò in incidenti.
Grimaldi ricordava però che “quasi tutti quei reporter vengono da una città dove scene come quelle si verificano ogni anno due volte”, nei giorni delle partite fra Rangers e Celtic. Trent’anni di rivalità e risse, con “trenta persone ancora in galera per aver aggredito i giocatori del Celtic, sessantasette ricoverati all’ospedale dopo l’ultimo derby”.
Ma nessuna indignazione, scriveva il giornalista. “In fondo ci stanno rendendo la pariglia per quanto fu scritto su qualche giornale italiano alla vigilia della partita d’andata”. Tutto il mondo è paese, e la speranza era che il pubblico napoletano offrisse “una smentita altrettanto perentoria come quella che ci diede il pubblico sportivissimo di Glasgow”.
La smentita, in effetti, arrivò prima di giocare da un testimone che conosceva entrambi i mondi: John Charles. «I tifosi napoletani sono rumorosi e passionali, ma non terribili come li hanno descritti,» disse l’ex centravanti di Juventus e Leeds. «Ho giocato spessissimo a Napoli e non ho mai visto il minimo incidente. Il chiasso è spaventoso, con tutti quei mortaretti, ma non sono queste le cose che devono impressionare un calciatore». Poi, con l’eleganza calma che lo distingueva, Charles aggiunse l’ultima nota: «Se la Scozia impedirà agli italiani di segnare in apertura, è probabile che il pubblico inizi a fischiare i suoi stessi giocatori. L’ho visto parecchie volte. La folla di Hampden Park è ben più rumorosa e fanatica di quella napoletana». Senza sapere che per una frase del genere, a Napoli si possono pure offendere.