Il nonno iperattivo del PSG
Luis Enrique non si è mai arreso all’idea che il corpo possa essere un limite per qualcosa. Anche adesso, con una clavicola rotta dopo una caduta in bici durante la sosta di settembre, l’allenatore del PSG vive la convalescenza come una parentesi forzata, quasi una punizione. “Raramente un allenatore ha venerato il corpo con tanta devozione”, scrive L’Équipe in un ritratto che racconta l’asturiano non solo come allenatore, ma come una specie di atleta in missione contro il tempo.
Alla vigilia della partita di stasera con lo Strasburgo, Luis Enrique ieri ha sorriso quando gli è stato chiesto se si allenasse ancora come un professionista: «Non posso allenarmi come uno sportivo perché ho 55 anni, sono più un nonno che un atleta d’élite. Ma resto attivo, amo fare sport, è importante per me come persona». Dietro la battuta, racconta L’Équipe, si nasconde un rigore che sfiora l’ossessione. Dalla maratona al triathlon, dai trail di montagna alle sedute quotidiane, il suo culto del movimento è rimasto intatto anche ora che occupa la panchina più esigente di Francia.
Marc Madiot, manager generale della Groupama-FDJ, ricorda il primo incontro con lui: «Mi aveva colpito. È in una forma incredibile, non ha perso niente. Si sente che è pieno d’energia, iper preciso nella preparazione.» La leggenda interna al club dice che oggi Luis Enrique pesa meno che ai tempi in cui giocava, e pare che non sia solo un mito. Ogni mattina, racconta il quotidiano francese, i giocatori passano sotto lo scanner DEXA — la macchina che misura la massa grassa — e lui non manca mai all’appuntamento, per mescolarsi ai ragazzi.
Ogni gesto ha un senso, a partire dal caffè scelto con cura maniacale e condiviso con gli assistenti. I pasti sono da maratoneta: verdure, alimenti naturali, zero prodotti industriali. «Il cibo come medicina del corpo» è il suo mantra. Quando lo colpisce un virus, preferisce la fitoterapia alla chimica.
I nuovi acquisti del PSG, scrive ancora Hugo Delom su L’Équipe, hanno impiegato poco a capire che il loro allenatore vive con la loro stessa intensità. Sempre connesso alla sua smart watch, Luis Enrique alterna bici, trazioni e sessioni di training, spesso sfidando i più giovani a batterlo. «Quando arriva in ritardo, sappiano tutti che è in palestra o dai fisioterapisti», racconta un dipendente del club.
Certe volte lo si incontra mentre cammina scalzo sui campi del Campus, assorto, lo sguardo nel vuoto. Una scena che all’inizio aveva commosso Mbappé: un uomo solo, in silenzio, in lotta con il tempo e con sé stesso. La bicicletta è la sua valvola di decompressione prima e dopo gli allenamenti. Ma è a Barcellona, tra le sue colline, che l’ex c.t. spagnolo trova davvero equilibrio e idee — lì dove è caduto nell’ultima uscita.
Luis Enrique attraversa la vita come un monaco soldato, scrive L’Équipe. Dopo una corsa o un’uscita in bici, si concede una birra. Di sera raramente. Quando lo fa, è con la famiglia o con i collaboratori, nei ristoranti eleganti dell’Ovest parigino, davanti a una bottiglia di vino, “l’unico vizio di un uomo che, anche ferito, continua a trattare il corpo come il più sacro dei templi”.
specchi
Il duello tra i portieri registi
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Arrivato quest’estate in prestito dal Chelsea, il portiere belga Mike Penders è stato scelto dallo Strasburgo per la sua capacità di costruzione del gioco con i piedi. Succede a Djordje Petrovic, che la scorsa stagione si era distinto in Ligue 1. La fine del prestito lo ha visto tornare in Premier League al Bournemouth. Lo Strasburgo ha preferito Penders a Robin Risser, giudicato meno adatto al controllo del pallone con i piedi e con una minore possibilità di crescita. Una scelta di Liam Rosenior. Così stasera ci scappa la sfida tra due fissati del portiere-regista, due allenatori che hanno orientato il mercato dei loro club in quella direzione. Se Petrovic aveva già il 45% dei passaggi iniziati fuori dall’area, Penders avanza al 38% dopo sei partite. Inoltre, il 32% dei suoi passaggi è corto, la percentuale più alta del campionato. Attira l’avversario e sfrutta gli spazi per innescare compagni rapidi come Emmanuel Emegha o Diego Moreira. Una strategia che massimizza la superiorità numerica e la gestione del pressing. Lo Strasburgo è una delle squadre più orientate al possesso in Europa, attualmente nona su 96 club. Ne scrive L’Equipe.
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