Quattordici secondi per tirare e battere i più forti: la nuova strategia NBA che contagia lo sport

   

La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo

Milan Kundera

 

  

Quattordici secondi per tirare e battere i più forti

La nuova strategia NBA che contagia tutto  lo sport

Control C, control V. Uno fa una cosa, gli altri la copiano. Uno vede una strada nuova e gli altri corrono dietro. Uno si inventa un concetto nuovo e nel giro di tre settimane quel concetto appartiene a tutti. Ecco perché in America molti chiamano la NBA la Copycat League. La serie Copia-incolla. Una lega dove Max Giusti e Ubaldo Pantani farebbero grandi cose. È una gara a chi imita meglio gli altri e l’ultima tendenza che adesso piace alla gente che piace è alzare la velocità del gioco. Azad Rosay spiega su L’Équipe che cosa sta succedendo.  La velocità come una ossessione contemporanea. Le squadre tirano prima, corrono più forte, strappano secondi alla sirena come fosse un duello di resistenza. Due terzi delle squadre in NBA vivono sotto la soglia dei 14 secondi a possesso, un ritmo che due anni fa sembrava da estremisti. Giocavano così gli ayatollah del corri-e-tira. Ora è la norma.

“La velocità può far pendere tutto da una parte” dice L’Equipe, ricordando che le finaliste della scorsa stagione, Indiana e Oklahoma, trasformarono il campo in un pendolo impazzito: pressare, rubare, correre prima che la difesa fosse piazzata. Il modello Oklahoma è scolpito adesso in una specie di equazione: recuperi più alti, transizioni più frequenti, metà campo quasi abolita. Nell’anno in cui il titolo di mvp è andato a Shai Gilgeous-Alexander, i Thunder hanno avuto una palla persa ogni sei possessi avversari. Il loro stile di gioco si è diffuso. Boston l’ha abbracciato per necessità dopo aver perso i suoi migliori giocatori al ferro. Joe Mazzulla ha capovolto l’identità dei campioni 2024: basta difendere il canestro, meglio impedire alla palla di arrivarci. In un anno, i Celtics sono passati dal 26esimo posto per palle perse forzate al primato provvisorio: 17,6%. Una mutazione radicale più che un aggiustamento.

E poi c’è Portland, la versione più estrema. Rosay dice che “esercita una pressione a tutto campo sul 24,5% dei possessi, cinque volte più della media NBA». Tiago Splitter ha portato in Oregon la sua idea di pressione permanente: non si rientra, si assalta. Un tiro libero diventa un pretesto per soffocare la rimessa avversaria. Il risultato è brutale: una perdita di palla ogni cinque attacchi subiti. Il caos come sistema.

L’altra via alla velocità arriva da Indiana. I Pacers non rubavano palla quanto Oklahoma, ma correvano sempre: anche — e soprattutto — dopo aver subito canestro. Hanno cancellato una delle leggi non scritte del basket: quando subisci punti, ti sistemi. Loro invece accelerano. Siakam e Nembhard sprintano, Haliburton lancia come un quarterback. L’azione perfetta nasce da un canestro subito: rimessa veloce, e cinque secondi dopo sei già al ferro. Se c’è una rivoluzione estetica nella NBA, passa da qui.

Come sempre, c’è qualcuno che esagera. Miami è l’avanguardia: 12 secondi a possesso, il ritmo più alto della lega. Erik Spoelstra ordina movimenti costanti, pochissimo pick-and-roll, cinque giocatori che orbitano attorno all’arco. Una giostra continua che prova a scardinare le difese prima ancora che le difese capiscano dove guardare. Simone Fontecchio se ne giova. Ha detto che gli pare di giocare in Europa, dove le matrici di tutto questo sono state il Vitoria di Ivanović, l’Alba Berlino di Aíto, la Reyer di De Raffaele in certe stagioni. 

Essere veloci non basta. Le squadre più rapide non sono necessariamente le più efficienti. Cleveland e Miami reggono il doppio registro, le altre no. In cima all’efficienza ci sono Houston e New York, due squadre tra le più lente della lega. È fatale. Quando hai Kevin Durant o Jalen Brunson non ti serve correre: puoi manipolare il gioco da fermo. Per tutte le altre squadre, la corsa diventa una forma di compensazione. Portland, Miami, Chicago, Toronto hanno roster senza un creatore di gioco d’élite, sono costrette a cercare vantaggi nel turbinio. “Più velocità per più possessi, più transizioni per più caos” spiega L’Equipe. 

Cosa succede negli altri sport

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La lettura è ancora più interessante se uniamo i puntini con quello che accade nel resto del mondo, con il rumore nuovo che si è alzato nello sport, il fruscio del tempo che si assottiglia. Ovunque si guardi, gli allenatori provano a ridurlo e comprimerlo, strapparlo alla lentezza naturale del gioco. Perché quando non si dispone di abbastanza talento per dominare, si deve provare a correre più forte di chi ne ha. Non è solo una rivoluzione americana. È  un contagio sportivo globale.

