Il primo Mondiale di Erling Haaland
Sembra facile sapere dove vada messo Erling Haaland in mezzo ai grandi del passato. Di Haaland siamo stati abituati a contare i gol, non la grazia, l’eleganza, la finezza, tutti quei tratti di un calciatore che certe volte consideriamo e altre volte no, secondo convenienza. Haaland ci ha sollevato a lungo dall’imbarazzo. Si è manifestato fra noi con il più essenziale dei doni. Un gol iniziale che scardina le partite come quello di domenica al Liverpool. Le doppiette come quella di ieri sera all’Estonia. Le triplette come le undici nella sua carriera di club [le ultime due nel giro di sette giorni a fine agosto contro Ipswich e West Ham, al pronti-via di questa stagione] e le sette con la maglia della Norvegia [l’ultima a ottobre contro Israele]. È a un passo dal diventare il calciatore più precoce a toccare i 100 gol nella storia della Premier League, con i suoi 142 in 161 partite complessive da quando è arrivato al Manchester City, i 14 in 11 giornate di questo campionato.
Sarebbe facile ridurre Erling Haaland a tutto questo. Non è poco. Ma adesso non è più tutto. Molto più di quanto sia evidente al Manchester City, adesso Erling Haaland è nella dimensione dell’uomo che fa una squadra, con la Norvegia qualificata per la prima volta a un torneo internazionale dopo 26 anni e per la prima volta ai Mondiali dopo 28. A quel tempo Haaland non era ancora nato. Le basterà evitare di perdere con 10 gol di scarto a San Siro domenica. Contro un’Italia che ha sgocciolato due gol nei minuti finali alla Moldavia, a naso, dovrebbe farcela.
Haaland non gioca certo da solo con quella maglia. As sottolinea il tremendo potere di Haaland in coppia con Sorloth. Il giornale spagnolo scrive che è “impossibile immaginare una Coppa del mondo senza una coppia come Haaland e Sorloth”. Ecco perché Gian Piero Gasperini sbagliava qualche settimana fa nel dire che in un mondo ideale l’Italia può perdere dalla Norvegia solo a hockey. Sbaglia perché immagina che perdere a Oslo sia il segno di “un mondo al contrario”[ops], mentre è solo un mondo nuovo, un posto dove l’Italia può perdere a calcio dalla Norvegia perché la Norvegia può perdere a curling dall’Italia. Un mondo dove le cose non accadono per blasone ma per studio, applicazione, aggiornamento, crescita, competenze, scambio di saperi – altrimenti un Liverpool non avrebbe mai dovuto perdere ad Anfield dalla sua Atalanta.
Haaland è un pezzo di tutto questo. Gli Haaland certamente nascono, ma i calciatori altrettanto certamente si formano. Molte volte c’è stato modo di raccontare il perché della fine dell’egemonia culturale del calcio in Italia oppure dello schematismo sorpassato con cui i settori giovanili selezionano da noi corpi e talenti. Se Erling Haaland fosse nato a Vipiteno, oggi probabilmente giocherebbe a pallavolo. Sarebbe stato intercettato prima da quella federazione attraverso la scuola. Quando Haaland s’è mosso dal Borussia Dortmund per andare al City, ci siamo chiesti che cosa se ne facesse Guardiola di un tipo così, sottovalutando al tempo stesso sia Haaland sia Guardiola, la loro reciproca capacità di andarsi incontro. Haaland è stato il cyborg che ha modificato il calcio di Guardiola [se ne parlava qui], ma Guardiola è stato l’allenatore che ha visto in lui l’occasione per un’evoluzione. Haaland non ha solo segnato 14 gol in 11 partite. Ha pure servito 11 assist ai suoi.
C’è qualcosa che Haaland non sa fare? Aritz Gabilondo su As scrive che i suoi numeri sono fenomenali, ma il suo sistema operativo ha un buco sui calci di rigore. Ha segnato il 90% di quelli tirati, 45 su 50, ma solo 7 degli ultimi 12 [58,3%]. “Una vera anomalia per il giocatore su cui si basano le speranze della Norvegia di tornare ai Mondiali”. Se c’è da prendere tutto il pacchetto, pure l’anomalia va bene.