Nel calcio la chiamano verticalità, un eufemismo elegante per l’anarchia calcolata partorita dalla mente di Jurgen Klopp in risposta al gioco di posizione di Pep Guardiola, con il famoso concetto della riconquista della palla dopo un tot di secondi, per trasformare un recupero in un gol. Le squadre che non possono permettersi le idee di raffinati registi, si sono ricostruire intorno alla corsa. L’Atalanta di Gasperini, il Brighton, il Salisburgo, in generale tutta la scuola Red Bull, dove la compressione del tempo di gioco è teorizzata come un dogma. Non per caso hanno nominato Klopp capo del calcio. Uomini elettrici come fili della corrente. Non è estetica. È sopravvivenza. Un atteggiamento che nasce dall’esigenza di creare più azioni ad alta frequenza per ridurre l’impatto delle differenze tecniche. Pressione altissima, uomo su uomo, recupero immediato, ripartenze in sei secondi. Ogni secondo che passa, l’avversario riguadagna il suo ordine.
Se ne trova traccia anche in altri sport, andavano a far ricerche nei siti specializzati. L’hockey su ghiaccio pare che pratichi una cosa del genere da anni come una religione. L’NHL vive nella convinzione che un secondo di ritardo sia un’autostrada concessa agli avversari. Le squadre meno dotate non puntano a rallentare le migliori, giocano per renderle più veloci e farle cadere nella trappola del caos. La NHL ha i meccanismi più vicini a quanto sta accadendo in NBA. Tampa Bay negli anni dei titoli e i Carolina Hurricanes dopo hanno sviluppato modelli basati su pressione immediata sui portatori di disco [forecheck in gergo] dopo un tiro o dopo un gol; cicli di possesso velocissimi; transizioni rapidissime. La logica è la stessa che ha descritto L’Equipe per la NBA. 

Nel rugby, la Nuova Zelanda degli anni Dieci del Duemila ha trasformato la palla viva in una forma d’arte. Ruck da tre secondi e ripartenze controintuitive, gli avversari sono ancora inginocchiati quando il gioco sta ripartendo di corsa verso un altro emisfero. La Francia ci ha giocato una Coppa del Mondo così, l’Irlanda l’ha resa una filosofia. La velocità serve a togliere respiro ai pensieri, a colpire mentre la linea difensiva esiste solo come un’intenzione.

Anche il football americano ha una cosa del genere. Chi ne sa, la chiam no-huddle offense. Dovrebbe essere una strategia offensiva in cui la squadra salta il raggruppamento [huddle] per eseguire la giocata prima possibile. È lo strumento per togliere ai quarterback di qualità avversari il privilegio di una scelta. I Philadelphia Eagles di Chip Kelly erano accreditati dieci anni fa di una filosofia del genere. Oggi Kelly fa il coordinatore offensivo ai Las Vegas Raiders. Perfino nel baseball — lo sport della pazienza, del conteggio, del respiro — alcune squadre hanno cominciato ad aggredire il tempo, con corridori che partono prima che il catcher capisca cosa sta succedendo. È una forma diversa di velocità, ma la logica è la stessa: spostare il gioco su un terreno dove la qualità individuale possa contare di meno. Quando non puoi dominare una struttura, distruggila. Quando non puoi dettare il ritmo, esagera. Quando non puoi controllare il tempo, accelera. Così il tempo smette di appartenere a chiunque. È un’estetica nuova, a tratti sgraziata, forse inevitabile. È la grammatica dei roster imperfetti, la scorciatoia di chi non può permettersi la maestosità del talento. Ogni secondo perso è un dono ai Mozart della palla. Se quelli già sono nati come Mozart, chi è che vuole fargli altri regali?

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Qualcosa a proposito di Oklahoma

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  Ai Thunder pare proprio che non sia bastato portare il primo anello NBA nella città di Oklahoma. Non solo si sono messi in testa di prenderne un secondo. Stanno provando a schiacciare il resto del campionato. I Thunder hanno avuto un inizio di stagione strepitoso. Dopo aver vinto 68 partite un anno fa, e stabilito il record NBA per margine di vittoria [+12,57 punti di media], con il maggior numero di vittorie per scarto a due cifre in un torneo [55)], sono già a 12 vittorie e una sconfitta. Le loro prossime quattro uscite saranno a Charlotte, New Orleans, in casa con Sacramento e poi a Utah. Zach Harper ha scritto sulla newsletter The Bounce per The Athletic che “a meno che un asteroide non colpisca il pianeta perché una squadra di trivellatori disadattati non è riuscita a farlo saltare in aria con un’arma nucleare, prevedo che i Thunder le vinceranno tutte”. Questo porterebbe la loro striscia vincente a otto partite di fila, sulla buona strada per restare in linea con una proiezione finale di 77. Per non parlare del fatto che il dominio è perfino più accentuato. Hanno già otto vittorie in doppia cifra su 12 e il margine è di gran lunga superiore a quello della stagione scorsa [+15,54]. 

Ah, c’è un piccolissimo particolare. Stanno facendo tutto questo senza il loro secondo miglior giocatore, Jalen Williams, che si sta riprendendo da un intervento chirurgico al polso destro. Un anno fa erano la migliore difesa del campionato con un rating difensivo di 106,6. Dopo 13 partite l’hanno ridotto a 103 [e Williams è uno che finisce fra i migliori-cinque difensori della stagione]. Inoltre Lu Dort ha saltato sei partite, Alex Caruso e Chet Holmgren quattro ciascuno. Quando ci saranno tutti, gli Oklahoma Thunder potrebbero essere definitivamente pronti a segnare la migliore difesa del titolo mai vista, all’altezza dei Chicago Bulls 1991-92 o 1996-97, dei Miami Heat 2012-13 e dei Golden State Warriors del 2015-16. Quei Warriors iniziarono con un record di 24-0, arrivarono a 73 partite vinte e uno dei migliori margini di sempre [+10,76 di media]. Ebbero solo un piccolo intoppo: si fecero sfilare l’anello. 

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